Ci son due coccodrilli - La noia e il Tour de France

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Quelli che hanno fatto meno fatica sono i corridori. Loro si sono dovuti sciroppare soltanto 3529 chilometri, col caldo o col freddo, con la pioggia o col vento, ma ad andatura costante, senza sussulti e preoccupazioni. Qualche caduta ogni tanto, ok, ma fa parte del gioco. Chi ha fatto un po' più fatica di loro sono i commentatori, i giornalisti, i telecronisti soprattutto, persino i blogger, i cui picchi di interesse sono stati pioggia, cadute e battute brillanti su Twitter, evoluzione di un mestiere che un tempo consisteva nel raccontare la corsa e i sui personaggi, quando abbondavano i personaggi, e c’era più spesso anche la corsa.

Ma l'inferno vero, complice l'afa estiva, lo ha vissuto il pubblico televisivo, chi al Tour dedica tutto il suo mese di luglio, vive nel sogno di essere a bordo strada ad assistere alla storia del ciclismo che viene scritta in tempo reale, sotto i riflettori della corsa più importante del mondo. Come abbia fatto il pubblico televisivo a sopravvivere, non è dato saperlo. Il pubblico su strada, quello sì, gode di uno spettacolo che è sempre magico, e si rinnova giorno dopo giorno, ma sui divani, sui social network e sui forum, l’elemento unificante sembra essere la noia.

Noia normale, noia mortale, come cantavano i CCCP in un’altra epoca del ciclismo e della musica. Ma perchè questo Tour è parso così noioso, tanto da spingere qualcuno a etichettarlo come "il peggiore di sempre"? Di certo c'è stata una Sky troppo, troppo forte per tutti gli altri: una corazzata che da sola costa più di un quarto del gruppo, in cui qualsiasi gregario avrebbe potuto forse rivaleggiare con i capitani altrui. Un ritmo infernale su ogni salita, capace di decimare prima gli avversari che i propri elementi e imporre sempre il proprio gioco. Senza incontrare, per giunta, qualcuno capace di sovvertire questa evoluzione, vuoi per mancanza di gambe (in tanti casi, nel ciclismo la risposta finisce per essere questa), vuoi - soprattutto - per mancanza di coraggio e fantasia.

Forse è mancato il terreno, verrebbe da pensare, eppure le salite abbondavano, le tappe dal disegno intrigante anche; forse mancavano le distanze, sempre utili per evitare la ripetizione di un copione già scritto: se non è volata è fuga, e dietro si attende. Se in un Tour de France sono soltanto due gli uomini di classifica a vincere una tappa (Bardet e Froome), mentre tutte le altre volte arriva la fuga, qualcosa non torna. E meno male che almeno le fughe ci sono state.

Di soluzioni se ne possono ipotizzare varie. Dall’abolizione del ciclismo alla riduzione del numero dei corridori per squadra. Qualcuno dice la legalizzazione totale del doping, altri che sarebbe meglio togliere le radioline ai corridori, tutti concordano sull'utilità di una clonazione di Peter Sagan. Ogni ipotesi ha il suo senso, anche le più fantasiose. Quello che non ha senso è far finta di nulla. I corridori, specie quelli che vincono, dicono che il loro mestiere è vincere e non dare spettacolo: risposta ricca di verità, ma poverissima di lungimiranza. Che futuro può avere un ciclismo del genere, lo sport più aperto al caso e all’imprevisto che esista e che diventa invece così dannatamente prevedibile?

Per noi che il Tour continuiamo a vederlo dal divano, la soluzione è a portata di mano, e sta proprio nel seguire l’imprevedibile. Nel cominciare dal bello, che affiora in ogni occasione, e accodarcisi come ad un gregario in un ventaglio. Abbandonare gli uomini di classifica e seguire gli attaccanti, i velocisti e Peter Sagan (uno che fa categoria a se'), cioè quelli che sanno offrire emozioni adeguate alla Grande Boucle. Poi, allargare lo sguardo oltre la corsa. Saziarsi della passione che, lungo le strade, non si arrende mai. Perché è proprio a bordo strada che capisci il senso del Tour, la lunga e noiosa attesa per quell'istante che arriva e passa, o la noia di certi pomeriggi in cui quell'istante non arriva mai.

