Alla terra rossa, al carbone nero, a Franco Ballerini

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    Ha avuto il trauma infantile della Grenoble-les Deux Alpes

16 Aprile 1978. Franco Ballerini è un ragazzo di 14 anni, Francesco Moser invece sono 5 anni che prova a vincere la Parigi-Roubaix. Ci è andato vicino già due volte, due secondi posti. Ha addosso la maglia di campione del mondo, conquistata l’anno prima a San Cristobal in Venezuela. Mancano 21 km al traguardo quando lo sceriffo, come lo chiamano in gruppo, si volta e vede che Roger De Vlaeminck, suo compagno di squadra e vincitore già 4 volte sul traguardo di Roubaix, è affaticato. Sul settore di pavè di Wannehain, decide allora di allungare: aziona un impressionante 54×13, si inarca, tocca il manubrio con la fronte, assume una posizione futuristica. Non gli sta dietro nessuno.

Moser in solitaria con la maglia iridata è un manifesto. È un'astronave. Verde, giallo, nero, rosso, blu: una sequenza di colori di una bellezza estetica impareggiabile. Franco Ballerini lo vede in tv e capisce tutto. Diciassette anni dopo dirà: "La Parigi-Roubaix è una delle corse più difficile al mondo. Fin da bambino ho sempre segnato di vincerla, sin da quando nel 1978 ho visto Francesco Moser entrare tutto solo nel velodromo di Roubaix e trionfare".

Per molti non sarà facile capire come la visione di Moser che pedala su dei ciottoli di pietra possa condizionare così drasticamente un'intera esistenza. Vi invito a riguardarvi quelle immagini. È il 1993 e Franco Ballerini è professionista da 7 stagioni. Ha già qualche vittoria sulle spalle: la Tre Valli Varesine nel 1987, la Parigi Bruxelles nel 1990, la fuga vincente della Torino-Morbegno al Giro d'Italia 1991. Ora vuole solo una cosa: entrare nel velodromo Roubaisien come Moser, 15 anni prima, e alzare le braccia al cielo.

Quella del 1993 è un'edizione letteralmente dominata da Franco Ballerini. Si sente le gambe giuste tanto che in corsa, ad ogni tentativo del suo direttore Patrick Lefevere che lo ragguarda sull'esperienza di un certo Gilbert Duclos-Lassalle alle sue spalle, risponde: "tranquillo, vinco io".

Vincerà Duclos-Lassalle, in uno degli sprint più combattuti della storia della Roubaix, per un soffio. Ci vorrà il controllo fotografico della giuria: due dannati centimetri. La delusione di Franco è immensa. Due centimetri dopo una gara di 268 chilometri sono niente. Due centimetri sono un distacco da finale dei 100 metri. Un distacco che non fa parte delle logiche della Roubaix. Franco è costernato e nel post gara è in preda ad una crisi di nervi:

"Che abbia dato spettacolo, che la gente davanti al teleschermo si sia entusiasmata per la mia corsa m'interessa poco, anzi niente. Chi sono, che cosa valgo l'ho già dimostrato. Volevo la vittoria ed invece resto uno incapace di tagliare per primo il traguardo. Sono stufo di essere secondo, da due anni non so che cosa significhi vincere. Ho dentro un senso di vuoto incredibile, ho voglia di piangere e di urlare. In vita mia ho fatto un solo errore, quello d’avere scelto la professione del ciclista".

Continua a scuotere la testa.

 

 

Un tifoso si infila nell’area mista, cerca di incoraggiarlo: "Coraggio, Franco, sarà per la prossima volta". E invece: "Non ci sarà una prossima volta perchè non correrò mai più la Parigi Roubaix. Basta: con la bici ho chiuso, tanto non vincerò mai più".

È davvero difficile immaginarsi il gusto di una delusione tanto tremenda. Non c'è niente che ti può consolare. Nemmeno il fatto che Luis Ocaña e Raymond Pulidor, gli eterni secondi per eccellenza, siano forse più amati in Francia e altrove di Eddy Merckx e Jacques Anquetil. La sconfitta affascina certo, ma ditelo ad uno che si allena per tutta la vita e poi perde per lo spessore di un pacchetto di Marlboro. Franco non smetterà con la bicicletta. E nemmeno con la Roubaix. Le parole, si sa, le porta via il vento, specialmente nella Francia del Nord. Passa una notte insonne, ma la mattina dopo risale in bici, per sbollire, per far andare le gambe.

"Got to play your harp until your lips bleed" diceva Bob Dylan. Continuare, riprovarci, sempre. È questo il tamburo che riecheggia nella mente del Ballero. Da lì a poco nascerà il primo dei suoi due figli, Gianmarco, ed è forse anche questo che gli dà forza. Nel 1994 ci riprova, ma una foratura lo costringe ad un terzo posto. "La vita è una ruota", come diceva Alfredo Martini, suo amico, secondo padre, collega.

