Decodificando Mr. Robot

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

In un recente saggio intitolato “The indivisible man”, il giornalista inglese Ned Boulting ha provato a spiegare l’essenza ultima di Chris Froome attraverso la sua esperienza di inviato televisivo, concludendo che, comunque la si veda, i tentativi di comprendere la natura ciclistica e umana del plurivincitore del Tour lasciano la costante sensazione di non cogliere il punto.

La narrativa di Froome a cui siamo stati abituati - e a cui lui ci ha abituati - corre da sempre nei solchi della biomeccanica che sovrasta l’istinto, della razionalità che vince l’emozione; in un certo senso, dell’intelligenza artificiale che ha la meglio sull’umanità. Nei libri e negli articoli, la freddezza del Froome-ciclista sembra fare il paio con l’inespressività del Froome-uomo, contribuendo a definire i contorni di un personaggio alieno e, in quanto tale, facilmente soggetto ad occhiatacce e insinuazioni.

Ma la realtà presente, a ben vedere, è diversa. L’oggettiva complessità caratteriale del trentenne masai bianco non impedisce di evidenziarne l’evoluzione sportiva e personale che, in modo particolare nel corso degli ultimi mesi, è apparsa anzi piuttosto chiara. I contorni umani di Chris Froome sembrano, all’apice della sua carriera, emergere finalmente con forza e decisione, segnando una possibile via per la completa storicizzazione di un fenomeno assoluto del ciclismo degli anni 2010.

Come il protagonista di una serie tv di successo, il carattere di Froome cresce in profondità e spessore dopo ogni corsa, dopo ogni dichiarazione. Come Elliot Alderson, l’ingegnere informatico di Mr. Robot, questo ragazzo silenzioso, quasi sociopatico, nasconde una personalità tutt’altro che anonima, mossa da ideali alti, potentemente rivoluzionari. Non sembra allora un’idea strampalata quella di provare a raccontare l’evoluzione e le prospettive di Christopher Clive Froome attraverso dieci parole-chiave tratte dalla parabola dell’hacker più famoso della tv.

I dieci building blocks seguono un ordine cronologico ma soprattutto logico, e partono da alcuni elementi fondativi della personalità per poi affinarsi e aggiornarsi progressivamente, fino a tratteggiare le forme del 'nuovo' Froome, così come appare alle soglie della stagione più importante della sua carriera.

 

1. NERD   

La refrattarietà di Froome rispetto al contatto con altri esseri umani è reale, ed ha radici profonde.

Quando Chris era poco più che un bambino, il matrimonio tra suo padre (guida turistica nei safari della Flamingo Tours) e sua madre (fisioterapista figlia di inglesi spinti in Kenya dal commercio di caffè) si concludeva in modo pirotecnico tra decine di litigate furibonde. Rimasto solo con la madre dopo la partenza dei fratelli maggiori, rientrati in Inghilterra per gli studi universitari, Chris si accordò con mamma Jane su un’unica, semplice regola di convivenza: nella loro casa, poco fuori Nairobi, non si sarebbe mai più dovuta alzare la voce. Chris, ancora oggi, non sopporta chi si urla e si dimena: gli provoca immediatamente quella stessa, orribile sensazione nello stomaco tipica della sua infanzia da figlio di genitori che si odiano.

Caratteristica distintiva del prototipo di nerd che sarebbe diventato, Chris era un ragazzino molto solitario. Per via degli orari di lavoro della mamma, arrivava a scuola già alle 6 del mattino, un’ora e mezza prima dell’inizio delle lezioni. Seduto su un gradino all’esterno, faceva i compiti dell’unica materia che gli interessava, la matematica (“i numeri avevano una logica che capivo e mi piaceva”). Per il resto, leggeva molto poco e non riusciva a concentrarsi mai troppo a lungo; i suoi amici ricordano bene la testa sempre tra le nuvole e la pronunciata dislessia.

Questo mix di caratteristiche personali e di variabili di contesto sono alla base del Chris Froome silenzioso e introverso che conosciamo. Poche persone importanti, pochissimi amici veri. Sono le imprescindibili fondamenta su cui è cresciuto un uomo che ha recentemente dichiarato che “la vita da monaco mi avrebbe interessato molto, se la bicicletta non mi avesse reclamato”.  

 

2. LABIRINTICO

Un labirinto freddo e perfetto dove nessuno potrà mai trovarmi. Potrebbe averlo detto Chris Froome, invece è uno dei cavalli di battaglia di Elliot Alderson.

Sempre in “The indivisible man”, l’autore sottolinea come la prima volta che vide Froome, alla vigilia del Tour del 2008, il keniano gli fosse sembrato immensamente, incalcolabilmente, irrimediabilmente fuori luogo. Non un ciclista, forse uno studente, un corista, un boy scout riluttante.

Incontratolo di nuovo dopo la conquista del suo primo Tour, nel 2013, Boulting racconta un aneddoto rivelatore: “Ero l’ultimo nella lista degli intervistatori, lui doveva essere esausto. Come prima cosa, per rompere il ghiaccio, gli chiesi, sorridendo, quante interviste avesse rilasciato prima della mia. Mi aspettavo una risposta generica, tipo ‘tantissime’ o ‘un’infinità’. Invece lui fece un breve conto a mente e mi disse: 39”.

Froome ha l’abitudine di annuire e sorridere, quando lo si intervista. Definitely, dice in continuazione. La sua voce suona sempre dolce e pacata, il ritmo della parlata lento e mai enfatico. Il massimo della maleducazione che può ostentare è un passettino indietro, sempre con fare da ragioniere, quando i reporter intorno a sé si fanno troppo pressanti.

Guai, però, a scambiare la sua pazienza per un difetto di personalità, come stiamo per vedere. Prima però ci tocca fare un altro passo indietro nella ricostruzione della personalità di Chris, che diventerà il nostro filo di Arianna per provare a trovare una via d'uscita dal suo dedalo.  

 

3. FONDAMENTALISTA

Accanto all’attitudine verso il lavoro individuale e alla capacità di risultare criptico e rispettoso allo stesso tempo, Froome scoprì molto presto la sua tendenza a diventare tremendamente passionale rispetto gli hobby che lo stimolavano. In principio furono le farfalle, raccolte con cura maniacale in occasione di ogni gita familiare, poi fu la volta degli scorpioni. Infine arrivò la bicicletta: “Quando scopro una cosa che mi piace, voglio fare solo quella. Divento ossessivo. Sono fortunato ad aver fatto di una mia ossessione un lavoro”.

La prima volta che portò a riparare la sua Colnago rimase tutto il tempo a studiare, affascinato, il lavoro del meccanico. Decise che su quella sella avrebbe passato così tanto tempo da far fondere le proprie molecole con quelle della bicicletta.

Era ossessionato a tal punto da non fermarsi nemmeno per riempire la borraccia durante le sue lunghissime uscite attraverso la Rift Valley, solo o in compagnia di David Kinjah, il Leone Nero, ex-professionista e suo mentore, che aveva accolto nella sua scuola di ciclismo quello strano ragazzino pallido, alto e biondo. “Temevo che fermandomi avrei dato al mio corpo il tempo di recuperare. Io volevo allenarmi a resistere di più”.

Durante il periodo in Italia, alla Barloworld di Claudio Corti, per imparare la lingua Froome incollava un foglio con le parole più comuni sul manubrio, e se lo studiava durante l'allenamento. L’incontro, avvenuto nel 2010, con la filosofia dei marginal gains di Dave Brailsford e del Team Sky sarebbe stato il naturale compimento della predisposizione scientifica di Froome nei confronti del lavoro in bicicletta. Micro-coaching e long-term planning avrebbero presto trasformato uno scalatore talentuoso in uno dei corridori da corse a tappe più vincenti della sua epoca.

Tuttora, Froome è considerato da compagni di squadra presenti e passati come un fondamentalista del no-pain-no-gain. Non è raro che, contravvenendo alle indicazioni dei coach, decida di prolungare le sessioni di allenamento ben oltre la durata prevista: si tranquillizza solo quando è convinto dell’impossibilità fisica che i suoi avversari si siano allenati più di lui. “Mi capita di pensare: forse ora Alberto (Contador) si sta bevendo un caffè con gli amici. Allora io mi faccio un’altra ripetuta in salita. Più le gambe mi fanno male, più spero che i miei avversari si stiano divertendo”.    

 

4. ESOTICO

KEN 19850520. Si tratta della prima licenza UCI keniana di sempre ad apparire in cima alla classifica di una corsa professionistica europea: una tappa del Giro delle Regioni del 2007, primo e unico successo di Froome da “keniano”. Un anno dopo, Chris avrebbe ottenuto la licenza britannica: “Qualche volta la cosa migliore che puoi fare per qualcuno che ami è abbandonarlo e lasciarlo crescere”.

