Credere nella perfezione

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Qualche mese fa Fabian Cancellara si è accorto che il ciclismo non era più la sua vita. Era - certo - ancora un lavoro appassionante, attività che avrebbe potuto dargli un ultimo contratto, magari qualche altra soddisfazione sportiva. Ma il suo istinto puntava già da un pezzo verso una nuova vita: andare al cinema con la moglie, imparare a suonare il pianoforte, lasciare le valigie disfatte per un bel po’. Prendere la bici soltanto per accompagnare sua figlia a scuola. Prima, però, c’era la vita precedente da concludere: “Vorrei lasciare un ricordo positivo, come Coppi, Bartali e Merckx”, diceva a inizio stagione.

Cancellara non ha mai avuto difficoltà ad interpretare - credibile e mai forzato - il ruolo di mito vivente del suo sport. Ha prima accettato, e poi amato, un soprannome che non esauriva l'essenza ricercata del campione, tantomeno quella raffinata dell’uomo. Roberto Petito, ai tempi della Fassa Bortolo, decise di ribattezzare il ragazzone di Berna come l’eroe del kolossal di Kubrick, Spartacus. Aveva ragione: il primo livello di lettura della storia dello svizzero non può che essere l’epica. Cancellara è stato combattente dotato di forza sovrumana, semidio capace di sciogliere i cronometri e di smussare il pavé, ciclista-eroe teletrasportatosi da un tempo remoto.

Ma in Cancellara la categoria della forza bruta è stata sempre complementare, se non minoritaria, rispetto a quella dell’intelligenza. La locomotiva (questo l’altro suo novecentesco soprannome) ha saputo vincere da favorito e da outsider, da solo e in volata, in linea e a cronometro, adattandosi ogni volta a contesto e avversari. Negli anni migliori della carriera è apparso nulla meno che imbattibile, faceva esattamente quello che programmava in privato e che prometteva in pubblico. “Credo nella perfezione. La perfezione comincia al mattino e termina con la vittoria”, è la frase-simbolo del suo dominio.

L’ultimo ricordo dell’epopea di Cancellara sarà la cronometro di Rio: pensata, preparata, stravinta. Dumoulin e Froome ci hanno provato, a intromettersi; Dennis ha persino rotto un’appendice del manubrio per rovinargli il finale. Ma oggi l’inverno di Grumari pareva la primavera delle Fiandre, oppure - meglio - l’autunno di Atella. Da lì, dalla Lucania ruvida e boscosa che si consuma all’ombra del Vulture, emigrarono anni fa prima il nonno (cameriere) e poi il papà (elettricista) di Fabian: a lui piace un sacco la definizione “svizzero con sangue italiano”, sostiene spieghi bene la combinazione di qualità che l’hanno reso leggenda e gli hanno consentito di ottenere tutto quello che ha ottenuto in carriera. Vinta una delle sue ultime corse, che è anche il suo secondo oro olimpico, Cancellara ha fatto l'unica cosa che non aveva mai fatto prima: ha pianto, e lo sa solo lui se era più per gioia o per nostalgia.