Due gregari qualsiasi

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Vuelta, ventesima tappa, metà gara o poco più. La tv spagnola inquadra la coda del gruppo: ha smesso di piovere, e il 9° in classifica generale appare in grande difficoltà.

Non sta faticando a tenere le ruote degli avversari – quello era successo poco prima, in salita, e sarebbe successo di nuovo di lì a poco. James Knox, costellato di bende, non riesce a sfilarsi la mantellina. Sulla destra dello schermo appare allora una mano che gliela tende, facilitando l’operazione.

L’inquadratura si allarga, includendo frammenti via via più larghi del samaritano. Maglia biancoblù, muscoli definiti, sguardo protettivo. Numero di gara: 61. È Gilbert. Insieme a Štybar, sta dando una mano – letteralmente – a Knox. Gilbert, 37 anni e un mare di vittorie, sta dedicando l'intera sua giornata a Knox, 23 anni e nessuna vittoria – almeno per ora. 

Knox è un corridore assai promettente. Uno scalatore leggero e veloce che chi conosce bene assicura entro un paio d’anni otterrà qualcosa di importante. Si è interessato al ciclismo guardandolo in tv. Ha deciso di declinare una borsa di studio dell’Università di Sheffield, dipartimento di biochimica, pur di provare a diventare professionista. Nativo di Kendal, cuore della Cumbria, Knox si è trasferito quindi per due anni in Italia, poi ha corso nella squadra di Bradley Wiggins.

Alla fine di un 2017 senza risultati, tuttavia, stava considerando di smettere. Invece è arrivata la chiamata della Quick Step, che l’ha lanciato nel professionismo e – quest’anno – l’ha fatto esordire nelle corse di tre settimane. Prima il Giro (si è ritirato dopo la dodicesima tappa per un problema al ginocchio), poi – soprattutto – la Vuelta. 

Costantemente tra i migliori, sempre a ridosso della top-10, Knox a inizio settimana aveva scalato la generale fino all'8° posto grazie all’attacco – insieme alla quasi totalità della sua squadra – nella tappa di Guadalajara. Poi venerdì, a due giorni dalla fine, la caduta. La ruota anteriore gli è scivolata sull’asfalto bagnato, in una curva, e l'inglese ha innescato il capitombolo che ha causato il ritiro di Tony Martin, le polemiche per il tentativo di allungo della Movistar e – tra le altre cose – i bendaggi di cui sopra.

Ieri mattina Knox si è presentato al via dell’ultima tappa di montagna con ferite un po’ ovunque. Si è staccato sul primo gpm, è rientrato, si è ri-staccato subito dopo. Ha concluso a 11 minuti da Pogačar, e ha perso (per 21 secondi) il suo posto tra i migliori dieci della generale.

«Non ho mai sofferto così in bicicletta», ha scritto su Instagram. «Mi sento fisicamente ed emotivamente svuotato».

Si sarebbe ritirato, ieri, se non fosse stato per i due capitani che, come due gregari qualsiasi, hanno accettato di scortarlo in un pomeriggio umido e dolente attraverso i monti del Sistema Central. Che gran gregari, erano: Philippe Gilbert, Zdeněk Štybar. «Quello che ha significato averli al mio fianco non si può esprimere a parole.»

 

 

 

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