La memoria del Kenya riaffiora in Froome continuamente. La sua adolescenza selvaggia tra gli ippopotami e i baobab sembra tradursi in un approccio mentale alle salite ruvido e spietato almeno quanto certe storie che racconta. Da bambino gli piaceva da morire ascoltare il nonno che gli parlava di quando, smarritosi nella giungla, fu costretto, per sopravvivere, ad ammazzare e mangiare l’asino con cui si spostava.

Non meno inquietante è l’amore di Chris per i rettili. Aveva due pitoni in casa, Rocky e Shandy, che nutriva inizialmente con topolini di campagna e ratti, poi con conigli. Non potendosi permettere l’acquisto di conigli vivi  da dare in pasto ai suoi pets (i pitoni si cibano solo di prede vive), Chris era solito rubarli dal giardino di un asilo nelle vicinanze. Li inseriva nella gabbia dei serpenti e si metteva seduto a seguire il lungo processo con cui i due stritolavano e ingoiavano - interi - i poveri roditori che, nel frattempo, emettevano un verso acuto e assordante. “Era brutto da vedere, ma era una mia responsabilità dargli da mangiare”. Un lungo paragrafo della sua autobiografia, The Climb, è dedicato a spiegare per bene i modi con cui un uomo può difendersi da un pitone adulto affamato.

Tutto questo per dire che l’Africa, nel passato di Froome, non è affatto accessoria, non è buona solo come strumento di navigazione tra le pagine della sua infanzia. Quando in The Climb si legge della drammatica essenzialità e dell’odore penetrante della procedura di cremazione all’aria aperta di mamma Jane, morta di cancro in Kenya nel 2008, si intuisce definitivamente quello che l'Africa ha fatto del timido Christopher: un uomo dalla pelle molto, molto spessa.  

 

5. HACKER

Il modo con cui Froome è penetrato dentro il sistema chiuso del ciclismo assomiglia a un concreto tentativo di hackerarlo e trasformarlo dall’interno. Un giorno di tre anni fa, a Tenerife, Ivan Basso - il suo primo e ultimo idolo di gioventù -  lo ha avvicinato per chiedergli come si allenasse e cosa mangiasse: "Ascoltava con grande attenzione tutto quello che gli dicevo. Era come parlare a un neo-professionista", ricorda Chris.

Detto della freddezza delle scelte tattiche e accennato alle peculiarità della programmazione, l'hacking ha ovviamente a che fare anche con lo stile che Froome ha (o, meglio, non ha) in bicicletta.

Nessuna scuola di ciclismo. Tutto quello che sa della bici, Chris l’ha imparato andandoci su, per ore e ore, sulle strade polverose intorno al Lago Magadi. Fino a non molto tempo fa, la sua carenza totale di tecnica di guida del mezzo era un incubo per sé e per gli avversari lungo ogni discesa; il perfezionamento della posizione del corpo e dell’altezza del sellino sono risultati tra i fattori di crescita decisivi, dopo l’approdo in Sky.

Da allora, Chris può dedicarsi esclusivamente a perfezionare il suo modo di correre: gestione matematica delle energie, altissima frequenza di pedalata, sostanza più che forma, gomiti larghi, tappe di montagna corse come fossero cronometro. “Non parto fortissimo, ma calo molto piano. Più lunga è la tappa, più fa male agli altri, e meglio è per me”.

Brutto da vedere? Forse. Rivoluzionario? Di sicuro.  

 

6. BATTAGLIERO

Quando si è trattato di scegliere tra combattere o fuggire, il più delle volte, in passato, Froome ha preferito farsi da parte ed evitare lo scontro. Ne è consapevole egli stesso: “In bici so dare battaglia, ma giù dalla bici sono paralizzato dalla mia passività”. Il Tour de France 2012 e, più in generale, tutta la storia del suo rapporto con Bradley Wiggins sono paradigma dell’approccio froomiano ai problemi di convivenza con uomini diversi o - peggio - simili a lui: “Bradley è timido e riservato, proprio come me. Il che significa che quando siamo insieme non riusciamo affatto a tirare fuori il meglio di noi stessi”.

