Cellule in divenire

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    Fondatore di Inkorsivo.com, scrittore, discesista mancato

Lo sviluppo di un embrione si basa sulla capacità delle sue cellule di trasformarsi nei tre foglietti cellulari che in seguito specializzeranno le loro funzioni e comporranno l’organismo nella sua interezza. Le cellule, in quel particolare stadio embrionale, possono tutto, per questo vengono chiamate "totipotenti". Sono come le altre cellule, ma hanno ancora la possibilità di decidere a quale funzione voteranno la loro esistenza. Sono cellule particolari, sono in divenire, in potenza. Sono cellule libere. Chissà se si rendono conto della rarità della loro condizione. Essere, se non proprio padrone, quantomeno protagoniste del proprio futuro.

In realtà, forse, non abbiamo il diritto di guardare la loro totipotenza con troppa invidia. Del resto esiste almeno un altro momento in cui l'esistenza umana si ritrova in una condizione fatta di infinite possibilità il cui incrociarsi definirà ciò che la vita diverrà: la giovinezza. Essere giovani vuol dire compiere una sequenza di scelte che intrecciandosi passeranno dal campo del possibile a quello della realtà, escludendo altre mille variabili che prima di quelle scelte rimanevano perfettamente plausibili.

Nella vita di un atleta la giovinezza è una fase ancora più delicata, se possibile, rispetto a quella di qualunque altra persona. La vita di uno sportivo, infatti, non è altro che una porzione di pochi anni all’interno di un percorso più lungo, è concentrata e brevissima e proprio per questo le scelte che vengono compiute negli anni che precedono la maturità risultano ancora più determinanti. La bontà o meno di queste scelte verrà verificata di lì a breve: Sarà un campione o un comprimario? Ha scelto la squadra giusta in cui crescere? Ha selezionato obiettivi alla sua portata? La fortuna lo avrà assistito?

Nel ciclismo, il momento in cui si passa dai dilettanti ai professionisti è quello in cui vengono concentrati gli sforzi fatti negli anni precedenti e in cui si definisce la propria collocazione all’interno del gruppo che, proprio come un organismo vivente, necessita che ogni sua cellula svolga una funzione specifica. Gianni Moscon, Valerio Conti e Giulio Ciccone sono tre ciclisti che stanno vivendo in maniera diversa il privilegio e la responsabilità di essere giovani e forti. Ci hanno raccontato cosa vuol dire correre, cosa vuol dire vincere, cosa vuol dire scegliere e cosa vuol dire essere liberi.
 

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CRESCERE

Cosa si impara passando dai dilettanti ai professionisti?

 

Gianni Moscon: È la corsa che cambia, il suo andamento. Nei dilettanti il controllo della corsa da parte delle varie squadre è limitato; ci sono corridori destinati a lavorare in vari segmenti della gara, ma ognuno potenzialmente ha le sue chances da giocare. Nei professionisti, invece, l'idea di quello che la corsa diventerà viene programmato nei minimi dettagli, tutti lavorano per un unico obiettivo, un unico corridore.

Giulio Ciccone: Ho imparato la vita da professionista dentro e fuori la strada. Ti sono richiesti più sacrifici, più allenamenti, cambia la prospettiva rispetto a tutto ciò che ti circonda e non solo rispetto alla bici. Per esempio, prima, in termini di alimentazione mi imponevo dei limiti che non sempre erano sensati, ora invece dovendomi confrontare con dei professionisti mi sento responsabilizzato, anche perché nel gruppo pro fai davvero tanta fatica se non sei in condizione.

Valerio Conti: Nei dilettanti il direttore sportivo organizza la squadra dagli allenamenti fino alla corsa, invece tra i pro sei libero di scegliere la tua corsa e il tipo di stagione che vuoi fare. Ovviamente questa libertà porta dietro anche una certa dose di responsabilità: con il tuo preparatore puoi decidere quando cercare di dare il massimo nel corso della stagione, decidi da solo su quale appuntamento puntare anche perché poi se qualcosa va storto puoi incolpare solo te stesso. Non possono esserci scusanti esterne. I primi anni dopo il passaggio dai dilettanti servono a prendere un po' di botte e, quindi, a capire dove sbagli, poi devi essere in grado di assumerti le tue responsabilità nei confronti della tua carriera e della tua vita. Se non lo fai, rischi di non arrivare mai a capire fino a che punto potevi arrivare.

