Il figlio del demonio

nys
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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Ho iniziato a scrivere di ciclismo come un gioco nel 1998, quando ancora frequentavo le superiori. In quello stesso anno, Sven Nys diventava professionista e iniziava la sua cavalcata nel mito di questo sport. Una cavalcata lunghissima che è giunta ora alla sua conclusione. Per riviverla non è necessario tornare ai tempi delle superiori, ma è fondamentale spostarsi laddove tutto questo ha avuto inizio, a Baal.

Baal era un nome di divinità maschile comune tra le popolazioni semitiche e gli antichi Israeliti. Il suo nome veniva spesso accompagnato a località o ambienti che ne caratterizzavano l’ambito di influenza, alcuni di questi sono arrivati sino a noi, come Belfagor (Ba‛al Pĕ‛ōr) e soprattutto Belzebù (Ba῾alzĕbūb), letteralmente il “signore delle mosche”. Non è chiaro da dove provenisse esattamente il culto di Baal, ma secondo gli studi moderni è evidente un tratto comune tra queste divinità: il legame con la vegetazione, con l’acqua e la pioggia; con il fango, potremmo quasi azzardare. Come per molte altre divinità antiche, il passaggio alle moderne religioni monoteiste ha comportato una condanna di questi approcci di tipo pagano, tanto che oggi con Baal sono indicati dei demoni, e addirittura il nome stesso di Baal viene ritenuto uno dei nomi di Satana.

Baal è anche una frazione del paese di Tremelo, nel Brabante fiammingo, non troppo distante da Leuven, città universitaria nota al mondo soprattutto per il birrificio Artois. Da qui partì San Damiano de Veuster per andare a evangelizzare gli hawaiiani, popolazioni cannibali che si trattennero dal mangiarlo ma non dal passargli la lebbra. E qui cominciò anche la storia di Sven Nys, professione cannibale. Uno che voleva evangelizzare ben poco e conquistare tutto, e finì col compiere entrambe le cose. Sven Nys, meglio noto come il cannibale di Baal, sarebbe a dire il figlio del Demonio.

 

 

 

La banalità dei numeri

 

Please allow me to introduce myself
I’m a man of wealth and taste
I’ve been around for a long, long years
Stole many a man’s soul and faith
 

Il modo più semplice per raccontare la storia di questo cannibale sarebbe quello di dare i numeri. 18 anni di carriera; 192 vittorie; 6 coppe del mondo conquistate, con 50 corse vinte; 13 Superprestige vinti (con 55 successi di giornata); 9 Gazet van Antwerpen / Bpost Bank Trofee (e qui gli squilli singoli sono 42); 9 titoli nazionali e 2 sole maglie iridate, in una storia da 9 medaglie mondiali (e 14 piazzamenti nei primi sette). Viene già un diabolico mal di testa a stargli dietro, a questi numeri.

Sarebbe, quello statistico, sicuramente il modo più semplice per affrontare questa storia, ma pure il più inadeguato. Con i numeri si racconta un atleta, non si descrive un uomo. Figuriamoci se con i numeri si può raccontare Sven Nys, colui che nel ciclocross è stato, più che un uomo o un atleta, un concetto. Il concetto stesso di ciclocross, di un universo in espansione.

E dire che non era iniziata col ciclocross la carriera di Sven Nys, che da ragazzino monta in sella grazie alla passione per la BMX. Un’esperienza fondamentale per cementare alcune qualità tecniche che lo accompagneranno in tutta la sua storia, dalla capacità di saltare gli ostacoli alla brutalità con cui saprà aggredire le rampe più pendenti e lanciarsi a rotta di collo in discesa senza mai perdere la traiettoria.

Ma siamo in Belgio, e qui il richiamo del fango è più forte di qualsiasi cosa, così è a 15 anni compiuti da poco che un giovane Sven si fa accompagnare dal padre fino a Pittem, ad un circuito per esordienti che vedrà per la prima volta l’incontro tra Nys e il suo universo. Le cronache ci dicono che Nys concluse settimo quella prima corsa, faticando a tenere il passo di avversari più allenati ma scoprendosi già in grado di ridurre il distacco nei passaggi tecnici. Da lì in poi, la linea è segnata.

Che Nys fosse il futuro più concreto del ciclocross stava già scritto dalle sue performance giovanili, dai due mondiali under23 vinti in successione nel ‘97 e nel ‘98, dal Superprestige conquistato al primo anno tra i professionisti. O da quel mondiale del 2000, regalato al compagno di club anziché al proprio capitano o a sé stesso: una situazione destinata a ripetersi in quei suoi primi anni di carriera, tanto da fargli maturare in fretta una convinzione fondamentale, quella di fare da sé.

