[Strade Bianche 2018] In mezzo al campo

Non per il fango, che incrosta le sagome dei corridori come un calco di gesso sudicio. Non per l'eroismo, troppo semplice lasciarsi prendere dai superlativi in occasioni così, è pur sempre un gioco, lo ricordano i primi classificati e sarebbe presuntuoso dargli torto. Non per il Campo, questa conchiglia inclinata verso mezzogiorno, un perimetro di 333 metri e un fondo duro di mattoni e lastroni di porfido. Tutti la chiamano Piazza, dire solo campo pare irrispettoso degli affari di corte, e invece sui muri di Siena sta scritto semplicemente così, il Campo, perché in fondo trattasi di luogo non di trame ma di giostre. E anche quando il campo di gioco è tutt'altro, quando è strade di campagna che promettono di essere bianche e invece sono di creta, un nastro beige sospeso tra l'argento degli ulivi e il pallore del cielo, una tavolozza di colori dimessi che più passano i chilometri e più si confondono, cancellano le differenze tra muscoli e terra, tra favoriti e sorprese - anche quand'è così, il gioco si conclude là, in mezzo al Campo, dove le pietre abbracciano le spalle intirizzite di chi vi accascia esausto.

Non è nemmeno per le storie, a dire il vero, Sagan aveva pronosticato che ce ne sarebbero state duemila da raccontare, e non si è certo sbagliato, verrebbe quasi voglia di fermare tutto, rinviare le prossime corse, sedersi sulle pietre del Campo e ascoltare la storia della doccia che Štybar si è fatto per strada appena arrivato e di quella che Marczyński ha preferito rinviare per correre a brindare coi compagni. Oppure quella di chi ha prenotato un balconcino affacciato sul Campo solo per appenderci una bandiera belga; di chi la corsa l'ha guardata dal divano o dal lavoro, di chi ha scoperto che l'auto si era congelata e che Siena era troppo lontana.

Ma non è per tutte questo che scrivere della Strade Bianche appare una necessità, più che un esercizio. L'azione più bella della corsa se la sono inventata Romain Bardet, scalatore, due podi al Tour de France, e Wout Van Aert, ciclocrossista, tre volte campione del mondo di specialità. Il vincitore alla fine è stato Tiesj Benoot, puncheur di talento, nessun successo in tre anni da professionista. Tre corridori diversissimi, protagonisti in mesi e luoghi differenti del calendario, eppure accomunati dalle bizzarrie di una corsa nata da un decennio eppure già monumentale.

Bardet, sguardo trasognato, si definisce appassionato di ciclismo prima ancora che ciclista. Van Aert, affascinato dalla sfida al proprio fisico, pensa che sia necessario cambiare per rendere la propria anima felice. Benoot, studente di economia e di classiche, afferma di non avere alcuna intenzione di specializzarsi tra pavé, Ardenne e corse a tappe. Ecco perché gioiamo di questa Strade Bianche, perché ha unificato il meglio del ciclismo in un pomeriggio che i giornali già chiamano "d'altri tempi", e che invece abbiamo scoperto ancora una volta, e con il solito stupore, essere anche questi tempi.  [FC - LP]

 

 

 

Categoria: