¡Bang Bang!

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Questo ritratto di Alberto Contador è stato pubblicato per la prima volta il 6 marzo 2015, alla vigilia del tentativo di double Giro-Tour che il pistolero ha concluso con il 1° posto in Italia e il 5° in Francia. È un pezzo fatto di digressioni e salti temporali, un tentativo di inquadrare le peculiarità caratteriali e l'eredità sportiva di uno dei più grandi corridori contemporanei.

 

 

“Paquita, ha ido todo bien?”

Francisco Contador non guarda le corse di suo figlio Alberto in tv. Non lo fa più dal 12 maggio del 2004. Quel giorno, in una discesa nella prima tappa del Giro delle Asturie, l’aveva visto contorcersi sulla bicicletta e poi accasciarsi su un lato della strada. Incosciente e in preda a violente convulsioni, Alberto stava ingoiando la sua stessa lingua. Stava morendo, asfissiato. Santiago Zubizarreta, medico della corsa, gli introdusse un tubicino in bocca per permettergli di respirare.

In ospedale si scoprì che Alberto — 22 anni — aveva un’arteria cerebrale dilatata. Succede che c’è un punto del cervello in cui il sangue forza progressivamente le pareti del vaso interessato, che si espande e comprime il resto dell’organo, provocando nausee, mal di testa, tremori. L’arteria un certo punto può arrivare ad esplodere, con conseguenze catastrofiche, spesso letali.

Alberto Contador aveva un aneurisma congenito, era necessario operarlo al cervello. Un intervento lungo e rischioso, dove la posta in palio era molto più che un promettente futuro da sportivo. In gioco c’erano la sopravvivenza su questo pianeta e il modo di interagire con esso, perché l’area interessata era quella — delicatissima — che controlla le emozioni.

Sei mesi più tardi, in Australia, Alberto vinceva la sua prima corsa in linea da professionista. La più importante della carriera, come sostiene ancora oggi.


“Più di ogni Giro, ogni Tour, ogni Vuelta. La vittoria del 2005 al Tour Down Under, dopo la malattia, avrà sempre un posto speciale nella mia memoria”.
 

Da quel pomeriggio di maggio, dicevamo, il signor Francisco si limita a chiedere un resoconto delle gare del figlio a quella donna incredibilmente forte che è sua moglie. “Paquita, è andato tutto bene?”

Insieme hanno cresciuto altri tre figli, oltre ad Alberto. Con pochi soldi, parecchia umiltà e un conto aperto con il destino. Raul, l’ultimo dei quattro, ha una paralisi cerebrale: su una sedia a rotelle, è un eterno bambino di cinque anni. Francisco, non appena ha potuto, ha lasciato il suo lavoro da installatore di tv per poterlo accudire. Non c’è quasi mai stato, papà Contador, alle celebrazioni pubbliche per le vittorie di Alberto: ha sempre preferito rimanere con Raul, gioendo nel silenzio di una casa che la gloria delle due ruote non è riuscita a cambiare.

"Se c’è la volontà, si trova sempre un modo", ama ripetere Alberto. Tutti quelli che lo conoscono ricordano il momento preciso in cui l’hanno incontrato per la prima volta: la forza d’animo che i suoi occhi, le sue gambe e le sue cicatrici emanano è impressionante, in un’accezione quasi fisica del termine. Quando le cose si mettono male, lui dà il meglio.

Mamma Paquita dice che è così perché Alberto è abituato a soffrire. L’incidente del 2004 non è stato il primo né l’ultimo momento di prova, nella sua vita. Ciascuno di essi sembra averlo condotto esattamente al qui e ora della stagione appena cominciata. Ciascuno di essi ha dato forma allo spirito di un uomo che ha un unico obiettivo per le ultime battute della sua carriera da corridore ciclista: vuole riscrivere la storia, e vuole farlo per la gente.

Se Contador può vincere Giro e Tour nello stesso anno? Io dico che non c’è ragione per cui dovrebbe essere stanco, c’è tutto il tempo di recuperare tra una corsa e l’altra. Questo è ciclismo, mica calcio! (Eddy Merckx)

 

PRIMA TAPPA — Il calcolatore

Quelli della mia generazione erano poco più che adolescenti quando un giorno di primavera Davide Cassani, parlando di promesse del ciclismo, li informò che “c’è un giovane spagnolo che va fortissimo in salita e a cronometro, si chiama Contador”.

