La speranza di un momento

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

A 150 metri dal traguardo Mara Abbott guarda a sinistra, le sue avversarie arrivano da destra. Forse non le vede, di sicuro le sente. Sente l’elicottero della tv che si avvicina, sente il pubblico eccitato dalla rimonta: la sorpassano tutt’e tre a velocità doppia.

A tirare lo spietato terzetto alle sue spalle c’è Elisa Longo Borghini, energie residue a impostare un ritmo altissimo. “Passo spinto” si direbbe in una gara di sci di fondo, lo sport di mamma Guidina, tre volte olimpionica invernale. Elisa spinge e fa due conti: Se resto al mio posto, Mara arriva da sola e queste due mi battono in volata. Risultato: quarta, come l’anno scorso al Mondiale. Non ci tengo. Piuttosto mi finisco adesso, ma provo a prendermi una medaglia.

Elisa esegue quanto imparato nella sua famiglia di sportivi, un concetto che in un’intervista in inglese (ha studiato comunicazione, parla quattro lingue) una volta aveva sintetizzato così: “Just go for it”. Va, allora. Raggiunge l'americana e vince un bronzo che dedica a una nazionale perfetta e che - dice - vale quanto un oro. L’oro, quello vero, è di Anna Van der Breggen. L’olandese domina la volata pochi minuti dopo aver incrociato la compagna di squadra Van Vleuten immobile sul ciglio dell’ultima discesa, tre fratture nella spina dorsale. La visione l’aveva turbata, era stata l’avversaria Emma Johansson, poi seconda al traguardo, ad incoraggiare la futura campionessa olimpica: “Continuiamo, devi vincere per Annemiek”. Ha vinto.

Mara Abbott invece è arrivata quarta. “Ai 300 metri ho pensato 'Mio Dio, posso farcela per davvero', ma è stata soltanto la speranza di un momento”. Nel 2012 aveva smesso col ciclismo, magrissima e depressa; diceva di aver smarrito il senso di andare in bici: non produceva alcun impatto positivo sul mondo. A Copacabana ha ritrovato nelle lacrime dell'abbraccio con Kristin Armstrong tutta la bellezza crudele del suo pedalare: “Non è questione di vincere ed essere perfetti. Si tratta di provare a sfruttare ogni cosa, anche la più dolorosa, come un'opportunità per migliorarsi”.