Dedizione incondizionata - Intervista a Gianni Moscon

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"Gianni è impressionante, lo sapevamo già da come aveva corso altrove, ma quello che sta facendo al suo primo grande giro è un lavoro incredibile. Faccio fatica persino io a stargli a ruota".

Chi parla è Chris Froome, uno che in carriera ha vinto quattro Tour de France, di cui l'ultimo giusto un mese fa. Gianni è Gianni Moscon, nato a Livo (TN) il 20 aprile del 1994, campione italiano a cronometro, quinto classificato alla Roubaix di quest'anno, esordiente sulle strade di Spagna. Dopo una primavera conclusa in maniera quantomeno infelice, Moscon si è rilanciato quest'estate interpretando un ruolo celebre in casa Sky: il disintegratore. Ovvero colui che si mette in testa al gruppo sulle salite e alza il ritmo tanto da mettere tutti in fila prima, e da staccare due terzi dei compagni poi.

Lo scorso inverno abbiamo fatto una lunga chiacchierata con tre giovani cellule del nostro ciclismo: Giulio Ciccone, Valerio Conti e - appunto - Gianni Moscon. Abbiamo parlato con loro di cosa significa essere giovani, decisi, sognatori e già vincenti. L'articolo intero lo trovate qui. Di seguito abbiamo isolato le sole risposte di Moscon, per conoscere meglio il volto più inquadrato di questa Vuelta.

 

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Cosa si impara passando dai dilettanti ai professionisti?

È la corsa che cambia, il suo andamento. Nei dilettanti il controllo della corsa da parte delle varie squadre è limitato; ci sono corridori destinati a lavorare in vari segmenti della gara, ma ognuno potenzialmente ha le sue chances da giocare. Nei professionisti, invece, l'idea di quello che la corsa diventerà viene programmato nei minimi dettagli, tutti lavorano per un unico obiettivo, un unico corridore.

Quale aspetto di una corsa ciclistica ti appassiona?

Nel ciclismo moderno a meno che il gruppo non sbagli i calcoli le probabilità che una fuga arrivi sono molto basse, finisci per disperdere energie senza concretizzare tutto il lavoro fatto. Infatti, anche se andare in fuga ha il suo fascino, io preferisco restare con il gruppo dei migliori e giocarmi la vittoria con loro, preferisco battermi per una seconda piazza contro i leader del gruppo che vincere in fuga perché mi hanno lasciato andare. Se vuoi competere con i migliori devi stare in gruppo e io voglio confrontarmi con loro.

Cosa vuol dire vincere da giovani?

Quando inizi una corsa speri sempre di andare forte, ma poi vincere non è scontato. Io durante i giorni dell'Arctic Race sapevo di essere in buona forma. Non essendo, ovviamente, il capitano della mia squadra ho dovuto dimostrare sulla strada che le mie condizioni non erano solo uno stato di forma particolare, ma potevano permettere di farmi arrivare alla vittoria. La squadra intuendo le potenzialità mi ha esentato dal lavoro sporco che mi avrebbe fatto perdere energie.

Spesso viene imputato al Team Sky di essere una squadra fredda che tende ad appiattire l'iniziativa personale, ma durante la stagione, e l'Arctic Race in particolare, ho trovato un ambiente umano, non troppo diverso rispetto a quello che avevo nel mio vecchio team dilettante [la Zalf, n.d.a.], un ambiente dove i rapporti personali rimangono la base fondante per costruire il risultato in strada.

Quando nella terza tappa ho visto che neanche Henao riusciva a tenere il mio ritmo ho capito che stavo per fare qualcosa di importante. Dal giorno seguente tutta la Sky ha lavorato per me e avere una squadra così che puntava tutto sulla mia vittoria mi ha fatto provare una gioia immensa.

Cosa si prova quando da giovani si capisce di avere delle potenzialità fuori dalla norma? E cosa bisogna sacrificare?

Francesco Moser diceva che "il ciclismo è come la campagna, necessita una dedizione incondizionata". Io e la mia famiglia lavoriamo con la campagna [hanno un'azienda di mele, n.d.a.], so cosa vuol dire lavorare nei campi e quindi so anche cosa intende Moser. In campagna puoi sperare di riuscire a raccogliere i frutti solo se il tuo lavoro quotidiano è meticoloso e paziente, e il ciclismo non è troppo diverso. Io ho iniziato per passione, da bambino, e senza quasi accorgermene mi sono ritrovato qua. Nella vita a volte non sai perché fai le cose, ma ti ritrovi a farle e così continui a farle al meglio delle tue potenzialità.

Il ciclismo, per me, ormai è uno stile di vita, non prendo neanche in considerazione l'idea di fare una vita diversa, poi magari quando smetterò mi renderò conto di quello che non ho potuto fare facendo il ciclista. Però io sono convinto che non lo rimpiangerò come se fosse qualcosa che ho perso perché le soddisfazioni che il ciclismo mi dà non potrei trovarle al di fuori della bicicletta.

In realtà così come non scegli di diventare un ciclista, ma semplicemente continui a esserlo e quindi a farlo, allo stesso modo non puoi scegliere che tipo di ciclista diventare. È la strada che ti indica che corridore puoi essere, dove ti trovi a tuo adagio e dove, invece, fatichi. Io più o meno ho avuto gli stessi risultati nelle corse a tappe e in quelle di un giorno e quindi non è semplice privilegiare una corsa rispetto all'altra. Per esempio io pensavo di essere un uomo da corse di un giorno e poi ho vinto la mia prima gara in una corsa a tappe.

Dove sarai tra quindici anni?

Non saprei. Il ciclismo mi piace praticarlo, mi piace come sport, mi piace la bici e poter viaggiare su questa bici per scoprire posti e persone che altrimenti non potrei conoscere. Quindi quando smetterà di essere un'attività vera e propria, non penso che l'ambiente del ciclismo possa piacermi abbastanza per restarci tutta la vita. Mi vedo di più a vivere a casa e a fare quello che ho fatto da bambino, lavorare in campagna, nel mio territorio.

 

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