#PdR (e15) - Mettere a (ferro e) fuoco

Ci sono corse che si fanno ricordare a lungo per la potenza del vincitori; altre per il coraggio, qualcuna per lo stile, in certi casi persino per la follia, o addirittura la fortuna.

La tappa di oggi è quella che probabilmente ci ricorderemo più a lungo del Giro 2018, e ce la ricorderemo per l'intelligenza del suo vincitore, capace di fondere in sé le qualità di cui sopra, e di farlo con indosso una maglia rosa che non vorebbe mai coprire:

Si va a Sappada, e lo spunto è naturale per ricordare il tradimento più famoso del ciclismo. Anche perchè il destino ama fare scherzi, e a ricordare la storia ci pensa pure l'attualità:


Roche figlio si ritira per evitare di fare i conti con Visentini sul traguardo.

 

Ma nonostante il programma quantomeno minaccioso, la partenza è tutta una festa. Si celebra il compleanno di Chris Froome: 33 anni (difatti sullo Zoncolan pareva risorto).

Al brindisi si accoda Marco Saligari con la sua immancabile acqua-alimento,

mentre gli attaccanti del gruppo decidono di far festa a modo loro.

Le prime due ore di corsa sono un continuo susseguirsi di scatti e rincorse, provano ad andarsene in moltissimi. Tra i più attivi c'è Giulio Ciccone, che per una volta si trova in fuga con nomi altisonanti: Quintana (Dayer) e Nibali (Antonio):

Quest'ultimo in versione dromedario

Il gruppo però ancora una volta non è intenzionato a lasciar spazio ai fuggitivi, ai quali viene concesso soltanto un po' di svago tra palpeggiamenti,

allungamenti,

linguacce,

saluti,

e proclami per le vacanze del prossimo luglio.


Ok il trattore il Tour del Tour, ma... avete visto l'orso?

 

Nella concitazione delle prime fasi, l'Education First confeziona un piccolo capolavoro. Accortasi di aver mandato in fuga l'uomo sbagliato per una tappa di montagna (Modolo, il velocista della squadra), l'ammiraglia bianco-fucsia-verde opta ancora una volta per l'autodistruzione.

Dapprima mette alla frusta tutti i propri uomini affinché chiudano sui fuggitivi prima che inizino le salite:

(povero Carthy)

Dopodiché, fallito il tentativo di ricongiungimento, è il capitano in persona a tentare l'attacco garibaldino. Michael Woods (detto Tiger in motocronaca) allunga tutto solo a 70 chilometri dall'arrivo:

Vorrebbe la buca in un colpo, invece desiste poco dopo, arrendendosi al ritmo del gruppo e a una sciagurata scelta tattica. Arriverà a Sappada a quasi 5 minuti dal vincitore.

Alla fine restano davanti solo Ciccone e il sorprendente Nico Denz, le cui evoluzioni in discesa ravvivano lo spirito dei cronisti Rai. A Saligari ("è un pazzo") fa eco Martinello, sottolineando che il tedesco "ha rischiato di andare a trovare i proprietari di questa bellissima casa",

dove forse avrebbe anche fatto bene a fermarsi, visto che alle sue spalle qualcuno decide che è tempo di fare sul serio:

Il gruppo accelera di brutto, e la tv nazionale manda in onda "Tutto Aru minuto per minuto":

Nella sua giornata più difficile, il sardo esalta la poesia di Andrea de Luca, che prima lo racconta come "incollato al terreno".

E quindi lo segue a lungo da breve distanza, senza lesinare sui dettagli: "Sguardo perso, si potrebbe dire, anche se non lo vediamo per via degli occhiali".

Ad interromperne i calembour ci pensa lo stesso capitano della UAE, a cui le attenzioni ossessive non devono aver fatto certo bene

La telecamera lo saluta con un'ultima malinconica dissolvenza e si avventura verso l'alto.