È la fine del 2011 quando, al termine di una stagione del tutto anonima, pare evidente che il tempo di Froome alla Sky sia finito. “Non hai fatto nulla, non sappiamo se ti terremo”, gli confessa Dave Brailsford. Poi, a settembre, Chris viene selezionato in extremis per la Vuelta, come gregario di Wiggins per le montagne. E le cose cambiano radicalmente: arriva secondo in classifica generale, precedendo sul podio proprio il suo capitano. In vista della stagione successiva, pretende che sul contratto venga specificato che nel 2012 potrà correre il Tour de France curando le proprie ambizioni.

In Francia, qualche mese dopo, Froome e Wiggins si salutano a malapena, non è una novità: “Non c’è ostilità tra noi, solo lunghi silenzi”, fa sapere Chris. Ma sulla salita verso La Toussuire, a 4 chilometri dall’arrivo dell’undicesima tappa del Tour, succede l’imponderabile: dopo aver tirato tutto il giorno e aver ripreso Nibali al termine di un lungo inseguimento, Froome attacca con decisione il gruppetto dei migliori, che comprende anche la maglia gialla, il suo capitano. Seguono interminabili secondi di imbarazzo, poi dall’ammiraglia Sky arriva un ordine perentorio: la prima scelta è Wiggins, Froome deve fermarsi.

È il momento in cui Chris realizza di essere un maschio beta, incapace di prendere dei rischi e di sfidare il rivale alfa per prenderne il posto. Rimane fedele a Wiggins fino alla fine della corsa, ben consapevole che quel Tour avrebbe potuto vincerlo: “Ha vinto Bradley. Il libro è stato scritto. Il documentario è stato girato. Noi abbiamo recitato. E lui non ha nemmeno detto grazie”. A mente fredda l’analisi è ancora più spietata: “Mi hanno tenuto perché sapevano che se mi avessero lasciato andare in un’altra squadra sarei stato l’uomo che avrebbe battuto Bradley e fatto fallire il loro piano”.

Negli ultimi tre anni, la progressiva uscita di scena di Wiggins ha cavato la Sky d’impaccio e lasciato a Froome il controllo assoluto della squadra più forte del mondo. In vista del prossimo Tour, però, qualcuno insinua che la costante crescita del gallese Geraint Thomas, nuovo luogotenente Sky dopo la partenza di Richie Porte, possa rappresentare per Froome quello che lo stesso Froome aveva rappresentato per Wiggins: Brailsford ha dichiarato a VeloNews che Thomas si sta preparando ad essere il co-capitano della squadra.

Ma questa volta nessuno crede che Chris Froome, il nuovo Chris Froome, possa ancora preferire la fuga alla battaglia.      

 

7. VERSATILE

Il nuovo Froome nasce ufficialmente il 9 luglio del 2015 a Le Havre. Nei chilometri finali della 6a tappa del Tour, una caduta di gruppo causa l’abbandono di Tony Martin e patemi d’animo generalizzati. Nella confusione totale, Vincenzo Nibali assume per qualche motivo che Froome sia il responsabile della caduta, e lancia una borraccia nella sua direzione. Dopo il traguardo, Chris, su tutte le furie, si dirige verso il bus dell’Astana “per chiarire la situazione”. Secondo i testimoni, il chiarimento non è per nulla cordiale: un faccia a faccia tesissimo, in cui qualcuno interviene per separare fisicamente i due.

“Io cerco di essere il più educato possibile, ma non prendetela come una debolezza”, dice Chris ai microfoni. “Nessuno pensi di potermi spintonare o di essere irrispettoso nei confronti miei o dei miei compagni. Difenderò sempre quello in cui credo”. E i suoi compagni sono disposti a tutto per uno come lui. Secondo alcuni, è un capitano migliore di Wiggins: sempre allegro e concentrato, è un esempio perfetto per tutta la squadra.

Il Froome 2.0 lascia la Francia con un'altra consapevolezza, quella di essere diventato estremamente consistente anche sui terreni a lui meno congeniali: la discesa, il pavé, la strada bagnata. A ulteriore conferma che qualcosa di nuovo e sostanziale sia scattato nella sua testa, alla Vuelta decide di portare comunque a termine una tappa, la decima, in cui cade, bestemmia, si frattura un piede e si ritrova staccato di molti minuti dagli altri big. Solo qualche mese prima, in una situazione analoga, avrebbe di gran lunga preferito salire sulla comoda ammiraglia Sky.

 

8. PERICOLOSO

La scorsa estate, mentre tutta la RAM di Froome era impiegata per sbrigare quella other shit che può essere la vittoria di un secondo Tour de France, nel suo sistema girava in sottofondo un programmino pericoloso e rumorosissimo. Le accuse di doping nei confronti di Chris sono un malware che mina la sua stabilità da oltre quattro anni, e l’intensità degli attacchi sembra crescere col tempo.