Molti di noi non l’hanno nemmeno amato più di tanto, all’inizio. Un po’ per un naturale moto di antipatia nei confronti di quelli troppo bravi, troppo forti, troppo talentuosi. Quelli che fanno le stesse cose che fai tu, solo infinitamente meglio. A 25 anni e mezzo, Alberto aveva già vinto le tre corse a tappe maggiori: Tour nel 2007, Giro e Vuelta nel 2008. Il più giovane della storia a riuscire nell’impresa.

Un po’ anche per via di quel cognome che è un programma. Calcolatore, alla lettera. Si presenta al Giro d’Italia del 2008 senza una preparazione specifica: è in spiaggia quando, una settimana prima dell’inizio della corsa rosa, la sua squadra riceve l’invito ufficiale. Nonostante una condizione fisica precaria, conquista la maglia rosa dopo la quindicesima tappa e si limita poi a difendersi dagli attacchi di Riccò. Vince il Giro senza conquistare vittorie di tappa, e i tifosi italiani non vedono nemmeno una volta la sua celebre esultanza, che gli è valsa il soprannome di pistolero: due colpi a pugno chiuso sul cuore e poi uno sparo verso il cielo.

L’anno successivo, sulle strade di Francia, si consuma uno dei duelli sportivi più tesi del decennio. Contador e Armstrong, il pistolero e il cowboy, Pat Garrett e Billy the Kid. Corrono nella stessa squadra, ma non si sopportano. A Verbier, in salita, lo spagnolo stacca tutti e veste il giallo. Trionfa anche nella cronometro di Annecy, e arriva sui Campi Elisi con oltre quattro minuti di vantaggio su un giovane Andy Schleck.

Lance Armstrong, trentottenne e al rientro dopo tre anni di inattività, chiude terzo e invelenito. “Hey pistolero, non esiste io in una squadra. Hai ancora molto da imparare”. Contador, da par suo: “Non ho mai avuto alcuna stima personale nei suoi confronti”. “Pistolero, smettila di sparare stupidaggini”.


Serve davvero una didascalia per descrivere lo sguardo di Armstrong?

 

Il 19 luglio 2010, sempre al Tour, la simpatia di Contador scende ai minimi storici: salendo verso Port de Balès, Alberto attacca nel momento esatto in cui alla maglia gialla Andy Schleck salta la catena; il lussemburghese, a causa dell’inconveniente, cede secondi decisivi e perde la testa della classifica. Sul traguardo di Bagnères-de-Luchon, il pubblico francese fischia sonoramente la nuova maglia gialla.

Contador vince il Tour con un vantaggio complessivo di 39 secondi. Si tratta, per lui, del quinto successo consecutivo in una grande corsa a tappe: da quattro anni vince ogni Giro, Tour o Vuelta cui prende parte. Il giovane scalatore elegante e fantasioso è diventato un corridore scientifico e spietato. Noiosamente dominante.

 

Qualche giorno dopo l’episodio della catena, Contador chiederà scusa a Schleck, rivendicando però che in quello stesso Tour la sua squadra si fosse resa protagonista di un notevole gesto di fair play neutralizzando i tempi della tappa di Spa, quando i fratelli Schleck erano caduti. I due sono comunque rimasti in buoni rapporti. 

 

CRONOPROLOGO — Il ballerino

La fame di vittorie del primo, avido Contador è la declinazione ciclistica di un amore tardivo e in parte represso. Uno di quelli che non di rado si traducono in passioni insaziabili, talvolta violente.

“Oggi mi arrivano in prova ragazzini con Pinarello da 6000 euro e parenti al seguito. Alberto non aveva nulla. I genitori non lo accompagnavano neppure alle corse, perché dovevano badare a suo fratello”, racconta il suo primo tecnico.

Aveva avuto la sua prima bici ormai quindicenne. A dire il vero, le imprese di Indurain gli popolavano la fantasia già da qualche anno, ma la sua famiglia non poteva permettersi di comprargli una bicicleta. Fran, il fratello maggiore, era l’unico in casa ad averne una.

Francisco e Paquita Contador negli anni ’70 avevano lasciato il loro villaggio di campagna nel sud-ovest della Spagna, a pochi chilometri dal confine portoghese, per guadagnarsi da vivere a Pinto, città-dormitorio a un tiro di schioppo da Madrid. Prima di Contador e di un parco divertimenti Warner Bros, Pinto era nota solo per essere il centro geografico esatto della Spagna.