Bastano quattro o cinque stagioni tra i professionisti perché Nys si liberi per sempre delle catene di ogni sovrastruttura, e così sarà sino a fine carriera, tanto che negli ultimi anni correrà addirittura senza una squadra. Si tratta di un passaggio decisivo, questo, che gli servirà a diventare definitivamente il Cannibale.
 

La rivoluzione del Cannibale
 
Pleased to meet you
Hope you guess my name
But what’s puzzling you
Is the nature of my game
 
 
Sven Nys non è sempre stato un cannibale. Sicuramente era un predestinato, ma ha avuto bisogno di qualche stagione per ottimizzare al massimo le sue doti. Il titolo di Cannibale lo conquista nel febbraio 2005, quando porta a termine un’impresa fino ad allora sconosciuta: il Grand Slam. Nel corso della stessa stagione, Nys conquista le tre challenge principali, il titolo nazionale e il campionato mondiale. Per vedere qualcuno ripetere una performance simile bisognerà attendere 11 anni, ovvero fino al mese scorso, quando è stato Wout van Aert a firmare il suo Slam. Nys proverà più volte a ripetere l’impresa, ma troverà sempre un ostacolo imprevisto lungo la sua strada. Poco importa, però, perchè nel decennio che segue la sua incoronazione a Imperatore del ciclocross, Nys riesce comunque a rivoluzionare il suo sport, probabilmente per sempre.

Se si guarda al ciclocross degli esordi di Nys, ai primi anni del millennio, e poi a quello del momento del suo ritiro, sembra di vedere due mondi differenti. Il ciclocross di allora era uno sport limitato a pochi e rigidi confini, con un pubblico scarso e poche squadre prese in prestito dai team del ciclismo su strada. In televisione passavano soltanto pochi eventi internazionali; delle competizioni femminili non si avvertiva nemmeno l’esistenza, figuriamoci del movimento amatoriale.

Il ciclocross da cui si congeda oggi Nys (almeno in qualità di atleta) è uno sport i cui, è vero, protagonisti sono ancora racchiusi in pochi confini ma il cui respiro è davvero globale. Uno sport che ogni weekend raccoglie migliaia di spettatori a circuito ben più strutturati di allora, e molti spettatori in più li ha davanti ai computer a seguire le dirette in tutto il mondo, un sport in cui le donne sono protagoniste e lottano finalmente per un equo trattamento. Le bici da ciclocross, oggi, vengono vendute con numeri importanti e i movimenti amatoriali, più o meno riconosciuti, si sfidano ovunque ci sia un po’ di fango.

Che tutto questo sia merito di Sven Nys non lo si può certo sostenere, ma che questo cambiamento radicale sia avvenuto proprio nell’epoca in cui ha corso il Cannibale di Baal, il più grande interprete di sempre di questa disciplina, è un dato di fatto. Come altrettanto evidente è l’impegno che Sven stesso ha voluto dedicare alla diffusione dello sport del suo cuore, tanto che non ha mai voluto abbandonarlo nemmeno di fronte a sirene ben più allettanti. Certo, ha mantenuto sempre l’attività in mountain bike come alternativa estiva (un’alternativa che gli ha portato cinque titoli nazionali e l’ha mandato due volte alle Olimpiadi) e non ha disdegnato le uscite su strada – con il sogno di un colpaccio in quella Roubaix che per tre volte ha assaltato e per tre volte lo ha nettamente respinto – ma è soltanto sui circuiti di ciclocross che Nys si è sempre sentito a casa, ed è qui che ha mostrato ad un mondo sempre più ampio l’intera gamma dei suoi super-poteri.

 

Quella di Sven Nys infatti non è soltanto una rivoluzione delle pratiche, ma è anche una rivoluzione di stile. Sul modo in cui Nys ha affrontato e vinto le corse sono stati girati documentari e ideate nuove teorie pseudo-scientifiche, ma quasi nessuno è arrivato a spiegare tutto sino in fondo, arrendendosi prima allo stupore. Dalla tecnica del bunny-hop, il salto degli ostacoli perfezionato come nessun altro prima, ai cambi di ritmo, sino a quell’innata capacità di leggere il terreno, impostando la traiettoria più precisa giro dopo giro verso la stilettata letale, le armi tecniche di cui si è arricchito Nys descrivono il campionario di un atleta imbattibile. Che, assieme alla tenacia che solo un figlio del Demonio può incarnare, ha fatto di Sven Nys un vero cannibale.
 