Il trattamento mediatico che ha subito durante l’ultima edizione del Tour non ha precedenti nella breve storia del ciclismo post-Armstrong. Non bastasse l’ostilità degli organi di stampa francesi (“Le Péril Jaune” ha intitolato un giorno Libération; “è di un altro pianeta” ha detto Jalabert in tv, paragonandolo in modo sibillino al vecchio Lance), la maglia gialla ha trovato ampie schiere di nemici sui social network e persino a bordo strada, dove qualcuno si è preso la briga di urlargli dopé nelle orecchie, di sputargli in faccia e di versargli addosso urina.

Froome è il bersaglio preferito di chiunque provi un minimo di frustrazione, più o meno giustificata, nei confronti del ciclismo professionistico. Sulle sue spalle grava per qualche motivo tutta l’eredità peggiore del ciclismo degli ultimi vent’anni. Froome è scientifico, è esploso (quasi) all’improvviso, è capace di numeri sovrumani: proprio come quell’altro. Dev’esserci qualcosa che non va, per forza. 

In realtà il discorso andrebbe esteso a tutta la sua squadra, considerata da molti, per metodi e filosofia, emanazione diretta della 'gloriosa' US Postal. E certo la Sky non è sempre stata impeccabile nella comunicazione mediatica della propria idea di ciclismo e nella giustificazione pubblica di alcune scelte. Ma è a Chris Froome in particolare che viene chiesto di più.

Gli scettici non sembrano accontentarsi di sentirgli dire che “barare non sarà mai un'opzione per me, perché mia madre mi ha insegnato che il carattere è quello che fai quando non ti vede nessuno, mi ha inculcato un senso di responsabilità che vive in me ancora oggi: allontanarmi da questi insegnamenti significherebbe innanzitutto tradire lei”. I dubbiosi chiedono a Froome prove inconfutabili della sua onestà, ne misurano la potenza, affermano che, secondo i loro calcoli, alcune sue performance destino sospetto.

“Fatemi domande. Finché sono oneste e non diventano accuse gratuite, sono felice di rispondere. Cosa posso fare di più per dimostrare di essere un atleta pulito?”, si è chiesto Froome verso la fine del Tour, nella consapevolezza che difficilmente riuscirà a far cambiare idea agli accusatori di professione, ma che un po' (molto) più di rispetto gli è quantomeno dovuto.  

 

9. ANORMALE

In realtà qualche tentativo di sgombrare il campo da tutte le polemiche sulla propria dotazione hardware Froome lo sta facendo. In modo assolutamente volontario, alla fine dell’estate scorsa Chris si è sottoposto a una serie di test atletici presso i laboratori GSK di Londra. A dicembre Richard Moore ha spiegato su Esquire UK come sono andate le cose.

Una delle analisi chiave è stata la misurazione di un parametro fisiologico noto generalmente come VO2max e traducibile come “massimo consumo di ossigeno”. Una persona comune che svolge regolare attività fisica ha valori massimi di VO2 compresi tra 40 e 50 ml/kg/min; Froome nel pomeriggio londinese ha fatto segnare un 84.6. Si tratta di un valore decisamente fuori scala per la media della popolazione: è vicino ai limiti teorici massimi di VO2 raggiungibili da un essere umano. Ma è comunque un valore in linea con quelli di molti suoi avversari e, in generale, con quello che ci si aspetta da un esemplare della nostra specie che compete per vincere l’evento sportivo di resistenza più esigente dell’anno. Normalmente anormale, hanno osservato alcuni addetti ai lavori.

C'è dell'altro, però: quell’84.6 è soprattutto in linea con l’80.2 che Froome aveva fatto registrare in un test analogo del 2007, quando però pesava 7 kg in più (il valore VO2 cresce al calare del peso). “Il motore c’era già”, afferma Jeroen Swart, fisiatra dell’Università di Città del Capo. “Ha semplicemente dovuto perdere un po' di massa grassa”.

Ci sono quindi il calo di peso e la radicale trasformazione dell’alimentazione (uno yogurt alla frutta è il massimo della ‘trasgressione’ del Froome odierno, che considera pasta e pane degli autentici trojans) alla base della maturazione definitiva di un talento naturale preesistente e, sembra, non truccato.

