Un Omnium dello spirito

Si chiama Omnium ed è esattamente quello che la parola suggerisce: un minestrone. Inserito nei programmi del ciclismo su pista mettendo insieme alcune delle prove più spettacolari e usando come amalgama il senso di colpa, è diventato una disciplina gustosissima. Una gara completa, che tiene sprinter e corridori da endurance sulla corda per due giorni di fila. Cinque prove tirate, una tiratissima. Decide tutto la corsa a punti, l’ultima, quella dove la strategia strangola e la velocità asfissia. Si suda, si cade, si passa dal “Via” e si va in prigione, si pescano gli imprevisti e si spera nelle probabilità, poi alla fine uno vince. Bellum Omnium contra omnes.

Il tutti contro tutti di Rio de Janeiro era la grande occasione di Elia Viviani. Il veronese ha preso una rincorsa lunghissima, cominciata quando si è messo in sella per la prima volta, a otto anni, e proseguita quando la bicicletta ha esiliato definitivamente pallone e pattini a rotelle dal regno del piccolo Elia. Voleva scalare come Pantani, è diventato uno sprinter coi fiocchi. Veloce su strada, più veloce su legno: il re italiano della pista. Un sovrano forse triste, certamente solitario, perché non ci sono avversari (in Italia) e non ci sono vacanze (da nessuna parte) per chi corre in pista in inverno e su strada il resto dell'anno. I velodromi sanno essere templi della solitudine, a volte, universi racchiusi in 250 metri e nessun freno. Viviani ha esplorato quello di Montichiari in lungo e largo, per anni, impregnandone le liste del suo sudore, nel tentativo di scorgere qualcuno o qualcosa intorno a sé. Omnium rerum principia parva sunt.

Elia passa per sconfitte, piazzamenti e critiche. Le basi che gli tocca porre, più che piccole, sono dolorose. Qualcuno gli consiglia di concentrarsi solo sul Giro d’Italia; Londra, da par suo, lo tormenta: prima il 6° posto ai Giochi 2012, poi il 4° agli ultimi Mondiali. Viviani è esempio scolastico del campione che non vince mai quando conta davvero. Errorini, cadutacce, mezze ruote. Il Brasile, diceva da mesi, sarebbe stata l’ultima possibilità. All’Olimpiade di Rio, per logica o per compensazione, le sue cedole sono effettivamente maturate. Viviani ha dominato un Omnium di un livello mai visto. Ha vinto davanti al re delle volate (Cavendish), al campione uscente (Hansen) e al fenomeno emergente (Gaviria). Ha usato muscoli e istinto nelle prime cinque prove, testa e occhi nell’ultima, quella corsa a punti che ha sempre amato ma che stava diventando un incubo: a 100 giri dalla fine è caduto, centrato da Park, a sua volta innescato da Cavendish. Rialzatosi, si è accorto di essere ancora in testa alla classifica e allora ha preso a controllare: onnisciente; a inseguire: onnipresente; a sprintare: onnivoro. Non l’ha superato più nessuno, negli ultimi dieci giri ha messo d’accordo tutti. Consensu Omnium.

Viviani, nel Velódromo Municipal, è stato nettamente il più forte. Con il naso grosso, i lineamenti imprecisi e la barba appena fatta, sembra venire da un altro tempo. Assomiglia vagamente a Romolo Buni, il Piccolo Diavolo Nero, pioniere del ciclismo su pista italiano. Nel 1894 sfidò niente meno Buffalo Bill: lui in bici, quell’altro a cavallo. Elia, anch’egli avanguardia coraggiosa (meglio: profeta), appare più giovane solo dopo il traguardo, quando si scioglie prima nel pianto e poi nel riso. Oppure prima nel riso e poi nel pianto. Oppure tutt’e due insieme. Un Omnium dello spirito. Quando abbraccia i suoi genitori, dimostra semplicemente i suoi 27 anni. Dice che si è chiuso un ciclo, infine ringrazia allenatore e compagni di squadra. Più tardi sarà uno di loro a ringraziare lui. Filippo Ganna, campione del mondo nell’inseguimento a soli 19 anni, su Twitter gli scrive così: “Sei stato tu a farci avvicinare a questa disciplina, ricordalo. Grazie.” Già, Elia. Sei stato tu a farci esaltare di nuovo con la tua disciplina, ricordalo. E grazie, davvero, anche da parte nostra. (FC-LP)