Demain tout commence - Ascesa e tormenti di Romain Bardet

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Un appassionato di ciclismo

Philippe Bardet ricorda che nel mese di luglio era il piccolo Romain a portare ogni giorno una copia de L’Equipe a casa. Aveva cominciato a farlo all’età di otto anni. Di solito lo spazio dedicato al ciclismo era poco, ma durante le settimane del Tour de France Romain aveva un bel po’ da leggere tra cronache, reportage e analisi tattiche della corsa.

Confrontando ciò che aveva visto in tv con quello che scriveva il giornale, cercava di comprendere meglio l’universo del Tour de France e le dinamiche dello sport che aveva da poco preferito al calcio, perché il calcio si giocava in un campo chiuso, e lui invece aveva bisogno degli spazi e degli abeti dell’Auvergne.

Oggi della Grande Boucle Romain Bardet è uno dei protagonisti più scintillanti, ma certe abitudini non le ha perse. Il 13 luglio 2016 ha mostrato in un tweet la situazione-tipo del suo letto qualche ora prima di una tappa del Tour: sul lenzuolo bianco campeggiavano una copia de Le Monde, una del Courrier International, una del settimanale di musica Les Inrockuptibles e, ovviamente, una de L’Equipe.

“Sono un appassionato di ciclismo”, spiega Bardet. “Ogni mattina leggo le analisi dei giornali perché mi interessano e perché mi aiutano a rimanere collegato al Tour”.



Il giusto peso alle cose

Il pericolo che la più concreta speranza della Francia di riconquistare dopo 32 anni il Tour si scolleghi dall’asfissiante routine della corsa più importante del mondo è in effetti tutt’altro che remoto. Bardet è un ragazzo che coltiva diversi altri interessi oltre allo sport. Per sua stessa ammissione, come uomo non si sente definito dal ciclismo, e vincere il Tour de France non è la sfida più importante della sua esistenza. 

“La mia vita continuerà a piacermi anche se non vincerò il Tour. Ci sono altre cose oltre alla bici. Con i miei amici, ad esempio, non parliamo mai di ciclismo. È importante dare il giusto peso alle cose, perché io non sono un genio, non ho inventato nessun vaccino. Sono solo un ciclista. Capisco che lo sport regali emozioni a moltissime persone, ma alla fine è solo sport.”

Nella ristrettissima cerchia di amici di Bardet non è raro che si chiacchieri di economia e management, materia in cui il capitano dell’Ag2r ha recentemente conseguito una laurea magistrale. A Grenoble, al termine di un corso erogato in e-learning. 

“Per recuperare gli allenamenti persi a causa delle lezioni mi sono dovuto allenare anche durante i giorni di riposo, ma interrompere gli studi non è mai stato in discussione”, ha detto due mesi fa Bardet a L’Equipe. “A maggio ho fatto tirocinio presso la squadra di rugby di Clermont-Ferrant, l’obiettivo era migliorare la fidelizzazione dei tifosi. Ho studiato i metodi dei club inglesi, credo che il ciclismo abbia molto da imparare da uno sport come il rugby”.

Un altro argomento di discussione caro a Bardet, che una volta ha dichiarato che il momento più emozionante del suo primo Tour de France era stato stringere la mano al Presidente della Repubblica francese, è la politica internazionale. I suoi genitori, un insegnante elementare e un’infermiera, gli hanno trasmesso, oltre alla passione per la campagna e il vino – che è un premio, mai un desiderio in sé - anche un’idea molto forte di cittadinanza: Bardet crede che andare a votare più che un dovere sia un’esigenza.

Durante la campagna elettorale americana, non si è tirato indietro nel commentare criticamente la vittoria di Trump insieme ai giornalisti di Velonews. Agli inglesi di Procycling, invece, ha voluto sottolineare la sua posizione in tema di Europa: “Io sono di Brioude, un paesino nel sud dell’Auvergne, e l’Auvergne è casa mia, e come tutti i miei corregionali sono molto legato alle mie radici. Però io mi sento anche profondamente francese, e mi sento europeo. Credo sia importante dirlo in questo momento.”



