[TdF2018 - e17] Salto di speranza

Il grifone che avesse sorvolato il Col du Portet per un’ora non avrebbe scorto che una distesa di nuvole, e soltanto dopo numerose spirali nel cielo avrebbe riconosciuto una piccola macchia bianca e nera dimenarsi su di una bicicletta. Che visione insolita, avrebbe pensato, la festa della transumanza di Saint-Lary-Soulan è stata il mese scorso, quello sì che è un grande giorno: pecore, canti di montagna e panini, e sempre qualche buon avanzo con cui banchettare alla fine, tuttavia attrezzi tanto bizzarri da queste parti non ne ho visti mai, cosa diavolo saranno tutti quei montoni ruotati, e chi è l’omino che cavalca il suo con tanta foga?

Quello è Dan Martin, grifone, e se aguzzassi un po’ meglio la vista lo vedresti, a metà della salita, versare gran parte del contenuto della sua borraccia sull’asfalto: crede Martin che alleggerirsi della zavorra possa consentirgli l’accelerazione necessaria a raggiungere Quintana. Quintana è la macchia azzurra avanti a tutti, e Martin quella subito dietro, è così da mezz’ora ormai, venti secondi, poi quindici, ora di nuovo venti. Lo svantaggio di Martin ondeggia quasi più delle sue braccia sottili e scomposte, sembra che Martin non sappia proprio dove metterle queste sue braccia, eppure se potesse pedalerebbe anche con quelle, persino con i denti se fosse il caso, Martin è disposto a tutto pur di raggiungere Quintana, e Quintana potrebbe beneficiare della sua presenza, dopotutto, in due potrebbero guadagnare di più, risalire molte altre posizioni, e invece Martin e Quintana non si incroceranno mai, nel ciclismo l’auspicabile è eventualità piuttosto rara, Quintana è poco più forte e Martin poco più lento, ha perso cento metri e non li recupererà più.

Se sorvolassi il colle ancora per un minuto vedresti sopraggiungere Thomas, maglia gialla e idee chiare più del petto scoperto. Non si è mai sentito così bene in vita sua e non teme nessuno, non teme Roglič né Dumoulin, che sono convinti e minacciosi, e se il Tour è ancora aperto è grazie a loro. Noteresti infine Froome, dall’alto comprenderesti immediatamente il suo salto di speranza: un attimo prima non aspettava altro che qualcuno attaccasse, per potervisi silenziosamente accodare; un minuto dopo si augura l’esatto contrario, il ritmo si è fatto improvvisamente troppo alto per lui, la stanchezza lo assale come un gendarme irrispettoso. Concluderesti anche tu che forse Froome non è più il capitano della sua squadra, e ne saresti sorpreso, ma forse ora faresti meglio a portarti in vetta, Quintana sta per vincere ed è bello, la vita e il ciclismo l’hanno fatto crescere troppo in fretta ma è ancora un grande scalatore, e gli scalatori sono esseri affascinanti almeno quanto i grifoni: quando Gabriel García Márquez intervistò Ramón Hoyos, il primo scalatore colombiano della storia, gli parve a prima vista soltanto "un ragazzo dal fisico debole e lo spirito ruvido”, poi ne rimase così colpito che lo intervistò per dieci giorni di fila.
(LP - FC)

 

 

 

 

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