La guerra è finita

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Mercoledì pomeriggio si consegnerà alle raffiche di shamal molto prima di Martin e Dumoulin. “Se quelli che partono dopo di me bucano tutti, vinco”. Alban Nuha ha trent’anni ed è all’esordio mondiale. A dirla tutta, non ha mai corso una cronometro in vita sua. “Quaranta chilometri sono tanti, in più ho un problemino al ginocchio. Gliel’ho detto alla federazione che sono al 50%, ma mi hanno fatto sapere che non c’è alternativa”. Il campione kosovaro in carica, Qendrim Guri, si è infortunato due mesi fa a Rio de Janeiro, investito da un’auto durante una sgambata, liberando un posto per Alban sul volo diretto a Doha. “Sarà un onore esserci”.

Dopo il battesimo olimpico e quello nelle competizioni FIFA, il Kosovo esordirà lunedì ai mondiali di ciclismo. La giovane repubblica balcanica si è proclamata indipendente dalla Serbia nel 2008, dopo dieci anni di amministrazione provvisoria dell’ONU; prima, la guerra. Lunga, feroce. Alban la ricorda bene, ma ne parla poco. Sprinta oltre. “Avevo dodici anni quando mio padre tornò a casa con una bici da corsa e me la regalò”. Fu un segno, la guerra era finita. Un giorno Alban incrociò sulle colline di Ferizaj una squadra di ragazzini della sua età: sulla prima salita li staccò tutti. “Probabilmente erano alle prime armi anche loro”, si schernisce. “Arrivati in cima, l’allenatore mi offrì una Coca-Cola”. Iniziarono otto anni tra libri e pedivelle; ventenne, Alban esordì al Giro dei Balcani. “Mi ritirai dopo sette tappe, ero troppo giovane”.

Il Kosovo degli anni 2000 era un paese pacificato ma poverissimo. Laurea in scienze motorie al seguito, nel marzo del 2007 Alban fece rotta verso la sponda occidentale dell’Adriatico. Un suo fratello maggiore viveva a Bisceglie, lui trovò lavoro come riparatore di tende da sole. Due anni dopo, l'astinenza da bici si fece incontrollabile. Andò a comprarsene una a Corato, 15 chilometri nell’entroterra barese, ulivi a perdita d’occhio. Il titolare del negozio seguì con attenzione Alban mentre metteva insieme i pezzi della sua nuova bicicletta, poi gli fece una proposta. “Maurizio mi disse che ci sapevo fare, e che a lui serviva giusto un meccanico”. Alban aveva trovato in un colpo solo un nuovo impiego e nuovi compagni di allenamento: il suo datore di lavoro era anche il presidente di un team locale. “Usciamo ogni pomeriggio durante la pausa pranzo. Facciamo un po’ di tutto, ma io preferisco la mountain bike”.

Nell’ultimo decennio, la Puglia ha dato ad Alban anche una moglie, Rosa, e un figlio, Liam, oltre che una seconda cittadinanza e vocali molto aperte. “Secondo me gli italiani amano troppo poco questa terra”. Quando gli si chiede con quale spirito vada in Qatar, il barese di Ferizaj non ha dubbi: “Vincere, è quella la speranza che spinge ogni ciclista a partire”. A Doha si imbatterà, tra gli altri, anche in Sagan. I suoi compagni di allenamento dicono che Alban ricordi Peter per struttura fisica ed esplosività, ma lui non è affatto convinto di chiedere un autografo al campione slovacco. “Secondo me sarà lui a chiederlo a me”, ride.