[Vuelta17] L'ultima terzina

Vi rendo presente che nella regione delle Asturie, al centro della Sierra del Aramo, nella municipalità di Riosa, a circa 15 km da Oviedo, esiste una montagna la cui strada non è indicata sulle mappe, poiché trattasi invero di una mulattiera. Notate per cortesia che gli ultimi 7 km di salita hanno una pendenza superiore al 13%, e alcune rampe superano ampiamente il 20. Se mai doveste decidere di usarla, vi garantisco che le retine degli spettatori saranno segnate da memorie indelebili.

C'era scritto così su una lettera che venne consegnata nel settembre del 1997 presso gli organizzatori della Vuelta a España. Due anni dopo, fece il suo ingresso nella storia del ciclismo l'Alto de El Angliru, una specie di inferno capovolto dove i gironi più alti sono anche quelli più tormentosi.

Dante l'avrebbe cantato in terzine, il suo Angliru sarebbe stato un gigantesco toro che sfianca i peccatori, rei di avere avuto la presunzione di volerlo domare. Ma Dante non immaginava la bicicletta, se avesse conosciuto i ciclisti avrebbe certamente avuto qualcosa da dire sul loro ottuso desiderio di spingersi oltre ogni limite. E i patimenti peggiori li avrebbe riservati ad Alberto Contador.

Contador è stato il corridore da corse a tappe più libidinoso del ciclismo contemporaneo. Si è messo in testa di interpretare il suo sport come una continua ricerca del piacere, suo e dei suoi tifosi. Si divertiva per davvero ad attaccare, e chi lo conosceva sapeva che ogni salita di ogni giro poteva essere buona per un appuntamento con le sue movenze voluttuose.

Perché Contador offriva esattamente quello che gli appassionati di ciclismo si aspettano quando si piazzano a bordo strada, da sempre, e questo è azzardo, invenzione, sorpresa, e se è vero che lo sport è innanzitutto competizione - e la competizione premia una volta di più la caparbia regolarità di Froome - è altrettanto vero che le sue leggende si alimentano di istinti e fantasie.

L'Angliru aveva già conosciuto Contador nel 2008. A nove anni di distanza sono entrambi un po' invecchiati, non per questo meno temibili. Certo, un toro che già ti conosce è un rischio doppio: l'animale sa come ti muovi, come schivarti per poi abbatterti. Ma una volta steso il panno rosso non si può tornare indietro, per questo incrociando il profilo dell'Angliru lo sguardo di Contador diventa quello di José Tomás, Jarlinson Pantano la sua banderilla.

I due attaccano prima ancora che la salita sia cominciata, poi Pantano molla e Contador trova per strada Enric Mas, reduce dalla fuga di giornata, un giovanotto cresciuto nella sua squadra giovanile e che considera un suo erede. Il vento dell'Angliru confonde il passato con il futuro, s'invertono ruoli e parti, qualcuno sostiene lo script di questa tappa l'abbia abbozzato David Lynch in persona. Il giovane Mas aiuta Contador finché può, infine lo lascia solo nel luogo più pericoloso di tutti: il centro dell'arena.

Davanti con c'è più nessuno e dietro si corre una gara che non riguarda né lui né la montagna, perché in realtà l'ultima Vuelta di Contador non ha mai assunto le fattezze proprie di una corsa ciclistica, piuttosto di un'installazione artistica, o un poema lungo tremila chilometri.

In un luogo senza tempo e senza spazio, Contador scrive la sua ultima terzina. L'Angliru si ribella, è la sua natura, è simile all'oceano bollente che si chiuse sopra la testa di Ulisse per placare la sua sete di conoscenza. Ma Contador non può naufragare, vede una striscia di asfalto e in fondo il toro; la fine in uno striscione rosso e l'ignoto al di là delle colonne d'Ercole.

La sua pedalata è affaticata ma ineluttabile: l'Angliru si getta sotto di lui, Contador lo fa passare facendo avvicinare il corno fino alla sua coscia, lo guarda sfilare, innalza la lama e la fa sprofondare nella carne riottosa. Il pubblico impazzisce, esulta, si inchina, la pioggia camuffa l'estasi di alcuni e le lacrime di altri. Contador ha impresso l'ultima memoria nelle retine di chi lo attendeva fiducioso, come sempre.

 

 

 

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