Da bordo strada, il Tour 2016 ho potuto vederlo nel suo penultimo battito di ciglia, sotto il diluvio della Megève - Morzine. Più che da bordo strada dovrei dire dalla strada, da un’auto dello sponsor tecnico Le Coq Sportif, che faceva da apripista, con qualche minuto di vantaggio sulla testa della corsa. Un punto di osservazione unico, come unica è la passione che richiama un esercito di pazzi d’amore. Se poi accade pure che un francese brutto e talentuoso, di quelli a cui è impossibile negare il proprio cuore, vinca la tappa del giorno prima con uno dei numeri più belli dell’intera corsa, va da sè che il calore aumenta.

Calore che certo non servirebbe alla partenza, laddove batte un sole che scalda il barbiere del villaggio (dalle cui mani doveva essere passato da poco uno Yukiya Arashiro senza casco e pettinatissimo, quasi un playmobil) e i circostanti tavolini. Qui si ferma a chiacchierare Bert-Jan Lindeman, dopo aver lasciato la bici in una rastrelliera manco fosse un happy hour.

Passa la carovana pubblicitaria, lancia il suo carico di tatuaggi ad acqua, occhialoni di plastica, caramelle, madeleine, calamite da frigo e opuscoli che invitano i giovani a dedicarsi alla pesca, poi si parte. Si parte verso una tappa di pochi chilometri, ma tutti su e giù, tra le Alpi e tra i cuori, tra i cartelli di chi a Bardet vorrebbe dire qualsiasi cosa, complimenti e grazie, di chi gli fa gli auguri e chi semplicemente constata il suo operato, sventolando la prima dei giornali.

Qualcuno ha altro da dire, come la baita con lo striscione che recita "COP21; ça roule?", in ritardo ma puntuale. Un’altra baita, poco più avanti, è in ristrutturazione: mancano i muri, ma ci sono enormi betoniere, da cui pendono alcune mountain bike, uno striscione concreto, un po’ come quello surrealista che recita soltanto “on a fait un carton”, poco più avanti, Verso l’Aravis, l’ultimo tornante è contraddistinto da una croce sormontata da un cristone argenteo che guarda verso valle. Qui finisce la fede, da qui in poi c’è solo la passione.

E’ qui, su questo Golgota improvvisato, che il cielo si chiude, diventa nero e inizia a scaricare tutta la sua furia sui corridori, sui suiveur, sul pubblico. Le prime due categorie soffrono, l’ultima se ne fotte. Se sei salito sin qui con bici da corsa e un carrello porta-bambini al traino, la pioggia non può che essere un leggero fastidio. Ci sono tanti modi per sfuggirle: c’è chi si rifugia sotto tettoie improvvisate, chi sotto gli alberi o soltanto sotto corone di spine, ghirlande di aghi di pino e di sportine plastificate, chi sotto bandiere che diventano copricapo. Le più efficaci - chissà perché - sembrano essere quelle della LottoNL-Jumbo. E poi teli di plastica stesi a coprire i bambini, cui genitori premurosi allungano le ultime madeleine rimaste dal passaggio della carovana.

Intorno c’è il diluvio, e nel diluvio c’è quell’assurda arca di Noè che è il ciclismo quando si appropria delle strade. Salendo verso il Joux Plane ho contato, in ordine casuale: due coccodrilli; un altro anfibio imprecisato, alcune fonti dicono fosse la Salamandra della sicurezza; un umpa lumpa; Ralph supermaxieroe; due fenicotteri gonfiabili; l'uomo-autovelox; un diavolo, cioè, El Diablo; un crociato avvolto in una bandiera sarda; un megapupazzo di un dinosauro (forse era Denver); un delfino gonfiabile, ma brandito come fosse uno squalo; due dozzine di parrucche rosa; uno degli invincibili; un tizio vestito da membro, nel senso proprio delle palle sui piedi e il glande sulla testa; un altro che lo accompagnava, con una gonna e sotto un apparato da John Holmes in gommapiuma; un fumogeno rosso; un luchador messicano; maglie a pois di ogni genere e misura, autoprodotte e disegnate su lenzuoli o altri capi a scelta, anche sulle strisce pedonali c’erano i pois, tanto che Morzine pareva essere in Giappone; un tizio con un reggiseno a pois; venti colombiani, di cui due in mutande; un power ranger (rosso); quattro uomini-orsacchiotto; Napoleone.

In mezzo a loro c’era la corsa. Così dicono almeno. Qualcuno dice che sia stata noiosissima, ma lo dice chi ha guardato dalla parte sbagliata. Chi si è concentrato sulla corsa, e non sul Tour de France.

(tutte le immagini sono scattate in corsa, in omaggio all'umidità e al dinamismo del Tour de France sulla strada)

Si ringrazia Le Coq Sportif per il supporto e l’ospitalità.

 

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