A tutto questo occorre aggiungere la schistosomiasi, una malattia infettiva causata da piccoli parassiti che invadono e debilitano l’organismo. In Kenya oltre il 20% della popolazione ne è infetta; a Froome è stata diagnosticata nel 2010, poco dopo il famoso Giro d’Italia dove era stato squalificato per essersi fatto trainare da una moto sul Mortirolo, quando era ultimissimo in fondo al gruppo. La guarigione completa di Chris dalla schistosomiasi è stata confermata appena due anni fa.  

 

10. RESILIENTE

Il 20 maggio scorso Chris Froome ha compiuto trent’anni. Sebbene possa obiettivamente essere considerato al massimo del suo rendimento atletico, non si fa troppe illusioni rispetto la propria longevità sportiva: “Gli sforzi a cui ho sottoposto il mio corpo presenteranno il loro conto, prima o poi”.

Aggiungete poi che a dicembre Michelle, sua moglie, ha dato alla luce Kellan, il destinatario di tutti i leoncini in peluche conquistati da Chris in terra francese. Kenny Pryde, del Guardian, ha recentemente fatto notare che - Nibali escluso - Froome è l’unico, tra i contenders, ad avere prole.

“Nel motociclismo si dice che, per ogni figlio nato, un pilota perda un decimo di secondo a giro”, arguisce il giornalista. “Forse è una coincidenza, e il paragone è improbabile. Ma rende l’idea”. Lo stesso Chris ha riconosciuto in un’intervista su ProCycling i ‘rischi’ collegati all’essere padre: “Immagino sarà più difficile stare a lungo lontano da casa, sapendo che mia moglie è sola a casa col bambino. Voglio vederlo crescere e so già che mi mancherà molto. È un grande sacrificio”.

I motivi per sperare, per gli avversari di Mr. Robot, si esauriscono però qui. Quando pensavamo che per lungo tempo a venire non avremmo conosciuto dominatori solitari di un’epoca, eccoci nel pieno dell'era-Froome.

Non che a lui interessi troppo, in realtà. “Non è la gloria, non sono i riconoscimenti”, ha dichiarato il mese scorso. “Quello che mi motiva è la performance in sé. Voglio essere il miglior atleta possibile, voglio spingere i miei limiti sempre più in là”.

Che Chris Froome avesse inteso la sua mission di campione non tanto come un adempimento personale ma piuttosto come un compito universale, lo si era intuito chiaramente già sul Mont Ventoux, nel 2013, dopo la vittoria di tappa più impressionante della carriera: “Non deve succedere mai più che un bambino che guardi passare i ciclisti sul Ventoux possa pensare che forse era solo un’illusione creata dalla chimica”. A Parigi, qualche giorno dopo, nei ringraziamenti d’ordinanza, avrebbe emblematicamente concluso il suo discorso affermando che la sua era una maglia gialla che avrebbe resistito alla prova del tempo, a voler significare un taglio netto con quel passato che solo poche settimane prima aveva conosciuto il suo climax drammatico nella confessione di Armstrong.

La parabola di Chris Froome, il ragazzo silenzioso, quasi sociopatico, che pubblicamente appare come un composto ingegnere ma poi si rivela essere un hacker con ambizioni rivoluzionarie, non è costruita in modo da attirare le simpatie dei romantici. I suoi scatti ad alta frequenza continueranno a infiammare pochi cuori, perché Froome è mosso dall’urgenza della necessità esistenziale più che dall’estro del talento puro.

A ben vedere, la sfida più complessa che lo attende nell’ultima parte della sua carriera non ha a che vedere con le prove di autenticità che molti ancora gli chiedono, né con l’ambizione di segnare un’epoca con il proprio nome. Si tratta piuttosto di riuscire a trasmettere l’idea che la bellezza può rivelarsi anche attraverso la sublimazione di un’ossessione; che il carattere di un protagonista può formarsi lentamente nel corso del plot, ricalibrarsi di continuo, apparire diverso al punto di confondere le idee dello spettatore, ma non per questo produrre un effetto meno memorabile.

Quando gli hanno chiesto di spiegare come faccia ad apparire così rilassato durante i confronti in alta montagna con i propri avversari, mentre tutti sono al limite delle proprie forze, il nuovo Chris Froome ha sintetizzato così la grande certezza del suo presente: “È come stare tutti con le mani sul fuoco, e il primo che le tira via perde. Io semplicemente so che non sarò mai quello che tirerà via le mani per primo”.    

 

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