Un giorno di assurda bellezza

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta il 27 maggio 2016 su "Crampi Sportivi". Si trattava del 19° episodio della rubrica "Pèdali di rosa" con la quale commentavamo per immagini il Giro d'Italia di quell'anno.

 

Eravamo forse meno inquieti, certamente più giovani. Una primavera che si era fatta desiderare a lungo era finalmente esplosa su tutta l’Italia. Alcuni amici erano andati al mare con le fidanzate per il primo tuffo della stagione, ma noi no. Noi eravamo rimasti a casa, sul divano, con un tè freddo, un paio di birre e la solita necessità di emozionarci guardando una corsa di biciclette. Avremmo benedetto quella decisione molto a lungo.

Comincerà più o meno così il racconto che faremo un giorno ai nostri figli, o forse solo a noi stessi, della tappa di Risoul, 27 maggio 2016. Recupereremo un vecchio backup ed inizieremo a scorrere questa puntata della faceta rubrica che avevamo deciso di usare a mo’ di diario del Giro d’Italia e, con esso, di un pezzo di noi stessi.

Ci torneranno alla mente le immagini della prima parte della tappa, quella della calma apparente, in cui prestammo attenzione, come al solito, ai dettagli di colore che tanto ci piacevano. E sorrideremo ripensando a Esteban Chaves e alle sue inseparabili banane,



oppure rivedendo il mix di tifosi brasiliani e lituani ingiustificatamente entusiasti al passaggio del cameraman della Rai, e il signore che anticipava la pennichella pomeridiana prevedendo che negli ultimi 60 km sarebbe stato complicato sedersi anche solo mezzo secondo.

Ci farà piacere riportare alla mente persino l’uomo-panda che avrebbe cercato, al passaggio di Nibali, di dar da bere una bottiglia di alcol non meglio specificato ad uno squalo gonfiabile avviluppato in una bandiera americana (!) 

Poi però ci penseranno l’altimetria della tappa



e un’immagine dall’elicottero



a farci riassaporare l’epica di quel giorno. Rievocheremo una serie di uomini che quel pomeriggio assursero al rango di semidei, incarnando, sull’Olimpo che fu il Colle dell’Agnello, una serie interminabile di qualità e difetti omerici.

Il Colle quell’anno era la Cima Coppi, ed emule di Coppi, detto l’Airone, quel giorno fu un ciclista soprannominato l’Aquila. Michele Scarponi si allenava con un pappagallo sulla spalla, aveva le basette alla Bradley Wiggins, la battuta sempre pronta e un passato ricco di avvenimenti: molte vittorie, una squalifica, poi un Giro vinto per la squalifica di un altro, infine una seconda giovinezza da gregario di lusso.

Tra i muri di neve del Colle dell’Agnello transitò con 5 minuti di vantaggio sul gruppo dei migliori, lanciato verso una possibilissima vittoria tappa.



Dietro, il suo capitano provava ad aggredire la corsa. Vincenzo Nibali veniva da un Giro opaco, passato sempre a rincorrere gli altri. Aveva oltre 4 minuti di ritardo dalla maglia rosa: qualche giorno prima qualcuno gli aveva persino consigliato di ritirarsi dalla corsa.

Sull’Agnello mise in testa al gruppetto tale Bakhtiyar Kozhatayev, imberbe kazako portato dalla squadra essenzialmente per fare numero e accontentare gli sponsor. Kozhatayev fece una tirata operosa, ma dopo un chilometro si piantò e iniziò a sbandare vistosamente. Alcuni dicono sia scomparso nella neve.



Quando il bianco era quasi finito e c’era già il sole laggiù in fondo, attaccò anche Chaves, il colombiano sorridente, quello delle banane. Mise in difficoltà il vecchio Valverde, ma non la maglia rosa. Steven Kruijswijk stava facendo la corsa della vita. Era costante, aggressivo il giusto, concentratissimo. Semplicemente il più forte.

Quello che ancora non sapeva, l’olandese, è che il Colle dell’Agnello è un luogo di sacrifici e di riti pagani. Lassù si fece strada Annibale, calando su Roma e imbastendo una delle battaglie più sanguinose della storia dell’umanità; lassù ogni estate un nugolo di astrofili organizza accampamenti in mezzo al nulla per scrutare il cielo e perdersi nei misteri dell’universo. Ogni tanto ci vanno i tifosi del ciclismo, e allora il Colle li trasforma in cespugli o in ombre d’alberi.