E che la vita è veramente una ruota Franco lo capisce l’anno dopo, nel 1995, sempre in quell’inferno della Roubaix, dove aveva detto che non ci avrebbe mai più rimesso piede. Ci rimette la ruota, quella di una Colnago C40. Gli anni passano e molti iniziano a preferire ammortizzatori e selle particolari, lui no, niente aggeggi strani perchè deve sentire la corsa, i ciottoli, il fango, deve sentire la strada passare sotto i propri pedali per avere la consapevolezza che sta andando. Trema, vibra, e poco importa se una settimana prima abbia sublussato la spalla destra sull'asfalto di Wevelgem. Stavolta non vuole rischiare distacchi millimetrici. Vincere o perdere, ma non per così poco.

A Templeuve, quando mancano 34 chilometri all'arrivo, Ballerini attacca. Qualcuno teme sia troppo presto. E invece no, Franco vola, come Moser, più di Moser. Cantagrillo, il paese dove abita è in fermento. Lui, il Ballero, balla. Due minuti sul secondo, Andrei Tchmil che regola un gruppetto di corridori. È l'apoteosi.

Maestro Ballerini, titolerà L'Équipe. Se Moser, in tutta la sua potenza, in tutta la sua eleganza, assomigliava ad una divinità greca, impareggiabile per bellezza, inarrivabile ed intoccabile per dominio atletico, Ballerini è qualcosa di più umano, più vicino, più emozionante. È il perdente che si riscatta. Il secondo, nel ciclismo uguale all'ultimo per gloria terrena conquistata, che diventa primo. "Oggi camminavo sull’acqua, proprio come Gesù".

Il vero capolavoro però arriverà tre anni più tardi, dopo due cadute rovinose, in cui rompe addirittura una ruota. Franco si rialza, a 123 km dal traguardo si ritrova con 7'15" di ritardo dal gruppo di testa. Rientra tra i primi inseguitori, poi a 62 chilometri dall’arrivo scappa solo all’inseguimento. Riprende ad uno ad uno i fuggitivi. Ultimo a resistergli è Ludo Dierckxsens. Lo stacca a 45 chilometri da Roubaix. Al traguardo ha 4'16" di vantaggio su Tafi: un vantaggio tale da concedergli il lusso di percorrere tutto solo entrambi i giri del velodromo, applauditissimo dal pubblico locale che sa amare visceralmente chi onora sino in fondo questa corsa massacrante. "Attraverso l'inferno sono entrato in paradiso", dice.

 

 

Nel 2001 Franco Ballerini decide di appendere davvero la bici al chiodo. Ma, prima, un'ultima Roubaix. La tredicesima. Sarà un misero 32esimo posto, ma entrando nel velodromo riceve un'ovazione incredibile. I francesi hanno deciso, senza votazioni, senza estenuanti trafile burocratiche: Franco Ballerini è un Monsier Roubaix, titolo che in Francia vale più di una medaglia al valore militare.

Sul traguardo Franco ha la faccia completamente ricoperta di fango. Assomiglia più ad un minatore che ad un ciclista. Addosso ha l’inconfondibile maglia a cubetti colorati della Mapei, e sulla sottomaglia mostra una scritta, cucita insieme alla moglie qualche giorno prima: "Merci Roubaix". Un ringraziamento, un omaggio, per qualcosa che ti resta dentro. Alla terra rossa, al carbone nero, alla pioggia, a tutto ciò che rappresenta questa corsa insensata, antica, vera.

Franco Ballerini termina così nel 2001 la sua carriera da corridore. Ad agosto dello stesso anno diventa, un po' a sorpresa, commissario tecnico della nazionale. Quella che seguirà sarà una trasformazione radicale nel modo di intendere le corse a squadre, un cambiamento drastico che porterà a successi insperati. Sarà l’inizio della cosiddetta macchia azzurra, un nazionale guidata unicamente da ideali di unità e intesa. In otto anni tante vittorie: quattro mondiali e un oro olimpico, con CipolliniBallan e il pupillo indiscusso nonché amico fraterno Paolo Bettini. La nazionale messa insieme da Franco Ballerini è l'esempio lampante che nel ciclismo il gioco di squadra paga.
 



Franco Ballerini muore il 7 febbraio 2010 a Larciano durante una gara rallistica, sua grande passione, alla quale partecipava come copilota. Lascia una moglie e due figli, lascia il ricordo vivo di poche ma splendide vittorie. Lascia un nuovo modo di intendere le corse, ispirato da un modo speciale ed antico di intendere la vita.

Un sorriso umano in un ciclismo sempre più freddo e distante. Alfredo Martini dirà di lui, in un emozionante discorso funebre, che "era uno di quegli uomini che si vorrebbe incontrare ogni minuto". Franco per tutti gli appassionati di sport è stato un uomo capace di vincere, di amministrare, pensare, promuovere il ciclismo con competenza, passione e amore. E per questo è doveroso il nostro ricordo.

 



Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta il 5 febbraio 2016 su Crampi Sportivi.

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