Benedetta impazienza

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

In un video dello scorso 2 settembre, il giorno dopo la sua prima vittoria di tappa, a Tadej Pogačar viene chiesto di descrivere che tipo di corridore sia.

«Mi piace la salita» comincia lui, idee chiare e voce ferma. Poi, dopo due secondi di riflessione, la gran menzogna. «Non sono uno molto aggressivo, diciamo che sono più bravo a difendermi», spiega Pogačar. «Qualche volta in questo modo riesco a ottenere buoni risultati in classifica generale», racconta con un accenno di sorriso lo stesso giovincello che oggi, nell’ultima tappa di montagna della Vuelta 2019, ha attaccato a 39 km dall’arrivo, tutto solo, per il semplice motivo che non si accontentava di quanto ottenuto fino a quel momento nel primo grande giro della sua carriera, e cioè: due vittorie di tappa; un quinto posto nella classifica generale; il secondo in quella dei giovani. 

Forse i concetti di difesa e attacco non sono ancora ben definiti nel vocabolario dello sloveno, oppure c’entra la storia che da giovani si cambia idea in fretta, oppure ancora in quell’intervista Pogačar si stava semplicemente prendendo gioco dell’intervistatore, fatto sta che l’azione in cui si è lanciato oggi sul Puerto de Peña Negra è evoluta chilometro dopo chilometro in uno dei numeri più coraggiosi, luccicanti e fruttuosi dell’intera stagione.

Sfruttando le schermaglie (più che altro verbali) tra i suoi avversari e l’efficacia (niente affatto verbale) del suo talento, Pogačar si è preso in un colpo solo terza vittoria di tappa, maglia bianca e terzo posto nella generale. 

“Un buon risultato” si potrebbe dire usando le parole di un’intervista che risale appena a qualche settimana fa ma che già pare superata, sopravanzata dalla benedetta impazienza di un corridore che compirà 21 anni sabato prossimo e che ha già cominciato a raggiungere i record che si diceva un giorno avrebbe raggiunto (per dire: solo Vietto – nel 1934, al Tour – e Saronni – nel 1978, al Giro – erano riusciti a vincere almeno tre tappe in un grande giro quando ancora ventenni). 

Ma i giorni sembrano arrivare molto prima del previsto in questo 2019 pieno di grazia e di rivelazioni, stagione divenuta ufficialmente Anno Mondiale del Cambio Generazionale: tre grandi giri e tre vincitori che non avevano mai vinto prima, oltre a una quantità di facce nuove e promettenti, quasi tutte lisce, senza un filo di barba – tranne una. In mezzo a Roglič e Pogačar domani sul podio di Madrid ci sarà Alejandro Valverde.

Valverde di Pogačar potrebbe essere padre, o zio. Avrebbe potuto accompagnarlo a scuola nei suoi primi giorni di elementari, tuttavia nel settembre del 2003 Valverde già vinceva tappe alla Vuelta. È il corridore con più top-10 generali nella storia del ciclismo (19), uno dei più longevi di sempre, al punto che il toponimo della sede di arrivo della tappa di oggi, nel cuore della Sierra de Gredos, sembra attuale anche per lui, oltre che perfetto per i due sloveni: non un Puerto, un approdo; una Plataforma. 

 

 

 

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