Il piccolo Alberto faceva calcio e atletica, perché non costavano niente. Quando si diplomò, Fran ricevette in regalo una nuova bicicletta, e regalò il suo vecchio macinino al fratello minore. Era una Orbea riverniciata di azzurro, 18 chili di acciaio; i freni funzionavano solo stringendo forte con entrambe le mani, e le marce disponibili erano a malapena cinque.

Tre settimane dopo, in sella a quella bici, Alberto staccava agevolmente Fran e i suoi amici sulle colline tra Pinto e la capitale. Lì, in mezzo ai vigneti, la sua sagoma agile sperimentava per la prima volta l’ebbrezza della solitudine, premio e condanna del più forte. La sua pedalata non appariva per nulla goffa, anzi mostrava un’eleganza del tutto sproporzionata rispetto all’età e al mezzo utilizzato. Una danza, ancor grezza ma già maestosa.

È stato così fin dall’inizio: se commetti l’errore di lasciare cinque o sei metri a Contador non lo riprendi più. Lui è capace di mantenere per un tempo dannatamente lungo la stessa cadenza esplosiva con cui ti ha staccato qualche secondo prima. Osservarlo mentre accelera su un passo di montagna è come osservare la risacca in un porto, d’inverno, con il suo ritmico alzarsi e abbassarsi, con il suo impeto ora energico, ora invece più delicato. Guardarlo danzare sui pedali significa assistere al raro fenomeno del prodigio della tecnica (la bicicletta) che gode nel riconoscersi non più protesi posticcia, ma armonico complemento dell’utilizzatore (il ciclista).

Fran non fece fatica a realizzare — orgoglioso — che il suo fratellino aveva a disposizione un talento semplicemente spaventoso. Diventò suo manager e primo consigliere. Lo è tuttora.


Fran (a sinistra) e Alberto Contador, qualche anno dopo le loro uscite nelle campagne della Spagna centrale.

 

Nei weekend, Alberto cominciò ad uscire poco e ad andare a letto presto. Conosceva solo la bicicletta. La amava senza un minimo di precauzione.

"Mamma, ho un dolore al culo che non ti dico!"
"Vediamo che posso fare…"

La señora Paquita cucì un paio di spalline nella calzamaglia che Alberto usava per le sue uscite: diventarono le sue culottes. Come manicotti, un paio di calzini neri con le punte tagliate.

A 16 anni lasciò la scuola. Campione di disordine in tutto, era scrupoloso solo quando si trattava della bicicletta. Durante una corsa giovanile, a Zamora, cadde e si ruppe un dente e il labbro. Mentre lo trasportavano in ospedale, sanguinante, al primo semaforo rosso guardò fuori dal finestrino e scorse la sua amata con il telaio spezzato. Non smise di piangere per tutta la durata del viaggio, e non certo per il dente, o il labbro. Per la bici. “Con cosa correrò adesso?”, si disperava.

Alcuni corridori pedalano e basta, Alberto invece sa tutto della bicicletta. Quello che lo rende speciale è che punta sempre a raggiungere la perfezione, e non stabilisce mai un limite. Ha solo una cosa in testa: diventare ogni giorno più forte. (Faustino Muñoz Cambron, storico meccanico di Contador)

 

Negli anni da juniores le vittorie furono poche, ma i gran premi della montagna tutti suoi. Cominciarono a chiamarlo pantani. Con la p minuscola, perché pantani è un nome comune di persona. Un pantani è uno che in salita sente che le gambe gli fanno male, ma sa che a tutti gli altri fanno male di più.

Ventunenne, Contador passò professionista con la ONCE di Manolo Saiz. Un anno dopo l’intervento al cervello, esordì al Tour: trentesimo. Il 2006 sarebbe dovuto essere l’anno della svolta, ma, travolta dalle vicende della Operacion Puerto, la sua squadra fu esclusa dalla Grande Boucle a una settimana dalla partenza di Strasburgo. Alberto sarebbe stato prosciolto da tutte le accuse solo poche settimane dopo.

Il nuovo intoppo non fece che esaltare la cocciutaggine di Alberto: il suo ciclo d’oro sarebbe cominciato molto presto.


