Hemingway, il ciclismo, l'Italia - 3/3

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    Ha avuto il trauma infantile della Grenoble-les Deux Alpes

Terza parte: Bartolomeo Aymo

 

L'esperienza italiana e la passione per le corse in bicicletta si fondono in un riferimento di Addio alle Armi. Uno dei principali protagonisti del romanzo, l'autista del comando di Frederic Henry, viene chiamato da Hemingway come un famoso ciclista degli anni '20: Bartolomeo Aymo.

Non può essere un caso, Hemingway sceglieva accuratamente il nome dei protagonisti dei suoi romanzi.

Bartolomeo Aymo era un ciclista tenace e coraggioso, incline al sacrificio, fortissimo in salita. Ebbe un’ottima carriera, ma non fu mai un vincente. Nato a Carignano, nel torinese, dopo aver iniziato a correre in Sud America ottenne importanti risultati in Europa. Terzo al Tour de France del 1925 e del 1926 e quarto nel 1924, secondo al Giro d'Italia nel 1922 e terzo nel 1921, 1923 e 1928.

Rispetto a gente come Lucien Buysse e Nicholas Frantz, autentici macinatori di chilometri, Aymo era più agile, meno potente, abile nel trasformarsi nel momento di maggiore sforzo in una creatura elegante e piena di dignità.



Le cronache dell’epoca forniscono una descrizione precisa delle qualità morali del corridore Aymo: sfortunato, alle prese con tempeste o con gomme bucate, costantemente ad aiutare i capitani, Aymo ha sempre dovuto accontentarsi di piazzamenti d’onore. Gherardo Bonini, storico del ciclismo, conferma quanto Aymo fosse “destinato alla sconfitta, nonostante una grande volontà di resistere”.

Nell’articolo de La Stampa “Vittoria di Lucien Buysse”, che racconta la tappa pirenaica Bayonne-Luchon, con in mezzo Aubisque e Tourmalet, il 7 Luglio 1926 è scritto:

Aymo buca, ripara e parte, buca di nuovo ripara ancora, ma il tubolare non vuol restare aderente al cerchione per mancanza di mastice. […] Aymo riprende il gruppo, ma nello stesso istante buca una prima volta e subito dopo una seconda. Povero Aymo, che disdetta! Il buon torinese, non si perde di coraggio e si mette con gran tenacia all’inseguimento. [...] Aymo insegue fresco, aumentando il suo distacco da tutti gli altri. [...] Aymo che marcia magnificamente e non è ancora affaticato riesce a sorpassare Talien e Dejonghe che lo precedevano. Dopo una rapida discesa Buysse piomba sul traguardo. Aymo che ha fatto una meravigliosa corsa, giunge secondo, senza aver mai subito un momento di debolezza e dando prova di grande energia e coraggio.

 

Da notare l’uso del sostantivo “disdetta”, probabilmente la migliore traduzione italiana di “salao”, la terribile forma di sfortuna che affligge Santiago, il pescatore de Il vecchio e il mare, il quale aveva, in un certo senso, la stessa tenacia eroica di Bartolomeo Aymo:

Il pescecane si rivoltò e mostrò al vecchio l'occhio senza vita, e poi si rivoltò di nuovo avvolgendosi in due giri di sagola. Il vecchio sapeva che era condannato, ma non si sarebbe rassegnato. [...] Ed era il dentuso più grosso che abbia mai visto. E Dio sa che ne ho visto dei grossi. Era troppo bello per durare, pensò. Ora vorrei che fosse stato un sogno e che non avessi preso il pesce e fossi solo nel mio letto coi giornali. “Ma l'uomo non è fatto per la sconfitta” disse. “L'uomo può essere ucciso, ma non sconfitto.” Però mi dispiace di aver ucciso questo pesce, pensò. Ora comincia il brutto, e non ho neanche la fiocina. Il dentuso è crudele e capace e forte e intelligente. Ma io sono stato più intelligente di lui. Forse no, pensò. Forse ero soltanto armato meglio. “Non pensare, vecchio” disse ad alta voce. “Naviga in questa direzione e preparati a quel che avverrà.

