Fedele a me stesso - Intervista a Tao Geoghegan Hart

 

Abbiamo avuto la fortuna di seguire da vicino Tao Geoghegan Hart nelle ultime due edizioni del Giro d'Italia. Lo scorso ottobre abbiamo anche chiacchierato brevemente con lui, rendendoci conto di quanto sia un atleta appassionato al proprio sport e attento alla realtà che lo circonda; di quanto abbia da dire.

Per questo lo abbiamo ricontattato a stagione finita e festeggiamenti completati, per una lunga chiacchierata via e-mail nella quale il vincitore del Giro spazia dal lockdown alle celebrazioni, dai campetti di Londra sino alla Maglia Rosa, passando - e non potrebbe essere altrimenti - per il cibo. La versione in lingua originale dell'intervista, a cura di Leonardo Piccione e Filippo Cauz, è disponibile a questo link.

 

 

Ciao Tao! Dunque terminata la stagione sei finalmente a casa. Com'è la situazione a Londra in questo momento? Resterai lì a lungo?

Ciao ragazzi! Sì, mi trovo a Hackney. Va tutto molto bene, nonostante quello che succede intorno. Ovviamente non ci sono state sere fuori o grandi feste, però questa situazione mi ha dato la possibilità, tra le altre cose, di chiacchierare faccia a faccia con alcuni amici al parco, davanti a un caffè, il che è un ottimo modo per aggiornarsi e rimanere concentrati sulla conversazione.

Per l'inverno sto ancora cercando di capire come organizzarmi perché con le nuove regole gli sportivi professionisti non hanno molta tutela per quanto riguarda allenamenti e gare...

 

Dopo la vittoria del Giro avevi detto che il tuo più grande desiderio era tornare a cenare a casa con la famiglia. Come è andata la cena di festeggiamento?

Anche questa cena è stata ovviamente diversa dal previsto, ma è stata molto bella. Ci sono state più portate: la prima era un piatto di tofu fritto preparato dalla compagna di mio padre, la seconda un gran curry fatto in casa. Con tutti i miei fratelli e sorelle insieme, la tavola è sempre particolarmente affollata e vivace!

 

Sembra che tu abbia un rapporto molto stretto col più piccolo dei tuoi fratelli, Bede. Ti consideri un esempio per lui?

No, non credo di reppresentare un esempio per mio fratello Bede. Lui è una persona tenace e indipendente che cammina con le proprie gambe, e questo ovviamente mi rende molto orgoglioso. Ha cominciato da poco un nuovo lavoro, negli ultimi giorni abbiamo parlato soprattutto di questo.

 

 

Il tuo tweet sulla 'domenica come le altre', scritto prima della crono decisiva del Giro, è stato qualcosa di speciale e commovente per molti...

Sì, il tweet era una cosa da nulla che ho inviato prima di spegnere il telefono quella mattina, poi però ne hanno parlato in tanti, il che mi è sembrato strano, visto che si trattava di una cosa naturale, scritta spontaneamente. Penso che il modo con cui sono cresciuto, i weekend con mio padre, siano memorabili per diverse ragioni: erano le occasioni per noi di andare insieme al mercatino delle pulci, oppure a vedere le partite di calcio. Le mie domeniche sono state consacrate al ciclismo soltanto quando avevo 14 o 15 anni, per questo finisco con l’essere piuttosto sentimentale quando mi sveglio una domenica e non c’è una corsa in programma, o un lungo allenamento, come è stato nell’ultimo decennio (escluso il fuori stagione).

 

Ci dici qualcosa in più dei tuoi inizi come tifoso di calcio, poi nuotatore e infine appassionato di ciclismo?

Da ragazzo semplicemente amavo lo sport. Mi piaceva moltissimo il calcio, così come ancora oggi. Più avanti mi sono avvicinato agli sport di resistenza, prima il nuoto e poi il ciclismo. La bicicletta per me non era una novità come mezzo di trasporto, ma come attività sportiva era qualcosa di completamente nuovo: nessuno in famiglia o tra i miei amici aveva legami col ciclismo, così è stato interessante scoprirlo e impararlo da me. Penso che all’epoca fosse anche molto più difficile da approfondire, senza i media attuali, scritti, online e così via. Il ciclismo oggi è immensamente più popolare in Gran Bretagna, ci sono più risorse da cui apprendere.

 

Cosa ha rappresentato quindi il ciclismo per te?