Solo al comando, braccia alzate, maglia gialla: le idee di Contador sono state sempre abbastanza chiare.

 

GRAN PREMIO DELLA MONTAGNA — Il condannato

Il sangue, che aveva cercato di inondargli fatalmente il cervello qualche anno prima, si ripresenta sulla strada di Alberto verso la fine del 2010, quando el de Pinto ha già vinto più di quello che la maggior parte dei ciclisti può anche solo sognare di vincere in una carriera intera. Questa volta le sembianze sono quelle di un controllo antidoping.

Il 30 settembre viene resa nota la positività di Contador al clenbuterolo (un composto che facilita la respirazione) dopo un controllo effettuato al Tour. La sostanza era presente nel sangue del corridore in quantità minime — qualche picogrammo — e non sarebbe stata in grado di migliorare le prestazioni sportive. Ma il clenbuterolo è bandito dall’Unione Ciclistica Internazionale in qualsiasi concentrazione.

Contador si difende sostenendo si tratti di un caso di contaminazione alimentare: nei giorni precedenti al controllo aveva mangiato carne sospetta. La federazione spagnola crede alla versione del campione e lo proscioglie dalle accuse. Anche il presidente Zapatero prende le parti del corridore. L’UCI e la WADA (l’agenzia mondiale antidoping), però, presentano ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna, dando il via ad uno dei processi più lunghi e controversi della storia del ciclismo.

Ho fatto tutto, tutto, tutto per dimostrare la mia innocenza, compresa la macchina della verità. Cinque ore seduto su una sedia rispondendo a domande come un delinquente. Nell’ultima dichiarazione che ho fatto, ho chiesto che per favore mi dicessero se potevo fare qualcos’altro per dimostrare di essere innocente. Non mi veniva in mente più niente. (Alberto Contador)

 

Corre l’intera stagione 2011 sub-judice, nell’attesa di una sentenza che viene sistematicamente rimandata. A maggio si presenta al Giro d’Italia, e dichiara di essere tornato sulle strade italiane per dimostrare al pubblico che può fare molto meglio di quanto fatto ‘ammirare’ tre anni prima.

Va esattamente così. Il 14 maggio c’è l’ottava tappa, da Sapri a Tropea. Una frazione di trasferimento, senza nessun GPM, solo due tornanti in leggera salita prima dell’arrivo. Sotto il bollente sole siciliano, il gruppo guarda già all’Etna, che sarà scalato l’indomani.

A un chilometro e mezzo dal traguardo scatta Oscar Gatto, con piglio da finisseur. Un corridore senza ambizioni di classifica che cerca gloria in un arrivo a lui congeniale. Tutto abbastanza prevedibile. Subito dietro Gatto, però, si muove, a sorpresa, Alberto Contador. I telecronisti Rai non credono ai loro occhi: “Non vorrei che fosse il 187, Daniel Navarro… Eh no, è proprio lui, Contador!”

A Tropea, nel giorno più inatteso, Contador riesce a guadagnare 17 secondi sul resto del gruppo; ventiquattr’ore dopo, sulle pendici del vulcano, conquista la maglia rosa.

Non c’è storia. Lo spagnolo dà spettacolo su ogni salita, il pubblico italiano — compreso quello della mia generazione — sembra stregato dal suo ‘nuovo’ modo di correre. Guidato dall’istinto più che dal calcolo dei watt, Contador giunge a Milano con oltre sei minuti di vantaggio su Michele Scarponi, secondo, e sette su Vincenzo Nibali, terzo.

 

“Micidiale, come lo è sempre stato in questi giorni. Guardate qua: quando si alza sui pedali è semplicemente spettacolare.” (Francesco Pancani, telecronista RaiSport)

 

Al successivo Tour de France è il favorito. La stanchezza e due cadute nei primi giorni di corsa, però, lo tengono fuori dalla lotta per il podio. Alberto tenta il tutto per tutto nell’ultima tappa di montagna: nel giorno del Galibier, prova un attacco da lontanissimo, sul Telegraphe, prima salita di giornata. Viene ripreso dal gruppo a 25 km dall’arrivo, ma ci riprova ancora ai piedi dell’Alpe d’Huez. Di nuovo ripreso, a 3 dal traguardo. “Non ero venuto al Tour per arrivare quarto o quinto. Almeno ho dato un po’ di spettacolo”.

