[TdF2018 - e12] Scommessa olandese

Se Steven Kruijswijk conoscesse le leggi della probabilità, non attaccherebbe tutto solo a 70 chilometri dall’arrivo della tappa dell’Alpe d’Huez. Saprebbe, Steven, che quando si è troppo coinvolti in una scommessa si rischia di infrangere il principio di coerenza, di assegnare ad eventi di difficile realizzazione un grado di fiducia troppo elevato rispetto alla realtà, andando incontro a una perdita certa. Si tratta di una situazione che in statistica si chiama “scommessa olandese”, d’altra parte, e che gli esperti citano come tipico esempio in cui un individuo ignora senza ritegno le leggi delle probabilità, dimostrandosi fondamentalmente e pericolosamente irrazionale. Se Kruijswijk conoscesse le leggi delle probabilità, saprebbe che se fosse possibile ripetere questa tappa mille volte la sua azione fallirebbe tutte e mille le volte, o forse novecentonovantanove volte su mille, e non è saggio scommettere tutto quel che si ha su un evento a probabilità prossima allo 0.

Dovrebbe anche sapere - e per questo non gli occorrerebbe neppure un corso di matematica - che se ti trovi uno contro tanti non sei certo tu il favorito, e che poi se quei tanti sono i più forti di tutti, beh, lo sei decisamente meno, sei minuti di vantaggio possono diventare nulla in un attimo, la tua stanchezza aumenta e loro sembrano più freschi ad ogni metro. Dovrebbe considerare tutto questo, Kruijswijk, prima di lasciare i compagni di fuga e andarsene da solo all’inizio della Croix de Fer, una salita con quel nome poi, 29 chilometri e nemmeno l’ombra di un cireneo. Sarebbe meglio per lui se facesse due conti, i numeri saranno freddi ma il più delle volte hanno ragione, tuttavia due anni fa è successo che Kruijswijk abbia perso il Giro d’Italia andando a sbattere contro la neve a tre giorni dalla fine della corsa, c’è forse qualcosa di razionale in un disastro di tal fatta? Era stato quasi perfetto, eppure aveva perso. Per una volta in tutta la carriera era stato il migliore di tutti, ma non era bastato.

Per questo Kruijswijk attacca a 70 dall’arrivo, chissà che la fantasia non si riesca dove la logica ha fallito. Kruijswijk si carica sulle sue spalle larghe la croce di un Tour che pare già segnato, tramortito da un dominio inevitabile e da evitabilissimi incidenti, e prova a redimerlo scegliendo l’irrazionale, puntando su quell’unica possibilità di riuscita che la sua azione avesse se questa tappa si potesse correre mille volte, e invece si corre solo oggi, e il pubblico dovrebbe salire all’Alpe d’Huez e su tutte le montagne del mondo con il sol scopo di celebrare Kruijswijk e la speranza che Kruijswijk rappresenta, bisognerebbe far festa tutto il giorno per una cosa così, un veglione di applausi più che di fiaccole, di giubilo più che di frustrazione, una festa in cui ci si complimenti pure, e sinceramente, con chi quella speranza l’ha soffocata un’altra volta, rendendo ancora più dolce l’attesa del giorno in cui finalmente si realizzerà.
(LP)

 

 

 

 

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