[Paris - Roubaix 2018] La migliore offerta

Il pezzo che segue è stato scritto e pubblicato al termine di un pomeriggio di gara. Le notizie frammentarie sulle condizioni di Michael Goolaerts erano accompagnate in quel momento soltanto dal nostro tifo e dalla nostra speranza. A noi piacerebbe sempre e solo parlare di corse in bicicletta, ma purtroppo questa notte dovremo raccontare una storia diversa, una storia a cui non avremmo mai voluto assistere. Il nostro racconto della corsa resta qui, dove sarebbe dovuto restare. Il nostro ricordo invece va a un altro ragazzo che salutiamo troppo presto.

 

Tra tutte le sensazioni che corridori e cantori storicamente associano alle strade della Parigi-Roubaix, la più ricorrente è quella dell'oppressione. I settori in pavé sono stretti, strizzano il gruppo. Offrono un orizzonte limitato allo sguardo, sicché l'unica direzione in cui è opportuno rivolgersi è sempre davanti a sé. È una sensazione asfissiante anche per la mente, la consapevolezza che le sorti della tua gara possano essere decise dalle bizze delle pietre che sporgono dalle mulattiere, e che anche oggi hanno voglia di prendersela con un bel po' di gente. In particolare con Naesen, che buca, rientra, scivola, rientra, si stacca, buca ancora e ancora rientra, e, infine, perde.

La Quick-Step intanto prova a smussare ogni difficoltà a modo suo, con la solita sincronia calibrata. Gilbert attacca già tra le betulle umide di Arenberg; ripreso, lo sostituisce all'avanguardia Štybar. Tuttavia, quando ancora Terpstra – il capitano designato - deve incaricarsi del completamento dall'opera, succede qualcosa d'imprevisto. Su un tratto in asfalto, a poco meno di 60 chilometri da Roubaix, Van Aert e Van Avermaet decidono di cominciare a stuzzicarsi. Uno attacca, l'altro chiude, quell'altro riparte. È una specie di battuta d'asta in cui gli acquirenti giocano ad incrementare un poco alla volta le proprie offerte, consapevoli di essere ancora lontani dal valore reale dell'oggetto in palio. A un certo punto anche Sagan prende parte alle trattative. Con quella che pare ai più una mossa avventata, annuncia un'offerta spropositatamente più alta delle altre: attacca a 53 chilometri dall'arrivo dal velodromo di Roubaix. Indugia giusto qualche secondo, nell'attesa di un rilancio che però nessun altro fa. Non si alza nessun braccio e Sagan decide essere arrivato il momento di andare a ritirare il palio.

A poco meno di 30 dal traguardo, rimasto in compagnia soltanto di due reduci della fuga del mattino, si avvicina alla sua ammiraglia e si fa passare una brugola. Deve stringere l'attacco del manubrio. Sagan manovra con tutta calma, la bici è il suo giocattolo preferito e sa come aggiustarlo. Quella che ha in mano allora non è più una chiave inglese: diventa un grimaldello, una chiave di violino e di volta. In settimana gli era stato suggerito di parlare un po' meno, e lui quello fa: corre di più. Corre come sa, senza calcoli né speranze. Sagan si libera dei suoi avversari con l'istinto, della prigionia con una brugola. Costruisce un capolavoro, non è un caso che il suo luogotenente Oss sostenga sia in grado di inventarsi prodigi in ogni corsa a cui prenda a parte. Sagan è un mago, insomma, però è il suo ultimo compagno di fuga che gli è rimasto a chiamarsi Silvan. Silvan Dillier, per la precisione, svizzero, una vita passata nei velodromi. Dillier che ama la velocità, la costanza, quella sensazione di sospensione dallo spazio e dal tempo che solo la pista riesce a dare. Pedalare per lui è come meditare: concentrato sul presente e attento a ciò che lo circonda. Predilige correre in quartetto nell'inseguimento, o in coppia nell'americana, ma la sua Roubaix 2018 sembra più che altro una delle sue amate Sei Giorni: quando Sagan lo raggiunge lui è in fuga già da 200 chilometri, e ancora pronto a discutere su come proseguire.

Prima del penultimo settore in pavé, Sagan libera le sue tasche dai resti di qualcosa di certamente marcio, poi inizia una specie di slalom alla ricerca delle sottili lingue d'asfalto che bordano il chilometro e mezzo di pietre tra Willems ed Hem. Se si voltasse vedrebbe la faccia di Dillier, o quel che resta della faccia di Dillier, ma Sagan non si volta. La presenza dell'avversario è per lui una semplice percezione sonora, all'inizio: lo sferragliare della sua bici, l'affannarsi dei suoi polmoni; poi diventa pure un'impressione visiva: Dillier lo supera e gli dà ancora un cambio.

David Millar ha scritto in un libro che in certi momenti di questa corsa bizzarra all'esterno puoi apparire tutto smorfie, però dentro di te sorridi, perché sai che sei uno dei protagonisti della Parigi-Roubaix. Silvan Dillier deve avere una gran festa dentro di sé, e un gran coraggio, perché potrebbe attendere e invece collabora col suo rivale fino alla fine. Solo l'arrivo in pista rompe l'idillio tra i due: Dillier entra nel velodromo per primo, ma la pietra trionfale se la prende Sagan. È lui il miglior offerente. La vittoria gli appartiene per pochi attimi, giusto il tempo di sollevare la sua bici impolverata, poi è già un'altra cosa. È storia, un'altra conferma della scritta gigante che riempie il centro dell'ovale: We love Roubaix.

 

 

 

 

 

 

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