Pochi mesi dopo, la batosta. Il 6 febbraio 2012 il TAS di Losanna lo condanna per il caso-clenbuterolo. Contador viene ritenuto colpevole per una sorta di calcolo delle probabilità: i giudici stabiliscono che l’ipotesi più probabile (al 51%) per spiegare la sua positività sia la contaminazione attraverso un integratore alimentare. Non una bistecca, come sostenuto dalla difesa; non una trasfusione, come ritenuto dall’accusa: “Non possiamo dire con esattezza cosa sia successo”.

Due anni di squalifica retroattiva, per “responsabilità oggettiva”. A Contador vengono tolte le vittorie al Tour del 2010 e quella al Giro del 2011, quello di Tropea, durante il quale mai era risultato positivo. “Se considero mie quelle vittorie? Non chiedetelo a me, domandatelo alla gente che c’era sulle strade.”


La gente che c’era sulle strade ha fatto a volte delle proposte interessanti ad Alberto Contador. “Accetto lo scambio! Con questo sicuramente mi farebbero meno male le gambe”.

 

ULTIMO CHILOMETRO — Il pellegrino

Per qualche giorno, dopo la sentenza, Alberto medita il ritiro. Pensa a quello che avrebbe fatto se non avesse corso in bici. Forse sarebbe diventato un elettricista. Da piccolo aveva un’ottima manualità unita a una cattiva abitudine: infilava di continuo le dita nelle prese di corrente.

Oppure, sarebbe potuto essere un veterinario. In particolare, adora i volatili. Quando era un ragazzino, a Pinto, usciva al mattino presto con suo fratello Fran, sul trattore di papà, per andare a vedere gli uccelli. Era affascinato dalla loro capacità di volare, ed era convinto che gli sarebbe bastata una bici per provarci anche lui. Altre volte lo si poteva trovarre a Parque del Egido che fischiava, attirando stormi di piccioni, per la disperazione dei presenti. Radunava i volatili attorno a sé, e i pochi spiccioli che aveva in tasca li spendeva così, dandogli da mangiare. Ancora oggi ha un debole gli animali. Niente più cardellini e canarini, ma un cane. Il suo bracco tedesco si chiama Tour.

Per qualche giorno, dopo la sentenza, Alberto ripensa anche al Giro delle Asturie. Alla caduta, al sangue che improvvisamente si smarrisce mentre fa il suo giro. “Quando vivi una cosa così, tutto il resto ti fa sorridere. Presti attenzione a cose che prima davi per scontate, come bere un caffè con un amico. Consideri le tue priorità, e tutto quello che hai avuto dalla vita. Correre in bici è un grande privilegio”.

E allora di nuovo in sella, perché la bicicletta non è solo lavoro. È missione, necessità. Scontata la squalifica, il ritorno alle corse è programmato per settembre, alla Vuelta.

A quattro tappe dal termine, la leadership di Joaquim Rodriguez sembra inattaccabile. Solido in salita, Purito ha accumulato 30 secondi di vantaggio su Contador grazie agli abbuoni. La diciassettesima tappa arriva dopo un giorno di riposo, ed è considerata da tutti innocua, adatta al massimo a qualche fuga da lontano. Invece, a 50 km dal traguardo, Contador parte. Lo fa nel tratto di strada verso Collado La Hoz, una salita che nessuno considera pericolosa.

I più lo giudicano un attacco-kamikaze, ma lui prosegue. Accresce il suo vantaggio nella discesa successiva, dove l’azione trova vigore grazie a Paolo Tiralongo (amico ed ex compagno di squadra) e ai gregari Paulinho e Pires, che erano in fuga. Dietro, il solo Valverde tiene, mentre Rodriguez, il leader, è alla deriva.

La Vuelta è sottosopra. Al traguardo lo speaker urla Historico! Historico!, mentre Contador arriva solitario: è così emozionato da dimenticarsi la sua tradizionale esultanza. Nessuno sparo, ma maglia rossa sulle spalle e vittoria finale ipotecata. Il giorno dopo, il quotidiano Marca titola Ver para creer. Vedere per credere.


A Madrid, ultima tappa della Vuelta 2012, il pistolero indica un 7, il numero di grandi giri vinti in carriera, includendo i due che gli erano stati tolti solo pochi mesi prima.