 



In un altro articolo de La Stampa, "Aymo vince alle porte d'Italia", viene descritta la sua vittoria nella tappa Nizza-Briançon del Tour de France 1926. Qualche giorno prima, Aymo aveva pensato di abbandonare la corsa per il catarro che gli rendeva difficile la respirazione, tuttavia si trovava in quei paesi della Francia dove si parla tedesco e, a corto di soldi, non sapeva a chi rivolgersi per chiedere un prestito e comprarsi il biglietto del treno. Sembra il manifesto dell’anti-eroe hemingwayano, forte, virile, tenace, che combatte contro numerosissime avversità:

Vediamo l’atleta torinese, il quale ha già percorso più di 4000 km, dominare questa montagna, la più aspra che abbiamo sinora veduto, con una forza e una volontà che hanno del sovrumano. […] Il campione torinese, bello nello sforzo, che non lo fiacca, ci chiede: “Quanti chilometri ancora alla vetta?”.“Forza, forza! Due soli!” rispondiamo. Una raffica improvvisa di pioggia violenta lo investe in pieno. Ma questo campione, che pare forgiato nel bronzo, trae nuovo vigore e nuovo coraggio dallo scatenarsi degli elementi.

 

Non può non tornare alla mente la grazia del torero Pedro Romero in Fiesta:

Romero non si contorceva mai, era sempre diritto, puro e spontaneo. Gli altri ruotavano come cavaturaccioli, con i gomiti alzati, e si protendevano verso i fianchi del toro quando le corna erano passate, per dare una fittizia impressione di pericolo. Ma poi tutto quanto era artificioso e falso appariva e spiaceva. Romero invece davvero dava emozione, perché manteneva costante nei movimenti l'assoluta purezza di stile e con calma e distacco lasciava le corna passargli vicino ogni volta. Non aveva bisogno di enfatizzare la loro vicinanza.

 



La scelta di quello specifico ciclista da parte di Hemingway non è casuale, perché l’autista protagonista di Addio alle armi è coerente con le caratteristiche caratteriali del ciclista realmente esistito. Bartolomeo Aymo si spende per procurare cibo agli altri senza mai lamentarsi, cerca di spostare faticosamente l’ambulanza intrappolata nel fango, infine resta fatalmente ucciso durante la confusione della ritirata di Caporetto dalla retroguardia italiana.

La sua morte viene utilizzata come paradigma della caducità dell’esistenza, prima della famosa analogia delle formiche:

È la sorte morire, e non si ha tempo d'imparare il perché; vi buttano nella vita dandovi un mucchio di doveri, e appena siete indifesi vi assassinano gratuitamente come Aymo, o prendete la sifilide come Rinaldi, e alla fine vi uccidono sempre. Potete esserne certi, è questione di tempo.

 

Che la scelta di Bartolomeo Aymo fosse mirata è provato da un altro dialogo. Con l’ambulanza impantanata nel fango, Aymo e Bonello fantasticano su quanto sarebbe bello avere delle biciclette:

"Cristo se avessimo delle biciclette!” disse Bonello.
“Usano molto le biciclette in America?” domandò Aymo.  
“Sì, le usavamo una volta.”
“Qui da noi è una gran cosa” disse.  
“È una gran cosa la bicicletta”.

 

Dopo il suo ritiro, avvenuto nel 1930, del ciclista Bartolomeo Aymo non si saprà più molto. Dalla notizia che annuncia la sua morte, su La Stampa del 12 dicembre 1970, si apprende che aveva aperto un negozio di biciclette a Torino. Nessuna dichiarazione pubblica in merito all’omaggio fattogli da Hemingway in Addio alle armi. Forse non lo ha neanche mai saputo.



La prima parte di "Hemingway, il ciclismo, l'Italia" (C'era quella strada) è disponibile qui.

La seconda parte (Il cranio di Garay) è invece qui.

 

 

 

 

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