[Liegi - Bastogne - Liegi 2018] La rupe dei lupi

Sono 60 anni esatti che non si vede più un falco sulla Rupe dei Falchi. Dopo aver nidificato per secoli sulla falesia, i falchi pellegrini sono scomparsi. Da un decennio sono altre le creature che provano a sfruttare la vertigine di Roche-aux-Faucons. Sono cacciatori strani, i ciclisti di oggi: mettono a fuoco la preda, ma il più delle volte preferiscono attendere, volteggiare in ampi cerchi sopra l'obiettivo fino ad attendere lo sfinimento dei rivali, o il proprio. È andata quasi sempre così sulla Rupe dei Falchi da quando è diventata parte della Liegi-Bastogne-Liegi, segno che forse non era davvero più destinata ad essere terreno per predatori. Poi però sono arrivati i lupi.

A rendere pubblico il soprannome Wolf Pack, ispirato a una banda di teppisti di quartiere di Copenaghen, era stato l'anno scorso Bob Jungels. Il Giro d'Italia puntava verso Cagliari quando questa specie di Matt Damon lussemburghese decise di lavorare per far vincere il compagno Gaviria invece di prendersi maglia rosa e secondi di vantaggio. È così che un soprannome si trasforma in fatto: se il lupo caccia, mangia tutto il branco.

La Rupe dei Falchi diventa Rupe dei Lupi al segnale del capobranco. Scatta Gilbert e di colpo i più arditi cacciatori diventano prede paralizzate dalla paura, o dal caldo. Valverde è solo e spossato; Nibali vive una giornata-no; Wellens e Vanendert faticano ad armonizzare i propri sforzi. A quel punto a Jungels tocca solo rilanciare e confidare nel fatto che il branco gli assicurerà un lauto pasto anche se l'assalto dovesse fallire. Il capitano della sua Quick-Step era oggi Julian Alaphilippe, detto Loulou o Kiki nella strana lingua dei lupi. Mercoledì scorso a Huy aveva vinto ma non esultato, convinto di essere stato battuto; esulta oggi ad Ans, felice di essere stato battuto.

Davanti a quello da moschettiere di Alaphilippe, tre altri profili: uno è quello di Bardet, sempre più a suo agio nelle corse di un giorno; l’altro è quello di Woods, sempre meno ex-maratoneta triste, primo canadese sul podio della Liegi, lui che avrebbe potuto rassegnarsi all'infortunio che gli aveva tolto l'idea della maratona olimpica e invece ne ha approfittato per rilanciarsi in bicicletta, perché, come ama ripetere, "il concetto di destino è una cazzata"; il primo, quello vincente, è proprio quello di Jungels.

Jungels che ama allenarsi sulle strade del Lussemburgo perché così può attraversare tre nazioni diverse in una sola uscita; che preferisce le corse con più salite, perché a prendere il ritmo ci mette un po', ma più la gara si fa dura e più lui resiste, e senza nemmeno spettinarsi; che ride ancora di quella volta in cui, a sei anni, fu catapultato dalla sua biciclettina dopo che una ruota si era incagliata in un fosso nel bosco. Proprio da un bosco silenzioso e senza più falchi Jungels si è lanciato oggi all'inseguimento della preda più succosa: il suo futuro, che sogna prosperoso almeno quanto questa primavera di caccia del Wolf Pack.

 

 

 

 

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