 
E invece no
I watched with glee
While your kings and queens
Fought for ten decades
For the gods they made
 
Dal momento in cui diventa ufficialmente il Cannibale, quella di Sven Nys diventa una sfida diretta con la storia. A riguardare la sua carriera a posteriori, si nota come il belga sia riuscito a sfidare, e in genere a sconfiggere, quasi cinque generazioni di corridori. Da irriverente neoprofessionista ha messo subito in difficoltà vecchi signori della disciplina come Mario De Clercq e Richard Groenendaal prima, ed Erwin Vervecken poi (che poi avrebbe ricambiato lo sgarbo sconfiggendolo in due mondiali di fila, 2006 e 2007). Da imperatore riconosciuto del fango, Nys si è scontrato nel fiore degli anni con Bart Wellens, per poi far dimenticare anche la generazione di Kevin Pauwels.

Nel 2008 i mondiali di ciclocross si corrono a Treviso, e tra i grandi si respira l’aria del cambiamento: sui primi gradini del podio salgono due 22enni, Lars Boom e Zdeněk Štybar, davanti a un Nys più vecchio di 10 anni rispetto ai rivali. Sembra un passaggio del testimone, e invece…

Invece è da qui che inizia la terza fase della carriera di Sven. Nel 2009 irrompe sulle scene Niels Albert, un ragazzino belga dal ciuffo biondo e dalla pedalata elegante, che al primo anno conquista subito il titolo mondiale. Ad accompagnarlo sul podio ci sono ancora Nys e Štybar, tanto che si parla già dei Magnifici Tre. Quello che si annuncia per le stagioni a venire è un duello unico al mondo: due sfidanti talentuosi a spartirsi il futuro con il vecchio campione che, ora che ha trovato un rivale anche in Belgio, sembra avviarsi al declino. E invece…

 

Invece Nys trova in questo scontro l’energia per una nuova giovinezza. Štybar è un avversario durissimo, un cagnaccio cresciuto come lui nella BMX che corre con sfrontatezza e sa dar sfoggio di potenza come pochi al mondo. Nys dirà sempre che il ceco è stato l’avversario più duro della sua carriera.

Eppure il suo rivale vero è stato Niels Albert, connazionale con cui litigarsi il supporto del pubblico, antagonista da battere sempre. In un triennio di scontro frontale tra i tre, è proprio su Albert che Nys ha sempre voluto fare la corsa, tanto da arrivare ad avere una lavagnetta sempre aggiornata ai box per conoscere, giro dopo giro, il distacco sul rivale. Non certo l’atteggiamento di chi si sta preparando alla pensione, e infatti gli anni del passaggio di consegne diventano quelli di una guerra prolungata che alla lunga premierà ancora il più anziano dei tre, tanto che dal 2011 ricomincia una fase di dominio esaltante per Nys.

Quattro stagioni in cui vince costantemente, mentre Štybar si allontana per inseguire i successi su strada e Albert comincia a soffrire per l’anomalia cardiaca che lo porterà al ritiro anticipato. Prima però c’è Koksijde 2012, il mondiale che torna in Belgio e si disputa su uno dei circuiti più classici del ciclocross: è la corsa che vede il tracollo del campione uscente Štybar e il trionfo della nazionale di casa, con sette belgi nei primi sette posti. Di quei sette, il primo è Niels Albert, l’ultimo Sven Nys. La corsa iridata si conferma maledetta per il campione di Baal, che dopo l’arrivo dice basta. Annuncia che il mondiale lui non lo correrà mai più. E invece…

 
Invece nel 2013, per la prima volta nella storia, i mondiali di ciclocross escono dall’Europa in direzione Louisville, Kentucky. Sven è l’evangelizzatore del cross nel mondo, negli USA è già un idolo e viene accolto come tale. Ad aggiungere enfasi all’appuntamento ci si mettono la neve, il ghiaccio e un lago prossimo a esondare. E’ ovvio che negli USA uno scenario così cinematografico non possa che prevedere il lieto fine, e quel lieto fine è, inevitabilmente, la seconda maglia iridata dell’eroe del ciclocross. Sul podio, Nys dirà che la sua carriera è completa. E invece…

Invece no, alla sua carriera manca ancora qualcosa: la caduta. Lo scenario è sempre lo stesso, il campionato del mondo. Hogerheide 2014 arriva al termine di una delle stagioni migliori della carriera di Nys, con 17 vittorie e un dominio devastante, più ancora di testa che di gambe. Una stagione che lascia immaginare un altro mondiale trionfale, e forse così sarebbe stato se non fosse che di colpo Nys ritrova un vecchio rivale, Zdeněk Štybar.