All’inizio pedalavo e basta (fuori Londra solo nei weekend), poi poco alla volta ho cominciato a gareggiare, sempre di più. Uno sport che non assomigliava a nulla di quello che avevo fatto prima. La vita della mia famiglia si svolgeva quasi esclusivamente  nei confini di Londra, persino le trasferte più lunghe per andare a vedere l’Arsenal erano al massimo a South o West London, mentre col ciclismo è stato subito l’opposto. Lasciavo Londra ad ogni uscita in bici, e le corse erano ancora più lontano, sia in Gran Bretagna che, poco dopo, in Belgio e nei Paesi Bassi, dove ho cominciato ad andare sempre più spesso...

 

 

Facciamo adesso un salto all’ultimo Giro d’Italia. In che modo pensi che questa vittoria definirà il resto della tua carriera?

Non so quanto tutto questo definirà la mia carriera. Non ne ho idea. Io posso solo controllare quanto definirà me, e questo non penso proprio che accadrà. Io rimarrò fedele a me stesso. Detto ciò, sarebbe irrispettoso non riconoscere che questa vittoria è immensamente importante, perché il Giro è una - se non la - corsa più romantica, prestigiosa e direi cool del calendario. Sappiamo che ci sono tre grandi corse a tappe, ma il Giro si distingue tra loro in modo unico. Per i suoi tifosi (in italiano nella risposta), per tutto quello che rappresenta a livello storico, sia nella storia del ciclismo che nella cultura italiana in generale.

 

Ad ogni modo, tu sarai per sempre 'colui che vinse quello strano Giro in quello strano anno'...

Penso che questo Giro sarà ricordato soprattutto per essere riuscito a partire nel più turbolento degli anni. Vincerlo, e vincerlo l’ultimo giorno di corsa per pochi secondi, è qualcosa che lo rende per me ancora più speciale. Ma il fatto che abbiamo corso, che siamo riusciti a farlo in sicurezza, e che siamo stati in grado di raggiungere quasi tutta l’Italia, questa è una vittoria di per sé, e vale la pena ricordarla.

 

 

Temi che in qualche modo il successo possa modificare la tua passione per questo sport?

La mia passione per il ciclismo è separata dalla mia carriera. Credo che la bicicletta sia uno strumento incredibile, un mezzo che cambia la vita delle persone, e questo non ha nulla a che vedere con lo sport. Lo sport del ciclismo ha a che fare forse per l’un percento, se non meno, con tutto quello che è la bicicletta. E lo stesso vale per l’attività fisica e semplicemente lo stare all’aperto: questa sono le mie vere passioni, qualcosa che ho sempre vissuto e che il 2020 ha riaffermato più che mai.

 

Non noti una sorta di contrasto tra la gioia derivante dal più importante risultato della tua carriera finora e questo contesto difficile, senza precedenti, in cui è impossibile anche solo festeggiare come si deve?

No, non vedo un contrasto in questo. Anzi considero un privilegio l’aver dato alle persone una distrazione, e a quelli di Hackney, di Londra e del Regno Unito, così come a coloro che hanno seguito la mia carriera o che si sono semplicemente goduti il Giro, qualcosa da celebrare, in qualsiasi modo, quest’autunno. Penso che questo sia un momento dell’anno non semplice, con la luce che diminuisce, soprattutto in un anno in cui l’estate è stata così importante… Adattarsi all’autunno è complesso, in particolare adesso che il nuovo lockdown ha bloccato le nostre relazioni sociali. 

 

Cosa hanno pensato i londinesi della tua vittoria?

Per me ha significato moltissimo vedere quanto i londinesi si siano appassionati al Giro. Penso che questo sia successo anche grazie al fatto che la corsa si sia giocata sul filo del rasoio, in un modo diverso rispetto a tanti grandi giri che si decidono quando manca ancora molto alla fine: tutto questo ha coinvolto una parte di pubblico nuova e, mi dicono, ha reso il Giro molto emozionante. Ma tutto il ciclismo ha fatto grandi cose quest’anno, per il solo fatto di essere sopravvissuto ma anche per aver offerto tre mesi di corse interessanti e combattute. Prendiamo il Tour per esempio… Mi ha coinvolto come non succedeva da diversi anni, è stato fantastico da guardare.

 

Pensi sia stato un caso che questo tuo exploit sia avvenuto in Italia, e non da qualche altra parte? Sembra ci sia un feeling particolare tra te e questo Paese: perché, secondo te?

