[TdF2018 - e18] La vittoria è la vittoria

Le valli pirenaiche sono ampie e boscose, caldissime certi giorni, l’afa costringe i corridori a mettersi il ghiaccio sulla nuca e a schivare il miraggio della fine, mancano tre giorni e qui è un attimo smarrirsi, forse è proprio per evitare le allucinazioni che tante località di queste valli contengono ripetizioni nel loro nome, ribadire un’idea qualche volta aiuta a renderla reale.

Aire-sur-l'Adour, punto mediano della 18a tappa del Tour, vuol dire Adour sull’Adour: Aire viene dal latino e Adour dal guascone, ma entrambe le parole indicano il fiume, e quindi Aire-sur-l'Adour non è altro che Fiume sul Fiume. Il fatto è che le lingue cambiano ma i nomi restano, e per questo i Pirenei sono pieni di tautologie, di Colli dei Colli, Vette delle Vette e Laghi dei Laghi, nomi che ripetono senza aggiungere nulla, illudono di spiegare e invece tornano al punto di partenza, sono il segno dei popoli che nei secoli hanno abitato questi luoghi: baschi, castigliani, occitani e aragonesi, ciascuno dava il proprio nome alle cose, e i nomi nel tempo si sono accatastati uno all’altro, l’esito finale è la prova del miscuglio.

Allo stesso modo la tappa: mescola due australiani, un francese, un olandese e un fiammingo, sembra una barzelletta e invece è una fuga, e la fuga è la tautologia del ciclismo, la corsa nella corsa, questa ripetizione pleonastica eppure indispensabile, mischiare è sempre stata la grande vocazione della bici, d’altra parte. La bicicletta aveva pochi decenni di vita quando stravolse la geografia del continente: a fine Ottocento il suo diffondersi ridusse l’isolamento delle valli e ampliò il patrimonio genetico delle popolazioni. Nei certificati di nascita delle città cominciarono a comparire cognomi che per secoli erano rimasti confinati alla campagna, cognomi esotici, mai sentiti prima, roba tipo Van Keirsbulck, Hayman, Boudat, Durbridge e Terpstra, ecco i fuggitivi di oggi, cinque omoni con poche cose in comune, giusto quest’insana passione per i rapporti pesanti, le pianure e i rapporti pesanti, e sarebbe anche sufficiente ad arrivare, se non fosse per i velocisti. I velocisti sono pochi ma vogliosi, i loro compagni di squadra si mischiano nella valle verso Pau, sono popoli che parlano lingue diverse ma esprimono lo stesso concetto: volata.

Guarnieri la cuce alla perfezione e Démare la vince, e vincere è sempre la miglior risposta che si possa dare, per questo Démare lo ripete ai giornali e alle tv, ripete di aver vinto come per rendere più reale il suo successo, più sonoro il suo urlo liberatorio e pure quello rabbioso di Laporte. La vittoria è vittoria, ripete Démare, e il Tour è il Tour, se ha tenuto duro fin qui è solo per questa tautologia, questa successione di nomi e luoghi che ripete per dar prova, per confermare che esistono i campi di girasole, ed esiste la fine, tra tre giorni, prima un altro giro, un altro rimescolamento, qui dov’è giusto e normale, illusorio casomai, in mezzo ai Pirenei.
(LP)

 

 

 

 

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