 

Ma la grande ossessione di Contador, da sempre, è il Tour de France; in molti hanno scommesso che, dopo la squalifica, non riuscirà più a vestire la maglia gialla.

Nel 2013, la corsa francese è il suo unico obiettivo stagionale. Tuttavia al Tour del centenario, per la prima volta nella sua carriera, lo spagnolo appare improvvisamente impotente di fronte allo strapotere atletico e anagrafico dei rivali. Non resiste al ritmo di Chris Froome e alla leggerezza di Nairo Quintana. Non si lancia in alcun tentativo fantasioso. Arriva quarto, triste e staccatissimo. I critici cominciano ad abbozzare qualche teoria sulla fine dell’epoca del pistolero.

Ma non c’è troppo tempo per le argomentazioni. Il 2014 è dietro l’angolo, e cambierà di nuovo tutto. Alberto va fortissimo già ad inizio stagione; vince la Tirreno-Adriatico e il Giro dei Paesi Baschi con azioni irresistibili. Sembra il preludio ad una campagna di Francia finalmente fruttuosa.

Alla partenza del Tour, tra i campi verdi e i fiumi di gente dello Yorkshire, lo attendono agguerriti Chris Froome e Vincenzo Nibali. Il siciliano, in particolare, appare in gran forma. È in maglia gialla già dopo la seconda tappa e in Belgio, sul pavé, rifila minuti a tutti. Froome, acciaccato, si ritira; Contador è costretto a recuperare.

Il 14 luglio è festa nazionale in Francia, ma le strade del Tour sono un po’ meno affollate del solito: sui Vosgi, dove passa la corsa, è una giornata da lupi. Piove, fa freddo, c’è nebbia. In una discesa molto ripida, a 90 km dal traguardo, Contador ha un nuovo incontro poco amichevole con le curve del suo destino. Cade rovinosamente e si frattura una tibia. Lunghi minuti fermo a bordo strada, poi prova a ripartire, sanguinante. È un calvario: dopo 20 chilometri, sale in macchina e si ritira, in lacrime. “Forse ho perso il Tour, ma almeno non ho perso la vita”.


Il grafico con i dati registrati al momento della caduta al Tour rivelano la velocità esatta al momento dell’impatto: 76.8 km/h

 

Quaranta giorni dopo la nuova caduta, Contador è al via della Vuelta. Ancora convalescente, si dice. Dopo la decima tappa è già in testa alla generale. Sulle rampe dell’ultima settimana, poi, il sigillo. Saluta tutti e si avvia solitario sul cammino per Santiago, dove si conclude l’edizione 2014 della corsa spagnola.

Il Puerto de Ancares, nella valle della fatica, è il teatro di un epico scontro con Froome. “Tròvati uno streaming e guardati la Vuelta, c’è quello lì che è indiavolato”: il 13 settembre, un buon numero di messaggi inviati alle nostre latitudini suona più o meno così. Le gambe del britannico frullano a velocità inaudite; Contador resiste a tutti gli attacchi, poi nell’ultimo chilometro la forza per allungare e fare il vuoto. Amico mio, questa è la mia corsa, è la mia storia.

C’è una foto di Joaquim Rodriguez, di nuovo battuto, che racconta meglio di tante parole cosa sia stata la Vuelta 2014. Ma tu chi sei? Cosa ti passa per la testa? Non dicevi di essere infortunato?, sembra domandarsi Purito, torvo, sotto la pioggia.

Tu sei nato per fare il ciclista, gli ricordano alcuni. È troppo facile per te. No, invece. Vincere è il risultato del lavoro costante. Io credo profondamente nell’allenamento, nella fatica. Io do sempre tutto. Il talento non c’entra.

A Pinto si fa festa per il hijo predilecto. Durante le celebrazioni spunta una bandiera verde-bianco-nera dell’Extremadura, regione di origine della famiglia Contador, terra di avventurieri e uomini dalla pelle dura. “Sapete perché è così forte? Perché nelle sue vene scorre sangre de conquistador”.

Alberto, su Twitter, rilancia il suo solito motto: Querer es poder.


Se c’è un uomo in grado di parlarci — anche solo con gli occhi — di cosa significhi essere contemporanei di Alberto Contador, questo è Joaquim Rodriguez. La carriera di Purito sarebbe stata decisamente più gratificante senza il pistolero tra i piedi.

