Ichi ka bachi ka!

  • Di:
      >>  
     

    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Ne "L'estate di Kikujiro”, grande classico di Takeshi Kitano, il piccolo Masao e il vecchio Takeda si ritrovano a corto di denaro durante il loro viaggio attraverso il Sol Levante. Senza disperarsi, la soluzione più semplice che trovano è dirigersi al primo velodromo: nell’incalzare di una colonna sonora vibrante, investono i loro ultimi risparmi in scommesse. È la classica puntata della vita, la cosiddetta "Exacta": bisogna indovinare i primi due classificati nell’ordine esatto. Due numeri o niente. Le sorti dell'improbabile coppia sono alterne, in ogni caso più felici di quelle dei coloratissimi ciclisti su cui scommettono. Il keirin, inventato in Giappone nel 1948, è rito più marziale che agonistico. Un gioco di disciplina, una sfida della sorte a pedali.

Il keirin che vediamo alle Olimpiadi dal 2000, invece, è tutt'altro sport. I suoi protagonisti non escono dalle rigide selezioni delle accademie; non sono obbligati a quindici ore di allenamento al giorno e a esami periodici. Per i corridori del circuito internazionale l'esame più importante avviene ogni quattro anni, e non al Keiokaku di Tokyo. Stavolta, a Rio de Janeiro. Uno sport diverso, certo, ma con la stessa propensione verso il rischio. Il keirin non lo vince per forza il più veloce, ma chi allo sprint riesce a fondere astuzia, colpo d'occhio e istinto suicida.

La posizione di partenza si sorteggia prima del via: prima si faceva con un sacchetto di bussolotti, ora con un tablet, ma a decidere resta la sorte. Poi si parte in fila indiana dietro un derny, un motorino che in passato produceva un inconfondibile odore di carburante e che oggi è elettrico. Si parte a 30 all'ora, si sale fino ai 50, poi si apre il sipario e ciò che accade accade: nel keirin, finché non si staccano le mani dal manubrio, vale tutto. Si può finire anche a pedalare sulle balaustre, come mostrato con assurdo equilibrio dall'olandese Lauren van Riessen durante le semifinali femminili. Ciò che non vale è superare il derny, ed è quello che ieri sera hanno azzardato prima il favoritissimo Jason Kenny e poi il suo sfidante Joachim Eilers. La finale maschile è stata così costretta alla ripetizione ancor prima di decollare, esaltando la tensione di una corsa che lungo i fili tesi ci sguazza. 

Proprio su quei fili ha imparato a destreggiarsi un piccolo lord come Jason Kenny, sei ori olimpici e tre mondiali, prossimo Sir di Elisabetta II e re della velocità anche a Rio. Ha vinto anticipando il rischio, come riescono a fare solo i padroni della corsa. Non ha avuto bisogno di infilarsi in uno spazio che esiste soltanto nella speranza - come ha fatto l’olandese Büchli per prendersi l’argento - né di spremersi in una rimonta impossibile come quella del malese Azizulhasni Awang, bronzo. Awang è noto anche come pocket rocket, piccolo razzo, ultimo pazzo del ciclismo dei pazzi, funambolo tascabile che strega i cuori di chi anela all'imprevedibile. In una finale partita tre volte, Awang ha sfidato la sorte ad ogni slancio; Kenny, scientifico controllore dell’elettricità dell’aria, l'ha fatto una volta sola. "Ichi ka bachi ka”, dicono i giapponesi. Uno o otto, tutto o niente. Il numero uno ha pescato l’uno, jackpot!