Il Cannibale che aveva abbattuto tutti gli avversari, generazione dopo generazione, si trova impreparato davanti a una risurrezione: a Hoogerheide va in scena un epico incontro di boxe, in cui da una parte del ring c’è il vecchio Imperatore onnipresente e dall’altra un redivivo contendente. Nys e Štybar si prendono a cazzotti per più di metà gara, cadendo e rialzandosi entrambi. Fino all’ultimo giro, quello che lancia il ceco verso la sua terza maglia iridata e lascia a Nys la più amara delle medaglie d’argento. Sven non lo sa, è pur sempre il vicecampione del mondo e dominatore della stagione, ma è lì che inizia la sua caduta.

Laatste Ronde, l’ultimo giro

Pleased to meet you
Hope you guess my name
But what’s confusing you
Is the nature of my game
 
 
Lo sport professionistico esiste ormai da un secolo, e non è rimasto più molto da inventarsi. Se si vuole arrivare fino a 40 anni restando al livello dei migliori l’unico modo è fare un patto col Diavolo, un patto che non può comportare nessuna forma di rilassamento. Lo sa bene Sven Nys, tanto che colleghi e giornalisti han finito spesso per scherzare sui suoi eccessi di professionalità.

“Professionalità”, che brutta parola. Nulla a che vedere con una figura trascendentale come quella di Nys. Con lui c’entra poco la professionalità, e tanto l’ispirazione. Sven Nys ha vissuto per il ciclismo per oltre 20 anni, in ogni istante, ogni giorno dell’anno. Nella schiera di rivali incrociati lungo la strada, Nys è l’unico che ha disputato tutte le sue stagioni per intero: mai un infortunio, un’influenza, una pausa di riposo, sempre e solo a pedalare. Un’abnegazione totale che ha finito per contagiare il mondo intero. Una devozione che lo ha portato a diffondere il suo sport nel mondo intero, che ha trascinato folle gigantesche attorno ai circuiti di tutto il Belgio, tanto che oggi gli organizzatori delle corse si chiedono cosa ne sarà del ciclocross del domani, dell’era dopo Nys che – per quanto i campioni non manchino affatto – assume tutti i contorni di un passaggio epocale.

Per accompagnarci a questo passaggio traumatico, Nys ha pensato di fare le cose con calma e gentilezza. Il 2015 è stato l’anno della rottura, quello in cui la caduta avviata è diventata un improvviso precipitare: prima il divorzio dalla moglie, poi lo scontro con l’ultima generazione, quella destinata ad abbatterlo.

È la stagione della caduta degli Dei, il 2015, con l’intero gruppo schiantato sotto i colpi di due poco più che teenager: Wout van Aert e Mathieu van der Poel. Per Sven Nys è il segnale, il momento giusto per tirare una riga su una storia ineguagliabile. L’addio è fissato per marzo 2016, una festa al Palasport di Anversa per salutare tutti (i 16mila posti dell’impianto vanno esauriti in un giorno), ma non prima di un’ultima stagione, il laatste ronde del Cannibale.

Un’annata senza pioggia, di percorsi secchi che aggiungono anche il global warming all’elenco dei suoi sfidanti, una stagione conclusiva in cui Nys ha cercato in ogni modo di evitare le celebrazioni e di concentrarsi sul risultato, come da 18 anni a questa parte, tanto da riuscire anche a tornare alla vittoria in Coppa del Mondo: a Koksijde, in quell’assurdo weekend dopo gli attentati di Parigi, quando il Belgio sembrava vivere in stato di assedio.