Il Colle dell’Agnello è pure un luogo di confine, ancora Italia e già Francia, a lungo sogno e subitamente incubo. Lassù Kruijswijk passò il suo confine, e perse in un secondo la corazza di invulnerabilità che l’aveva protetto nei diciotto giorni precedenti. Iniziata la discesa, sbagliò malamente una curva e finì contro un muro di neve secca, compattata dalle pale meccaniche e dal destino:



La bici gli andò via; lui si rialzò, si toccò il caschetto, si controllò le ferite e ripartì senza mantellina, irrimediabilmente segnato nel corpo e nello spirito. Aveva fatto un errore, ne avrebbe commessi altri. Di lì al traguardo la sua tappa sarebbe stata una litania di bestemmie, avrebbe avuto per lui i nomi di tutte le divinità conosciute da Zeus in poi. Avrebbe cercato di tirarle giù, una per una, invano, dal cielo, aggrappandosi con quelle spalle grandi a un manubrio che sembrava trascinarsi dietro la sofferenza di tutta l’umanità. Gli portarono via la maglia rosa e il sogno di una vita, forse per sempre.

Gli rimasero la solitudine,



il rimpianto,



qualche lacrima e un mare di orgoglio. Era stato il corridore più bello di quel Giro, uno dei corridori più solidi visti in quegli anni.

Andò anche peggio al russo Zakarin, che in salita andava forte, ma in equilibrio su una bici faceva fatica a starci. Cadde anche lui lungo la discesa dall’Agnello. Finì disteso accanto a un ruscello, bici a bordo strada e ruota anteriore in un dirupo: clavicola fratturata, abbandonò la corsa nel dolore.



Nibali si accorse che stava riaprendo il Giro d’Italia e che lui, lo Squalo, poteva azzannarlo a morte. La sua squadra richiamò all’ordine Scarponi e lo fermò.

Lui da dio omerico si fece traghettatore dantesco: sceso di bici, attese;



poi pilotò il capitano verso il riscatto e un avversario verso il primato. L’avversario era sempre quel Chaves di prima, che dovette pure lui accartocciarsi e digrignare i denti un po’, prima di indossare la maglia rosa.

Verso Risoul lo staccarono Nieve



e, soprattutto, Nibali. Sembrava il Nibali più forte di sempre, anche se non lo era. La sua fu una catarsi lunga un pomeriggio.

Rilanciò la pedalata, vide l’uomo con lo squalo gonfiabile e gli si gonfiò il cuore. Ad ogni curva conquistava secondi ed energia. Uno degli ultimi tornanti della salita di Risoul si intitolava virage Nibalì. Nibali conosceva la salita, la salita conosceva Nibali. Come una vera amica, la salita di Risoul decise di confortare il vecchio amico in difficoltà. Lo vide immerso in un Giro di lutti e di guai tecnici, vide la sua identità perduta e gli porse le sue curve come fossero spalle su cui piangere.

L’ultima borraccia Nibali la lanciò ai piedi di un bambino, il bambino più fortunato del mondo, e noi avremmo voluto essere quel bambino, per raccoglierla e portarcela a casa.

Nibali vinse, e si lasciò i problemi alle spalle. Una brezza alpina si portò via tutto, tutto tranne quest’attimo baciato dal sole:



Erano due settimane che Nibali voleva alzare le braccia al cielo per dedicare una vittoria a Rosario, il ragazzino della sua squadra morto in un incidente mentre si allenava, senza un perché.

Allora, dopo l’arrivo, Nibali si fermò e pianse a lungo, e noi con lui:



Poi arrivò Chaves, e Chaves sperava, e noi con lui. Fu la volta di Scarponi, e Scarponi sorrideva, e noi con lui. Passò il povero Kruijswijk, e Kruijswijk sanguinava, e noi con lui. Infine giunse Grosu, l’ultimo, e noi ci sentimmo stremati, tristi e felici insieme. Come lui, come tutti loro.

Perché quello fu proprio uno di quei giorni che fanno venir voglia di fiondarsi su una bicicletta e pedalare, e mettersi a urlare nell’aria calma di fine maggio la bellezza assurda del ciclismo e della vita.

 

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