 

VOLATA FINALE — Il pistolero

Con il piccolo Alberto era impossibile essere arrabbiati troppo a lungo. Lui scoppiava a ridere, irrimediabilmente. Gli piaceva tutto. Spesso sembrava avesse la testa tra le nuvole, come accade a chiunque abbia inventiva da vendere. “Nei momenti complicati”, ricorda Fran, “è stato lui a indicarci la strada”.

La strada di Contador, da ciclista, non sarà ancora molto lunga, perché c’è questa cosa antipatica del tempo che va più veloce di te anche se sei un corridore formidabile, e allora a un certo punto devi cominciare a pensare a quale ricordo di te vuoi lasciare. 

E poi devi cominciare a pensare a tutto quello che non hai ancora fatto: “Ho rinunciato a un mare di cose, finora. Amo la bici, ma amo anche la vita, e voglio viverla fino in fondo. Per esempio, muoio dalla voglia di passare almeno 150 giorni all’anno nello stesso posto. E poi diventare padre, se Dio vuole…”

L’ultimo Contador ciclista è un uomo che le prove e i passi falsi della vita hanno reso estremamente libero. È libero dall’ossessione di dover arricchire il suo palmares, di aggiungere qualche riga al proprio curriculum. Si trova nella condizione ideale dell’artista che crea senza committenti, dello scienziato che ricerca per il puro progresso, dello statista che agisce solo per il bene comune, dell’uomo che ama per amare. Vuole che la sua legacy abbia a che fare con la Storia, che sia molto più grande di una “bella carriera”.

Tra poche settimane Alberto Contador proverà a vincere Giro d’Italia e Tour de France, come solo i grandi di questo sport hanno fatto. Coppi, Anquetil, Merckx, Hinault, Indurain. L’ultimo a riuscire nell’impresa è stato Marco Pantani. Quello del suo primo nomignolo, quello con la p maiuscola.

Un giornalista di El Pais, discutendo con Contador di questo progetto, gli ha chiesto se nel ciclismo moderno, con i suoi avversari che si concentreranno solo su una delle due corse, il double non sia un’idea impossibile da realizzare. “A cosa si riferisce esattamente quando dice ‘impossibile’?”, ha risposto lui.

L'ultimo Contador ciclista è un uomo che non ha dimenticato l’insegnamento più importante che abbia mai ricevuto. È stato un giorno, dopo i primi successi, nella casa sempre uguale di Pinto, quando mamma Paquita gli ha detto così: “Alberto, la vita non è sempre giusta. Guarda alle differenze che ci sono nella nostra famiglia. Tuo fratello è ridotto così, mentre tu sei uno dei migliori al mondo nel tuo sport. Non sprecare la tua opportunità”.

Il pistolero sognatore ha fondato una scuola di ciclismo e continua a consigliare questo sport a ogni bambino. In sella alla sua bici, nonostante le vene che sempre minacciano di esplodere, nonostante le fibre che si lacerano ad ogni caduta e le cicatrici che fanno male ogni mattina, Alberto Contador proverà a farci innamorare ancora, e perdutamente, della favola senza fine delle biciclette che sfidano il destino e colorano le valli. Testardo com’è, non è detto che non ci riesca. Di sicuro, sogna di farlo a modo suo: due colpi a pugno chiuso sul cuore e poi uno sparo verso il cielo.

La sua opportunità, oggi, è quella di ispirare ancora tanti, sulle strade e davanti alla tv, e fargli dire, ancora una volta, che c’è Contador, e qualcosa deve succedere per forza, perché Contador ha una forza d’animo impressionante, perché Contador è il più forte. Allora sarà certo di essersi guadagnato il diritto a sedersi, alla fine di tutto, in cima a una collina, al centro esatto della Spagna. Per godere del volo degli uccelli, e recitare con orgoglio il suo mantra:

“Ho dato spettacolo, ho voluto lo spettacolo. Ho attaccato ogni volta che ho potuto. Ho attaccato senza voltarmi ogni volta che cominciava una salita, ogni volta che guardavo le facce di quelli intorno a me e vedevo che soffrivano, ogni volta che li sentivo ansimare, ogni volta che li ho visti nascondere lo sguardo dietro un paio di occhiali scuri.”


Questa illustrazione è stata realizzata nel 2015 da Luigi Coari per "Crampi Sportivi".

 

 

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