#Pdr (e11) - Rosa, azzurro y amarillo

Sotto il centro di Osimo, nelle viscere dell'antica Auximum, esiste un borgo parallelo. Un labirinto di grotte e cunicoli lungo in tutto 9 chilometri, al fresco del quale si trovano stipate grandi quantità di vino, salumi, conserve e – soprattutto - misteri. 

Non è stata ancora data una spiegazione attendibile sull’origine e la funzione di questo labirinto, né si sa nulla sul senso delle figure scolpite nell’arenaria dei sotterranei di Palazzo Campana, considerata “uno dei luoghi più misteriosi d’Italia”:

Oggi però il luogo più misterioso è in superficie, è una rampa di un chilometro e mezzo presso il cui imbocco una tifosa danese lavora a maglia nell’attesa della corsa. È una grande tifosa di Fuglsang, per questo il capo che sta filando è azzurro-Astana.

Solo che Fuglsang quest’anno farà il Tour, mentre lei ha potuto prendersi le ferie a maggio, non più tardi: ha noleggiato un’auto e si è messa a girare la penisola, cercando di incrociare i corridori ogni volta che ne ha avuto occasione. Oggi i suoi connazionali Pedersen e Bak non è che abbiano troppe speranze, ma che importa, dice che la curva dove si è posizionata è uno dei punti più belli e scenografici dove le sia capitato di attendere il passaggio di una corsa di biciclette.

La donna danese non vede l’ora, e non la vedono neppure Stybar e Wellens, convinti come sono di poter interpretare a modo loro un finale che tutti definiscono “da classica”.

Due che farebbero volentieri a meno di salire verso il centro di Osimo per risolvere il mistero dell’undicesima tappa del Giro sono invece Aru e Froome, il loro ritardo di condizione non è proprio un mistero. Il capitano della Sky, in particolare, sull’ultimo strappo pare se possibile più sgraziato del solito: il suo collo si allunga e lo fa sembrare un tacchino sghembo*

(persino lui oggi pareva più composto di Froome):

Tutto questo nel momento in cui Simon Yates, dopo essersi consultato con Chaves,

decide di andare a riprendere Wellens e Stybar, o i resti di Wellens e Stybar.

I due, osservando la sagoma rosa arrivare alle loro spalle a velocità doppia, trasmettono con lo sguardo un'insana voglia di Tiramisù. Non un dessert, però, ma la funicolare che allevia le fatiche di chi si dirige verso il centro città:

Yates sobbalza sul pavé con la stessa sicurezza del sole che dirada le nubi marchigiane. Yates è il sole di questa prima parte di Giro. Un astro rosa o, meglio, rosso. Diavolo rosso, allora, lui che da piccolo era abbonato allo United.

Gli viene chiesto un parere su un modo di dire di sir Alex Ferguson: “Quando un giocatore è al picco della forma, potrebbe scalare l’Everest in ciabatte”. Yates dice che effettivamente in questo momento sì, forse ci riuscirebbe, ha gambe buone ed è pure rilassato, ma i giorni negativi sono dietro l’angolo. Meglio non fidarsi troppo; meglio dare tutto adesso che le cose girano. “Se poi l’ultima settimana esplodo, pazienza, questo è quel che dovevo fare”.

A Osimo, soprannominata "città dei senza testa" per via delle statue acefale del Palazzo Comunale, Simon Yates mostra di avere la sua ben piantata sulle spalle. Bad luck ripete in continuazione Yates, come a esorcizzare l’unica paura che gli resta. Bad luck e time trial.

“È la cronometro il mio Everest”, sussurra pensando a Dumoulin, o all’ombra di Dumoulin, l’unico (con Formolo) in grado di tener testa all’inglese sul pavé che sigilla le viscere bucherellate di Osimo.
E l'unico, stasera, a meno di un minuto di distanza dal leader in classifica generale:

Una classifica che comincia ad allungarsi davvero. Certo, non abbastanza da consigliare ai primi di andare a festeggiare ad abbuffarsi di prodotti locali:

Lì potrebbe fare un salto la nostra amica danese, la quale con tutta probabilità verrà raggiunta dal connazionale Mads Pedersen. Per correre da lei, il giovane fenomeno della Trek aveva messo alla frusta il gruppo in più occasioni, segnando in modo poco francescano il destino dei cinque fuggitivi della Assisi-Osimo:

Perché, esattamente come il centro di Osimo, anche la tappa di oggi aveva un'anima parallela, sospesa tra visibile e invisibile, tra razionale e misterioso, tra quel che accade e quel che non è più.

Tra i cinque attaccanti del mattino, Fausto Masnada e Luis Léon Sanchez sembravano avere lo sguardo fisso verso il cielo, più che verso l'orizzonte ondulato della corsa:

Le loro squadre, Androni e Astana, sono le due che Michele Scarponi ha amato di più.

Gianni Savio, il ds dell'Androni, dice in tv che avrebbe voluto dedicargli la vittoria perchè si sente "onorato di essere stato amico di Scarponi". Lo ricorda come un corridore immenso:

Sulla stessa lunghezza d'onda Dmitrij Sedun dell'Astana: "Facciamo ogni giorno nostro maximum per onorare la memoria di Michele":

E quando l'Astana vuole fare il maximum non può che puntare su Luis Leon Sanchez, un ciclista maximo.

Come nota LuisLe, Filottrano sembra aver cambiato i suoi colori civici dopo la scomparsa di Scarponi. La cittadina ormai è tutta azzurro y amarillo

"Michele era il pilastro della squadra. Correre con lui è stata una fortuna, perchè il suo amore per questo sport e per quello che faceva spandeva felicità", aveva detto lo spagnolo al Giro dello scorso anno, dove aveva voluto transitare per primo sul Mortirolo, la Montagna Scarponi del Giro100.

Perché Sanchez quando attraversa i luoghi di Scarponi trova un'energia doppia. Un mese fa, dopo aver vinto una tappa al Tour of the Alps, si era detto "sicuro che, ovunque Michele sia, sarà soddisfatto di ciò che stiamo facendo".

E oggi, ovunque sia finito nella classifica finale di tappa, Luis dev'essere soddisfatto. Il suo traguardo l'ha conquistato, era uno striscione a 30 km dall'arrivo:

Era il traguardo volante di Filottrano, a poche centinaia di metri dal traguardo dove Michele era solito concludere i suoi allenamenti.

Ferramenta Belardinelli di Filottrano, parete degli interruttori, giusto accanto alla sedia girevole su cui Scarponi sedeva mentre il signor Niso - il titolare, figlio di appassionati virgiliani - attaccava quella che sarebbe stata la sua ultima chiacchierata col campione. Era l’inizio di aprile del 2017.

“Allora Michè, cosa pensa Nibali di questa storia che al Giro torni a fare il capitano?”, chiese il negoziante.
“È preoccupato che gli rubi il posto”, rispose Scarponi con una delle sue solite uscite, una delle centinaia di frasi immediate e sonore che Niso richiama alla mente con accuratezza da biografo. Perché - dice - certi uomini hanno bisogno di poesie, o di canzoni, per lasciare un segno del proprio passaggio su questo mondo; ma ad altri basta qualche battuta.

 

A cura di Paolo Bontempo, Filippo Cauz e Leonardo Piccione. Un ringraziamento speciale a Matteo Biscarini, che ci ha consentito in via eccezionale di visitare i cunicoli sottostanti il Palazzo Campana di Osimo.

*si tratta di una definizione data a inizio Giro dal fotografo Oliviero Toscani.

 

 

 

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