Non saprei. Ma posso dire che sono molto felice che sia successo. Come ho detto prima, il Giro ha un sapore tutto suo, molto speciale, come del resto tutte le corse italiane. È un aspetto che mi ha colpito fin dalla mia prima corsa da juniores, il Giro della Lunigiana. Ricordo ancora le emozioni di quella corsa, di quella vittoria, di ciò che ha significato per me. Sono sensazioni molto differenti rispetto a quelle che provo oggi, dieci anni più tardi.

 

 

Concludiamo con l’argomento più importante di tutti: il cibo italiano. Abbiamo scherzato più volte con te sulla tua passione per la crostata, ma adesso è giunto il momento di approfondire come si deve.

Qui devo stare attento, perché ovviamente buona parte della mia esposizione al cibo italiano è legata alla scena culinaria londinese, che spesso comporta una leggera interpretazione british dei piatti, per quanto siano poi serviti da italiani doc.

 

Non preoccuparti di questo per ora: nessuno in Italia ha ancora letto questa intervista... Cominciamo: ci elenchi tre dei tuoi piatti italiani preferiti?

Allora, in ordine sparso:

  • Pizza con impasto a lievitazione naturale. C’è una grande cultura della pizza a Londra, di tutti i tipi di pizza. Economica, veloce, ricercata, tradizionale o no. La mia preferita è senza dubbio quella che fanno da Sodo, una pizzeria di East London. È vicina a dove abito, e negli ultimi anni, con grande soddisfazione, li ho visti crescere. Fanno pizze al lievito naturale, semplici ma incredibilmente buone. In generale la scena delle panetterie a lievitazione naturale è incredibile, a East London. È una delle cose che mi mancano quando viaggio. Certo bisogna dire che possono essere anche piuttosto costose.
     
  • Arancini. Ho mangiato il mio primo arancino in un bar toscano, con Mark Cavendish. Ci stavamo allenando prima del Giro della California 2014, la mia prima corsa in assoluto da professionista. Avevo diciott’anni all’epoca, e ogni giorno della vita imparavo un mucchio di cose, compreso commettere tanti errori - due cose che sono ancora valide oggi. Adoro il cibo confezionato naturalmente, è una cosa che mi fa impazzire. Con cibo confezionato naturalmente intendo qualcosa che si può avvolgere su se stessa e che può essere trasportata senza incarti o quasi. Per esempio un Cornish pasty (ho il sospetto che alcuni di voi dovranno fare una piccola ricerca!), un’empanada, un sausage roll (tradizione inglese!), un calzone o un onigiri avvolto in alghe. Qualsiasi cosa sia auto-avvolgente. Tutti prodotti che mi immagino molti anni fa, appena inventati, mentre venivano portati sul posto di lavoro, o in miniera, o in fattoria, pronti ad essere consumati qualche ora dopo. C’è un esempio di questo tipo di cibi, se non diversi, in ogni cultura. Amo il fatto che non ci sia nessun tipo di spreco, ma anche che spesso non sai cosa stai per mangiare finché non gli dai un morso. Gli arancini rientrano alla perfezione nella categoria. E ovviamente sono deliziosi!
     
  • Tutto ciò che è dolce. Amo il tiramisù, i biscotti, ovviamente la crostata, il gelato, l’affogato, i cornetti alla Nutella (tutti in italiano nella risposta). La lista è lunga, sono goloso! Una cosa particolare che mi balza alla mente sono i cannoli. Sono straordinari da guardare, una forma d’arte. Nello specifico, Salva (Salvatore Puccio, compagno di squadra siciliano di Tao alla Ineos) ne porta sempre un po’ per lo staff quando corriamo in Italia e sua moglie passa a trovarci. Tutti nello staff vanno matti per i cannoli, e anche io ne ho sgraffignato mezzo per me dopo la cronometro dell’ultima Tirreno-Adriatico. Questo però dovrebbe essere un segreto...

 

Si direbbe che tu possa andare avanti a parlare di cibo per ore!

Sì, queste sono le migliori memorie legate al cibo: con chi lo condividi, e come. È questo che amo della cucina italiana, ancor più del cibo stesso: l’aspetto sociale che essa comporta; il cibo unisce le famiglie, avvicina le persone. Possiamo imparare molto da questo in Inghilterra, dato che stiamo impostando una pericolosa cultura del mangiare di corsa, on-the-go, senza ritagliarci il tempo per un pasto adeguato, seduti a tavola, in senso più tradizionale. Penso che siano momenti che vadano valorizzati, e non dimenticati, in questa vita del ventunesimo secolo fatta di schermi e di un milione e una cosa da fare. 

 

Grazie mille, Tao. A presto... e buon appetito!

A voi ragazzi. Buona fortuna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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