Rientrati in corsa dopo lo speciale Aru, la situazione appare quella classica dei momenti di studio. Uno studio che nel caso di Simon Yates dev'essere stato più che mai approfondito. Passando da Pieve di Cadore, l'inglese trova il tempo per una breve sosta al Museo dell'Occhiale, dove individua la lente giusta per mettere a fuoco la corsa.

Guarda a destra e a sinistra con la cura del pedone che si accinga ad attraversare la strada. Le facce contorte dei suoi avversari sono per lui l’omino verde con braccia e gambe larghe: parte.

Attacca con la lucidità del veterano e insieme la spensieratezza dei 25 anni, sentirsi bene significa confondere le linee del tempo e sintetizzarle nella perfezione del presente.

Il presente fa male invece a Froome, al quale l’età presenta il meno gradito dei regali. Il keniano bianco paga gli sforzi dello Zoncolan,

e al traguardo appare decisamente più vecchio dei suoi 33 anni

È la domenica di Pentecoste, quella in cui lo Spirito Santo discese sui discepoli ed essi cominciarono d’improvviso a parlare in altre lingue.

Sarebbe un gran dono, quello di comprendere l'idioma degli altri, soprattutto per gli avversari della maglia rosa, che per tutta la durata dell'inseguimento si osservano e si provocano, ma senza mai capirsi. Là dietro è una Babele:

Ci si fa la guerra, piuttosto che collaborare, come vorrebbero Pinot

e soprattutto come vorrebbe Dumoulin, che alla richiesta di cambi riceve solo inviti poco urbani

Gli stessi che l'olandese restituirebbe volentieri ai compagni di giornata quando questi si ringaluzziscono al suo primo momento di crisi. Ma Dumoulin è uomo di pace e di dialogo, soprattutto di classe.

Lascia che siano gli avversari a scattarsi in faccia e guarda con fede al domani, anzi al dopodomani, quando nella crono di Rovereto potrà peregrinare tutto solo. Un appuntamento talmente vicino che l'olandese comincia già a prendere velocità: rientra sui rivali e finisce quasi per anticiparli al traguardo.

Intanto su Yates lo Spirito non solo discende; prende proprio dimora dentro di lui. Gli dona sapienza, intelletto, consiglio, fortezza e scienza. Pietà (degli avversari) e timore (di Dio, ma anche della terza settimana), quelli saranno per un'altra volta.

Yates ha la gamba migliore



e rilancia con un’espressione che più che preoccupazione esprime amore per l’azzardo. Il suo è un mezzo sorriso, un manifesto di concentrazione e consapevolezza.

L'inglese vince ed esulta per la terza volta

Dipingendo una piccola impresa che pare il primo dei capolavori del più illustre dei nativi di Pieve di Cadore.

A inizio '500 la famiglia dei Pesaro commissionò al giovane Tiziano una pala che celebrasse la vittoria dei veneziani sugli Ottomani nella battaglia di Santa Maura.

Il vescovo Jacopo Pesaro e papa Alessandro VI, sulla destra, presentano un prototipo di maglia rosa a San Pietro assiso in trono, vestito anch’egli di rosa. San Pietro, Vangeli alla mano, solleva la mano destra con gesto benedicente.

Così fa anche Yates,

che dopo aver offerto agli spettatori del Giro due settimane di spettacolo, spera di essersi guadagnato tutto ciò che gli interessa davvero, e che sta ai piedi del trono (o era un podio?) di San Pietro: le chiavi del paradiso.

Destinazione, quest’ultima, presso la quale sembra essere approdato già da un pezzo il dominatore della classifica della maglia nera.
Il sorriso soddisfatto di Giuseppe Fonzi (che dev'essere passato pure lui dal Museo dell’Occhiale) è la conclusione ideale di una domenica di sguardi e di ciclismo che ricorderemo per un bel po'.

 

 

A cura di Filippo Cauz e Leonardo Piccione.

 

 

 

 

 

 

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