 

 

CORRERE

Quale aspetto di una corsa ciclistica ti appassiona?

 

GM: Nel ciclismo moderno a meno che il gruppo non sbagli i calcoli le probabilità che una fuga arrivi sono molto basse, finisci per disperdere energie senza concretizzare tutto il lavoro fatto. Infatti, anche se andare in fuga ha il suo fascino, io preferisco restare con il gruppo dei migliori e giocarmi la vittoria con loro, preferisco battermi per una seconda piazza contro i leader del gruppo che vincere in fuga perché mi hanno lasciato andare. Se vuoi competere con i migliori devi stare in gruppo e io voglio confrontarmi con loro.

GC: Mi piace la logica che ogni corsa porta con sé. Tra i pro esiste una sorta di teoria alla base di ogni corsa, a seconda del tipo di gara, degli avversari e del percorso, si può interpretare la gara e prevedere il suo andamento e di conseguenza riesci a far valere più facilmente le tue caratteristiche. Nei dilettanti, invece, spesso capita che, anche se la tappa è adatta al tipo di corridore che sei, finisce in un modo di correre irrazionale che non puoi interpretare e, quindi, controllare. Tra i pro vince il più forte, tra i dilettanti non sempre è così.

VC: Quando scatti per un compagno, come ho fatto al Giro per Ulissi [quarta tappa, Catanzaro-Praia a Mare, n.d.a.], lo sforzo è meno istintivo, tende a essere più misurato e più pensato. Devi essere in totale controllo dello sforzo perché ogni energia spesa deve essere focalizzata a supportare quelle che poi spenderà il tuo compagno per cercare di concretizzare la tua azione. Ovviamente a livello emotivo è completamente diverso rispetto a quando corri per te stesso. Però quando Diego ha vinto a Praia a Mare, io ero contento come quando vinco io, poi certo non dipendendo da te, a volte c'è anche la frustrazione di aver lavorato senza risultati.

 

VINCERE

Cosa vuol dire vincere da giovani?

 

GM: Quando inizi una corsa speri sempre di andare forte, ma poi vincere non è scontato. Io durante i giorni dell'Arctic Race sapevo di essere in buona forma. Non essendo, ovviamente, il capitano della mia squadra ho dovuto dimostrare sulla strada che le mie condizioni non erano solo uno stato di forma particolare, ma potevano permettere di farmi arrivare alla vittoria. La squadra intuendo le potenzialità mi ha esentato dal lavoro sporco che mi avrebbe fatto perdere energie.

Spesso viene imputato al Team Sky di essere una squadra fredda che tende ad appiattire l'iniziativa personale, ma durante la stagione, e l'Arctic Race in particolare, ho trovato un ambiente umano, non troppo diverso rispetto a quello che avevo nel mio vecchio team dilettante [la Zalf, n.d.a.], un ambiente dove i rapporti personali rimangono la base fondante per costruire il risultato in strada. Quando nella terza tappa ho visto che neanche Henao riusciva a tenere il mio ritmo ho capito che stavo per fare qualcosa di importante. Dal giorno seguente tutta la Sky ha lavorato per me e avere una squadra così che puntava tutto sulla mia vittoria mi ha fatto provare una gioia immensa.

VC: Quando ho vinto la tappa alla Vuelta [la 13ª, n.d.a.] sono partito in fuga sicuro, ma non sapevo bene come sarebbe andata a finire. A un certo punto ho visto che piano piano, chilometro dopo chilometro, il gruppetto di corridori che era con me in fuga prendeva fiducia. Sulla salita allora sono partito. Non pensavo solamente al gesto tecnico o atletico. Durante quei 18 km continuavo a incitarmi, mi incoraggiavo dicendomi quanto sarebbe stato importante per me, per la mia carriera e per tutti gli sforzi fatti, vincere quella tappa. I watt, le frequenze eccetera sono importanti, ma quando inizi a realizzare che stai per vincere la tappa allora ti servono a poco, quello che conta sono le forze mentali e l'ostinazione. E alzare le braccia sul traguardo è una sensazione bellissima.

