Fare la linguaccia alla Storia

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Rio de Janeiro, Velódromo Municipal. C’è il solito appassionato di ciclismo in cima a un podio prestigioso. Per l’ottava volta, la sua medaglia ha sopra i cinque cerchi: l'olimpionico britannico più decorato di sempre. Altre otto volte, in passato, il premio aveva avuto i colori dell’iride: campione del mondo, su pista o su strada che fosse. In più, la coppa del Tour de France, i leoncini delle vittorie di tappa, il trofeo con le lancette del record dell’ora. Cambiano colori, data e contorno, in mezzo ci sta sempre Bradley Wiggins. 

Certo è cambiato molto anche lui, mutevole fin dalla nascita: nato nelle Fiandre ma londinese, figlio di un pistard australiano ma baronetto di Sua Maestà, cresciuto nei velodromi ma trasferitosi sulla strada, per poi tornare infine alla vecchia passione. Una passione che è il ciclismo stesso, senza distinzioni né barriere, gioco universale fatto di sfide che prescindono dal dove. Il Bradley Wiggins oro nell'inseguimento a squadre a Rio 2016 è lo stesso che da ragazzino passava ore sul divano a guardare le grandi classiche: prendeva appunti, poi si misurava coi coetanei sul cemento di Herne Hill. È sempre quello che con la maglia della FdJ finiva nel fango allenandosi su circuiti di ciclocross, e che in una tappa del Tour 2007 si sciroppò 190 km di fuga solitaria solo per celebrare il compleanno della moglie. Naturalmente è lo stesso che ha vinto ori olimpici e mondiali a raffica, che ha portato per la prima volta la Gran Bretagna a conquistare il Tour, che ha snobbato il bis francese per misurarsi col Giro - perché anche la maglia rosa è un pezzo di storia del ciclismo da onorare - e che ha chiuso tra i grandi della strada inseguendo l'assurdo sogno della Roubaix. Cambiare per rimanere se stessi, muoversi per non cadere: è il principio che muove la bicicletta, il suo giocattolo preferito.

Wiggo ha messo a disposizione della sua passione un corpo incredibilmente malleabile, capace di asciugarsi o irrobustirsi a seconda dell’obiettivo, con sapienza; nel suo personalissimo viaggio dentro la storia del ciclismo, si è mosso con stile e fiuto mirabili, scegliendo di chiudere il cerchio - anzi, l’ovale - inebriandosi del profumo di pino siberiano che emana dai listelli del Velódromo Municipal di Rio, a sua volta un simbolo di cambiamento. Una volta era un autodromo e portava il nome di Nelson Piquet; adesso è un gioiello architettonico e ha la forma di un caschetto. È rimasto tempio della velocità: al posto delle formula uno ci sono biciclette spaziali e, tutt’intorno, un quartiere ricco e modernissimo. Barra da Tijuca è tutto ciò che il Brasile vorrebbe diventare e che ancora non è.

Nell’ovale di Barra, Wiggins ha spinto i compagni di squadra Steven Burke, Ed Clancy e Owain Doull a rimontare 7 decimi nella finale contro l'Australia, una delle gare più belle di tutti i Giochi. Ha condotto la Gran Bretagna alla vittoria, al record del mondo, a un altro podio. Una volta sul gradino più alto, si è messo la medaglia al collo e, nel bel mezzo di “God save the Queen”, si è esibito in una linguaccia in mondovisione. Un nuovo scherzo, quasi certamente l’ultimo, da parte di un uomo entrato nella storia di questo sport essenzialmente per divertirsi il più possibile. Un fenomeno. II ragazzo dorato di Herne Hill. L’unico, insostituibile Sir Bradley Wiggins. (FC-LP)