 
L’ultima gara il 21 febbraio scorso a Ooostmalle, una corsa di secondo piano che per l’occasione ha raccolto 15mila spettatori. Il più grande di tutti che saluta su un palcoscenico piccolo piccolo: poteva chiudere con l’ultimo mondiale, dove ancora era riuscito a sfiorare il podio, e con la festa che ne è seguita a Baal. O con la tappa finale del Superprestige, che anche in questa stagione conclusiva l’ha visto secondo il classifica generale. Invece no, Nys ha scelto la gara che chiude la stagione del cross. Non fa una grinza.
A un certo punto, durante l’ultima tornata di corsa, con i primi già discretamente in vantaggio, Sven ha tirato i freni; si è fermato in un curva, di fronte al pubblico che non smetteva di applaudirlo e fotografarlo. E come sempre, quando si parla di Nys, non era una scelta casuale, e non era certo per raccattare foto. Sven si è fermato nel punto da cui si godeva la miglior visuale del percorso e si è voltato indietro. Osservare un campione del genere così, immobile e statuario, che guarda la strada percorsa è stato come riavvolgere il nastro di 20 anni di storia. Ma in Nys non c’era alcuna nostalgia. Sven Nys, il più grande dei campioni, era fermo lì ad attendere.
L’ultimo traguardo voleva condividerlo con qualcuno, e quel qualcuno era l’amico di una vita, Sven Vanthourenhout, compagno di allenamenti e gregario di questa strana squadra composta da soli due componenti che ha segnato l’ultimo lustro della carriera del Cannibale. Sven ha voluto aspettare Sven, abbracciarlo e pedalare fino all’ultimo traguardo con lui. Sul rettilineo finale Vanthourenhout ha cercato più volte di farsi da parte, per lasciare che le foto ritraessero solo il suo capitano, ma non c’è stato modo, perchè Nys lo ha sempre affiancato e riportato al centro dei riflettori. Un abbraccio, alcune pacche sulle spalle, gli applausi. Poi passa il traguardo, si sente un boato e i coriandoli piovono dal cielo. Ed è finita.

Non conclude

So if you meet me, have some courtesy
Have some sympathy, and some taste
Use all your well-learned politesse
Or I’ll lay your soul to waste
 
Ho iniziato a scrivere di ciclismo come un gioco nel 1998, quando Sven Nys diventava professionista e iniziava la sua cavalcata nel mito di questo sport. Probabilmente Nys è l’ultimo dei campioni della mia prima generazione, per quanto in quei tempi di internet a manovella le sue imprese fossero pressoché irraggiungibili dall’Italia. Per certi versi mi piacerebbe chiudere qui anche io il mio gioco, proprio come Sven che iniziò giocando e, come un gioco diabolico, ha continuato per i 18 anni successivi. Ma non sarà così per me, e nemmeno per Nys, che oggi scende di sella ma che l’amore per questo gioco continuerà a viverlo giorno per giorno.
La sua nuova vita ciclistica si chiama Telenet-Fidea, squadra storica del ciclocross di cui è team manager dal primo di marzo. Il suo nuovo scenario lo Sven Nys Cycling Center di Baal, circuito permanente per ciclocross e mountain bike su cui crescere i talenti del futuro, a partire dall’adorato figlio quattordicenne Thibau, che non ha mai visto suo padre a riposo dal ciclismo. La sua prossima avventura chissà: non è mai stato possibile prevedere cosa avrebbe fatto Nys, e di sicuro continuerà a sorprenderci tutti, anche chi ha iniziato con lui, come lui. D’altronde, se Sven Nys per il ciclocross è più un concetto che una persona, sarebbe paradossale provare a prevedere il comportamento di un concetto.
 

Si può però lasciarsi andare ai sogni, perché sono gli stessi sogni ad aver mosso i fili di questo grande gioco. Si può immaginarlo a portare avanti quella rivoluzione che ha iniziato già come corridore: il Nys politico, membro sia della commissione atleti che della commissione ciclocross dell’UCI, che prosegue le battaglie per la coordinazione dei calendari tra ciclocross e mountain bike (per superare l’ennesima, idiota, rivalità tra elementi diversi della stessa famiglia del ciclismo), per la creazione di un ranking unico del ciclismo, che raccolga i punti di tutte le varie discipline senza obbligare tutti i ciclisti a una forzata specializzazione, per l’allargamento del circuito internazionale ben oltre i ristretti confini belgi e olandesi, per la parificazione del salario tra uomini e donne. E infine quell’idea quasi utopica, che il Cannibale ha sempre sostenuto, di inserire il ciclocross nel programma delle Olimpiadi invernali, un passaggio che più di ogni altro completerebbe la rivoluzione di questo innovatore su scala globale.

Where there’s a will, there’s a way!”, ha sempre ripetuto Sven Nys, il più grande disegnatore di traiettorie del ciclismo, colui per il quale ogni ostacolo si è rivelato superabile. Si può continuare a sognare per altri 18 anni, e ancora oltre. E si può continuare a giocare proprio come ha fatto Nys, il fenomeno che ha cambiato radicalmente il proprio sport, e in alcuni casi ha cambiato anche le nostre vite. È stato un piacere incrociarlo.
 

 
 

articolo uscito originariamente su Crampi Sportivi.

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