GC: Nella tappa di Sestola del Giro sapevo fin dalla partenza che era una tappa adatta a una fuga, sono entrato nella fuga nella prima salita e mi sono riportato sui fuggitivi nella seconda perché dall'ammiraglia mi stavano comunicando che poteva essere l'attacco giusto per provare ad arrivare al traguardo. Ho attaccato in discesa che non è proprio il mio terreno e nel frattempo, alle mie spalle, Brambilla faceva delle trenate pazzesche per riportare sotto Jungels. Insomma una situazione particolare [ride, n.d.a.].

Il ciclismo è bello perché la logica si inserisce in un contesto ispirato da gesti estemporanei. Mentre ero da solo al comando provavo una sensazione bellissima. Mi rendevo conto che stavo facendo qualcosa di importante, però allo stesso tempo non volevo illudermi che stavo veramente riuscendo a vincere quella tappa. Sapevo che stavo andando molto forte, ma dovevo riuscire a non pensare dove stavo arrivando, cercavo solo di vivermi il momento. Ero lucido, pensavo solo alla mia pedalata.

 

 

 

DECIDERE

Cosa si prova quando da giovani si capisce di avere delle potenzialità fuori dalla norma? E cosa bisogna sacrificare?

 

VC: Nella corsa lo capisci perché vai effettivamente più forte degli altri, ma ci sono anche fattori esterni che cominciano a suggerirti che quello che fai come un gioco potrà diventare un lavoro. Quando inizi a essere contatto da vari team manager o dai procuratori sicuramente realizzi che stai per intraprendere un passo verso il professionismo. E proprio lì comincia il momento più delicato perché c'è l'euforia di questa possibilità, ma al tempo stesso cresce la consapevolezza che per riuscire a concretizzare quest'opportunità si dovranno moltiplicare i sacrifici, le rinunce e la fatica.

Più cresco e più mi accorgo che il lavoro del ciclismo ha aspetti che lo rendono unico. Come ciclisti ci spostiamo in continuazione, siamo nomadi. Ma questo nomadismo ha aspetti soprattutto positivi. Sicuramente rispetto ai nostri coetanei abbiamo meno tempo libero, meno libertà materiali, spesso siamo lontani da casa e raramente possiamo partecipare alla socialità dei giovani; però al tempo stesso abbiamo l'occasione unica di scoprire luoghi e culture che altrimenti sarebbero rimasti ignoti. E poi, questa vita ti dà l'opportunità di conoscere tantissime persone rispetto a quello che potresti fare restando nei luoghi dove sei cresciuto. Per me è un onore.

GM: Francesco Moser diceva che "il ciclismo è come la campagna, necessita una dedizione incondizionata". Io e la mia famiglia lavoriamo con la campagna [hanno un'azienda di mele, n.d.a.], so cosa vuol dire lavorare nei campi e quindi so anche cosa intende Moser. In campagna puoi sperare di riuscire a raccogliere i frutti solo se il tuo lavoro quotidiano è meticoloso e paziente, e il ciclismo non è troppo diverso. Io ho iniziato per passione, da bambino, e senza quasi accorgermene mi sono ritrovato qua. Nella vita a volte non sai perché fai le cose, ma ti ritrovi a farle e così continui a farle al meglio delle tue potenzialità.

Il ciclismo, per me, ormai è uno stile di vita, non prendo neanche in considerazione l'idea di fare una vita diversa, poi magari quando smetterò mi renderò conto di quello che non ho potuto fare facendo il ciclista. Però io sono convinto che non lo rimpiangerò come se fosse qualcosa che ho perso perché le soddisfazioni che il ciclismo mi dà non potrei trovarle al di fuori della bicicletta. In realtà così come non scegli di diventare un ciclista, ma semplicemente continui a esserlo e quindi a farlo, allo stesso modo non puoi scegliere che tipo di ciclista diventare. È la strada che ti indica che corridore puoi essere, dove ti trovi a tuo adagio e dove, invece, fatichi. Io più o meno ho avuto gli stessi risultati nelle corse a tappe e in quelle di un giorno e quindi non è semplice privilegiare una corsa rispetto all'altra. Per esempio io pensavo di essere un uomo da corse di un giorno e poi ho vinto la mia prima gara in una corsa a tappe.