 

L’eterno insoddisfatto

L’estrema varietà di interessi di cui si nutre Bardet è riflesso diretto del suo essere alla continua ricerca di qualcosa di nuovo: uno dei soprannomi che meglio lo identificano è èternel insatisfait. Secondo Pierre Carrey di Libération, in Bardet l’insoddisfazione confina a volte con l’infelicità: “C’è questo velo di tristezza che incombe suo volto, come se avesse dei conti in sospeso con se stesso. Bardet non è quello che voleva essere da ragazzo (un brillante ingegnere, oppure un dottore di ricerca in letteratura), né il ciclista che vorrebbe essere oggi (sempre il migliore, il che è impossibile). Per questo la sua espressione di default non è mai realmente felice”.

Carrey sostiene che anche il brillante secondo posto al Tour dello scorso anno si sia trasformato per Bardet in un problema. Il suo attacco nella tappa alpina di Saint-Gervais Mont Blanc era stato uno dei momenti spettacolarmente più alti dell’edizione: nel grigio di una giornata di pioggia e di un altro Tour blindato dalla Sky, Bardet aveva realizzato che temporeggiando ancora avrebbe portato a casa il 6° posto, ma il 6° posto non gli interessava, allora se n’era andato in discesa insieme al compagno Mikaël Cherel e aveva proseguito fin sul traguardo vincendo la tappa, rimontando in classifica e guadagnandosi le prime pagine dei quotidiani francesi per tre giorni consecutivi.

“Tuttavia il suo progetto era di arrivare quarto, non secondo”, argomenta Carrey. “Nel 2016 si aspettava un passo avanti, ma non così lungo. Il secondo posto gli ha lasciato in eredità la certezza che se quest’anno non dovesse ripetersi, in molti lo criticheranno.”

Soprattutto per questa ragione, Bardet ha considerato a lungo l’opzione di imitare il suo amico e rivale Pinot e dedicare la stagione 2017 all’assalto al Giro numero 100, piuttosto che al Tour. Bardet ama l’Italia e ha la piena consapevolezza che il ciclismo non sia solo il Tour, anzi baratterebbe volentieri un successo in una tappa alpina con uno in una grande classica, magari la Liegi-Bastogne-Liegi, la sua preferita. Poi però ha deciso che fosse il caso di insistere con la Grande Boucle e di non frenare le proprie ambizioni. 

“Io non sono un sognatore”, ha confidato a Velonews. “So cosa sono in grado di ottenere e cosa no. So di non essere al livello di Froome e Quintana, ma posso sfidarli. Credo di non aver ancora raggiunto il mio limite, ho i miei anni migliori ancora davanti.”



 

Bardet l’analitico

Dopo il secondo posto dell’anno scorso, migliorare per Bardet significa solo una cosa: vincere. E vincere significa mantenere le promesse associate da sette anni alla carriera di un giovane scalatore non predestinato, ma emerso, come sottolineato dal patron dell’Ag2r Vincent Lavenu, grazie a un perfetto di mix di qualità naturali, ambizione ed etica del lavoro.

Nel 2010 si fece notare al Tour de l’Avenir, vincendo la classifica a punti in un’edizione dominata dal coetaneo Quintana. Nel 2012 è passato professionista con la storica squadra francese sponsorizzata dalle assicurazioni, e da allora il suo progresso è stato rapido, costante.

Nel 2013, al suo primo Tour, si è piazzato 15°. L’anno successivo è arrivato 6° ed ha approcciato con convinzione le classiche: 10° alla Liegi, 11° al Lombardia. Poi, nel 2015, il premio della combattività e la prima vittoria di tappa al Tour de France, in solitaria a Saint-Jean de Maurienne. Bardet ricorda che quel giorno passò troppo in fretta per i suoi gusti, per questo l’anno scorso ha rallentato prima di alzare le braccia a Saint-Gervais, mettendo in pericolo la conquista del secondo posto in classifica generale: voleva assaporare meglio la sua più bella vittoria di tappa al Tour.

Oggi è il rappresentante più accreditato di una moltitudine di giovani corridori che sta riportando la Francia ai vertici dello sport a due ruote. “La mia generazione è fortunata”, è convinto Bardet. “Adesso c’è modo di competere e vincere. Mi fido dei miei avversari, è evidente che oggi molti più giovani riescano a farsi strada in gruppo.”

