Una questione di logica - Intervista a Giulio Ciccone

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    Fondatore di Inkorsivo.com, scrittore, discesista mancato

Mi piacerebbe andare in salita come Nibali, durare nel tempo come Valverde, e infine avere la simpatia di Scarponi.

 

Il mese di aprile Giulio Ciccone l'ha passato a scattare in salita in compagnia di Froome, Pinot e Pozzovivo (al Tour of the Alps) e poi a vincere, sul traguardo di Genova, il Giro dell'Appennino. Risultati che non dovrebbero sembrare così sorprenderti se a ottenerli è un corridore giovane e talentuoso che, nel 2016, a soli 22 anni, era riuscito a vincere una tappa al Giro d'Italia.

Ma niente è scontato dopo due interventi di micorchirurgia cardiaca, quelli a cui Ciccone si è dovuto sottoporre nel 2017 per far smettere il proprio cuore di correre troppo e con un ritmo poco regolare.

Nell'autunno 2016 avevamo parlato con lui di cosa significa essere giovani, decisi, sognatori e già vincenti. Un modo per conoscere meglio il volto di uno scalatore che con buona probabilità vedremo spesso inquadrato durante il prossimo Giro d'Italia - e, se come dice durerà quanto Valverde, non solo il prossimo.

 

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Ciao Giulio. Ci spieghi cosa si impara passando dai dilettanti ai professionisti?

Io ho imparato la vita da professionista dentro e fuori la strada. Ti sono richiesti più sacrifici, più allenamenti, cambia la prospettiva rispetto a tutto ciò che ti circonda e non solo rispetto alla bici. Per esempio, prima, in termini di alimentazione mi imponevo dei limiti che non sempre erano sensati, ora invece dovendomi confrontare con dei professionisti mi sento responsabilizzato, anche perché nel gruppo pro' fai davvero tanta fatica se non sei in condizione.

 

Quale aspetto di una corsa ciclistica ti appassiona di più?

Mi piace la logica che ogni corsa porta con sé. Tra i pro esiste una sorta di teoria alla base di ogni corsa, a seconda del tipo di gara, degli avversari e del percorso, si può interpretare la gara e prevedere il suo andamento e di conseguenza riesci a far valere più facilmente le tue caratteristiche.

Nei dilettanti, invece, spesso capita che, anche se la tappa è adatta al tipo di corridore che sei, finisce in un modo di correre irrazionale che non puoi interpretare e, quindi, controllare. Tra i pro vince il più forte, tra i dilettanti non sempre è così.

 

Cosa vuol dire vincere da giovani?

Nella tappa di Sestola del Giro sapevo fin dalla partenza che era una tappa adatta a una fuga, sono entrato nella fuga nella prima salita e mi sono riportato sui fuggitivi nella seconda perché dall'ammiraglia mi stavano comunicando che poteva essere l'attacco giusto per provare ad arrivare al traguardo. Ho attaccato in discesa che non è proprio il mio terreno e nel frattempo, alle mie spalle, Brambilla faceva delle trenate pazzesche per riportare sotto Jungels. Insomma una situazione particolare [ride, n.d.a.].

Il ciclismo è bello perché la logica si inserisce in un contesto ispirato da gesti estemporanei. Mentre ero da solo al comando provavo una sensazione bellissima. Mi rendevo conto che stavo facendo qualcosa di importante, però allo stesso tempo non volevo illudermi che stavo veramente riuscendo a vincere quella tappa. Sapevo che stavo andando molto forte, ma dovevo riuscire a non pensare dove stavo arrivando, cercavo solo di vivermi il momento. Ero lucido, pensavo solo alla mia pedalata.

 

Cosa si prova quando da giovani si capisce di avere delle potenzialità fuori dalla norma? E cosa bisogna sacrificare?

È un processo abbastanza graduale, ma allo stesso tempo ci sono dei momenti in cui cominci a capire di essere diverso dal resto del gruppo. Io, per esempio, quando mi sono trasferito a Bergamo e ho iniziato a migliorare sotto molti aspetti, ho capito che il ciclismo sarebbe diventata la mia vita.

Per crederci veramente, però, hai bisogni di costruirti delle certezze. Io le ho trovate nella motivazione. Ho la sicurezza dentro di me che quello che sto facendo mi potrebbe portare a raccogliere grandi risultati, allora ho dimenticato la distanza e le rinunce. A questa forte motivazione bisogna aggiungere la fortuna; la fortuna che io ho avuto nell'incontrare le persone giuste nel mio cammino e non è sempre così.

Per quanto riguarda la corsa, io mi vedo di più come corridore da corse a tappe, ma è troppo presto per parlarne. Questa è la mia idea, ma non so se verrà necessariamente confermata dai risultati che andrò a fare. Penso che saranno i prossimi anni di maturazione a indicarmi quella che può diventare la mia strada. Solo la strada potrà dire che corridore sarò. Per ora posso parlare solo delle mie sensazioni in corsa.

 

Dove sarai tra quindici anni?

Non riesco a vedermi senza la bici. Se non sarò ancora sopra una bici tra quindici anni, allora vorrei continuare comunque ad avere a che farci quotidianamente. A me piace tutto del ciclismo, piace correre, ma piace anche l'ammiraglia, piace fare la corsa e mi piacerebbe interpretare quella teoria sui cui poggia.

 

 

L'articolo originale, contenente anche le risposte di Gianni Moscon e Valerio Conti, è disponibile qui.

 

 

 

 

 

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