Tentacoli di legno e frustrazione

  • Di:
      >>  
     

    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Giovanni VI di Braganza, ventisettesimo re del Portogallo, si era messo in testa di fare di Rio de Janeiro il principale polo mondiale per la produzione di tè. Con lo scopo di convertire gli umidi pendii della foresta di Tijuca in fertili piantagioni, nel 1812 tradusse sulle coste dell’Atlantico un centinaio di contadini di Macao. L’improvvisa presenza asiatica diede così un nome nuovo al punto più panoramico della città: Vista Chinesa.

Vincenzo Nibali siede silenzioso sul ciglio della strada che si butta da Vista Chinesa verso Copacabana. Ha appena centrato un marciapiedi che fa male e perso un’occasione che non torna. Ha sbagliato una curva, e mica una qualsiasi: è caduto in uno dei tornanti che modellarono la celebre Casa das Canoas di Niemeyer. La curva è assenza di separazione, diceva l’architetto: permette agli alberi di insinuarsi. La curva è forma di libertà assoluta, ripeteva il ciclista: consente alle biciclette di involarsi.

Se pochi mesi fa una curva (glaciale) aveva servito a Nibali un Giro in cui quasi non sperava, stavolta una curva (tropicale) gli ha negato un'Olimpiade che forse meritava. Vincenzo si rialzi e si consoli, se può: pure i contadini di Macao uscirono sconfitti dalle curve di Rio. Il tè prodotto a Vista Chinesa aveva un sapore disgustoso, quella terra era buona solo per acacie, baobab, mangrovie e piante aeree; rami di ficus nodosissimi si ripresero presto spazio e luce. Oggi quegli stessi tentacoli di legno e frustrazione hanno soffocato l’idea meravigliosa della nazionale italiana di ciclismo.

Ha vinto Greg Van Avermaet, fertile come le dune di Grumari, abbagliante come la sabbia di Ipanema. Prima ha anticipato Alaphilippe e Rodriguez, poi ha ripreso Majka, per ultimo ha salutato Fuglsang. Da piccolo giocava a calcio, portiere; dopo un infortunio lo misero su una bici - pedalare riabilita - e lui non vi è mai sceso. Dicevano avesse gran talento, però vinceva poco. A un certo punto si è sbloccato e non l’ha fermato più nessuno: oro olimpico. A Copacabana ha sprintato facile, pugni chiusi e petto aperto, festeggiando a due passi dalla statua di Carlos Drummond de Andrade. Greg stasera ha compiuto l'intento più ambizioso del poeta: "Sono stanco di essere moderno. Adesso voglio essere eterno".