Secondo i suoi compagni e preparatori, Romain Bardet è capace di ammazzarsi di lavoro. Sul suo profilo Instagram, in una sapiente alternanza di post on e off the road, Bardet parla spesso dei suoi infiniti blocs d'entraînement. In uno scatto dello scorso gennaio lo si vede addirittura alle prese con un imponente bilanciere: #powertraining è l’hashtag, sebbene la potenza sia uno degli ultimi concetti che vengono in mente guardando la sagoma sfilacciata del francese.

Bardet in fase di preparazione è un perfezionista. È attentissimo alla nutrizione, si interessa di nuovi materiali e tipologie di allenamento all’avanguardia. Alcuni miglioramenti nella scelta degli stage in altura della sua squadra li ha introdotti direttamente lui, dopo aver studiato relative pubblicazioni universitarie. Come buona parte dei suoi colleghi, Bardet crede che oggi per diventare ciclisti migliori occorra rigore scientifico per ridurre la componente di aleatorietà delle corse.

Quello che lo rende un corridore diverso dagli altri è la convinzione che l’evoluzione tecnica sia però del tutto compatibile con quella che lui definisce “l’avventura umana”.



 

Bardet il romantico

In una contraddizione solo apparente, Bardet l’analitico si trasforma in gara in uno dei corridori più istintivi e coraggiosi del gruppo. “Quando gareggi, l’allenamento è finito. Non serve più guardare ai watt”, ha detto a Procycling. “In corsa il ritmo non ti viene dal battito del cuore, ma dalle sensazioni. Le corse sono istanti, ispirazioni. Sono esperienza che deriva dalle corse precedenti, perché l’intuito non è mai follia. È una connessione di diverse percezioni extra-fisiche che definiscono la tua capacità di essere forte.”

È così che la propensione all’improvvisazione di Bardet si rivela non come mancanza di alternative, ma anzi come esaltazione quasi artistica della sua personalità. Per questo Bardet piace a molti tifosi, e soprattutto ai suoi direttori sportivi, che se lo coccolano. “Anche se al prossimo Tour dovesse finire quinto, sesto o settimo, non sarà un fallimento”, ci tiene a dire Julien Jurdie, ds dell’Ag2r. “Sappiamo che Romain sarà al massimo e darà tutto quello che ha. Non è sempre necessario attaccare un numero alle cose”.

Durante l’ultima Parigi-Nizza, più che alle cose Bardet si è attaccato a un’ammiraglia. Nel tentativo di recuperare sul gruppetto dei migliori in seguito a una caduta, si è fatto trainare dall’auto della sua squadra ed è stato squalificato. Nelle ore successive, tuttavia, l’intensità del messaggio con cui si è scusato per l’accaduto hanno trasformato un passo falso in un’occasione per ribadire senza giri di parole un modo di essere, uno stile:

Sono profondamente costernato, perché nulla giustifica l’aiuto prolungato dell’ammiraglia. Questa pratica, troppo spesso tacitamente tollerata in gruppo, trova oggi dei paletti necessari per garantire la probità del nostro sport. Mi scuso sinceramente presso gli organizzatori e il pubblico.

 

Come un mercoledì pomeriggio

In uno sport che la storia racconta essere fatto di eroi monodimensionali, di dèi che incarnano fondamentalmente un vizio o una virtù, la temperanza, la forza o l’ira, quelli e non altri, le molteplici sfaccettature della personalità di Romain Bardet, intellettuale e istintivo insieme, razionale e romantico allo stesso tempo, si fondono in un concentrato tanto complesso quanto intimamente moderno.

Bardet è una risorsa unica del ciclismo contemporaneo perché, nonostante concordi con Fignon sull’evidenza che il suo sia uno sport che abbrutisce, che a fine giornata ti rende incapace di leggere un articolo per intero o di prestare attenzione al tuo programma radiofonico preferito, è ancora in grado, alla vigilia di un Tour de France che lo vede tra i candidati alla vittoria, di distinguere chiaramente le ragioni che fondano la sua passione: “È ancora come i mercoledì pomeriggio in cui ho iniziato ad andare in bici: mi appassiona la geografia del ciclismo, lo spirito del viaggio.”



 

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