GC: È un processo abbastanza graduale, ma allo stesso tempo ci sono dei momenti in cui cominci a capire di essere diverso dal resto del gruppo. Io, per esempio, quando mi sono trasferito a Bergamo e ho iniziato a migliorare sotto molti aspetti, ho capito che il ciclismo sarebbe diventata la mia vita. Per crederci veramente, però, hai bisogni di costruirti delle certezze. Io le ho trovate nella motivazione. Ho la sicurezza dentro di me che quello che sto facendo mi potrebbe portare a raccogliere grandi risultati, allora ho dimenticato la distanza e le rinunce. A questa forte motivazione bisogna aggiungere la fortuna; la fortuna che io ho avuto nell'incontrare le persone giuste nel mio cammino e non è sempre così.

Per quanto riguarda la corsa, io mi vedo di più come corridore da corse a tappe, ma è troppo presto per parlarne. Questa è la mia idea, ma non so se verrà necessariamente confermata dai risultati che andrò a fare. Penso che saranno i prossimi anni di maturazione a indicarmi quella che può diventare la mia strada. Solo la strada potrà dire che corridore sarò. Per ora posso parlare solo delle mie sensazioni in corsa.

 

 

IMMAGINARE

Dove sarai tra quindici anni?

 

GC: Non riesco a vedermi senza la bici. Se non sarò ancora sopra una bici tra quindici anni, allora vorrei continuare comunque ad avere a che farci quotidianamente. A me piace tutto del ciclismo, piace correre, ma piace anche l'ammiraglia, piace fare la corsa e mi piacerebbe interpretare quella teoria sui cui poggia.

VC: Non ho un obiettivo ancora. Certo che mi piacerebbe restare nel mondo del ciclismo, ma non come direttore sportivo o all'interno di una squadra a livello gestionale. Probabilmente preferirei occuparmi della preparazione e della maturazione di giovani atleti. Di sicuro, però, per fare l'atleta devi essere in grado di pensare solo al presente perché ogni minima proiezione nel futuro può farti perdere quella motivazione e quella dedizione che devi avere per poter affrontare la competizione gara dopo gara. Già solo il pensiero di fare qualcos'altro a me non è che mi convince troppo.

GM: Non saprei. Il ciclismo mi piace praticarlo, mi piace come sport, mi piace la bici e poter viaggiare su questa bici per scoprire posti e persone che altrimenti non potrei conoscere. Quindi quando smetterà di essere un'attività vera e propria, non penso che l'ambiente del ciclismo possa piacermi abbastanza per restarci tutta la vita. Mi vedo di più a vivere a casa e a fare quello che ho fatto da bambino, lavorare in campagna, nel mio territorio.

 

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Gianni Moscon (Livo, 20 aprile 1994): è un corridore del team Sky. Nel 2017 corre la sua seconda stagione tra i professionisti. Nel 2016, oltre a vincere l'Arctic Race of Norway (con il suo premio di 500 chili di salmone) ha bene impressionato sia alle Strade Bianche (15°) che alla Parigi-Roubaix (38°).

Valerio Conti (Roma, 30 marzo 1993): è un corridore del UAE Team Emirates. Dal 2013 corre tra i professionisti. Fa parte di una famiglia di ciclisti: suo nonno Noè era gregario di Coppi e suo padre Franco ha corso otto anni tra i pro. Oltre alla tappa vinta alla Vuelta nel 2016 è arrivato terzo nella classifica per la Maglia Bianca al Giro e ottavo per la stessa classifica al Critérium du Dauphiné.

Giulio Ciccone (Chieti, 20 dicembre 1994): corre per la Bardiani-CSF. Abruzzese di Lombardia, essendo nato e cresciuto a Chieti, ma adottato sportivamente da Bergamo. La stagione passata è stata quella del suo esordio tra i professionisti. Oltre alla vittoria nella decima tappa del Giro ha disputato un'ottima prova all'Amstel Gold Race concludendo 36°.

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