[TdF2018 - e21] Il rispetto del tempo

Un giorno faremo i conti delle ore passate a guardare il Tour de France, le metteremo in fila e scopriremo quale proporzione di tutto il nostro tempo abbiamo consacrato a questo gioco, all’attesa più o meno vana di uno scatto, di una volata, di una raffica di vento più intensa delle altre, come se il verificarsi di uno di questi accadimenti potesse rinfrescare per sempre le nostre estati, o le nostre esistenze; come se i corridori fossero degli esseri mitologici, delle proiezioni della mente, personaggi che pedalano in mezzo al mondo per allontanarsene, che fuggono dalla realtà per dimenticare le sue storture nel sole di un tornante pirenaico. Come se il ciclismo fosse l’invenzione di uno scrittore e non invece una parentesi concretissima di storia, transitoria per sua natura.

Geraint Thomas sa che troverà la cassetta della posta piena di volantini inutili, e Tom Dumoulin ha una voglia matta di coccolare un po’ il suo cane, il Tour finisce e la vita ricomincia, e la vita è talmente bella che bisogna saper cambiare pagina, dice Chavanel, concludere in certi casi è un sollievo: noi conteremo le ore ma Chavanel conterà i giorni – 369 - e i chilometri – 61000. Chavanel ha corso tutti i Tour de France dal 2001 ad oggi, noi accendevamo la tv e Chavanel c’era, compivamo un altro anno e Chavanel era sempre lì, tutti i mesi di luglio, molto spesso in fuga. Ora però basta, se il Tour ha una cosa da insegnare quella non è il superamento delle difficoltà ma il rispetto del tempo, il senso dell’arrivare e soprattutto dell’attendere, ecco cos’è veramente il ciclismo: è educazione all’attesa, alla necessità delle lunghe sequenze di ordinario in mezzo agli attimi di straordinario, alla mitezza dei giorni in cui non succede molto, sono quelli la parte più consistente del tutto, dopotutto, le ore che contengono promesse ma non esiti - e per questo nemmeno delusioni. I giorni in cui Froome credeva di poter vincere ancora, o l’attimo prima che Nibali cadesse, o le poche ore prima che Craddock si fratturasse la scapola, sperava di correre un bel Tour e invece ultimo dall’inizio alla fine, come mai nessuno prima, gli ultimi dell’inizio non sono mai stati gli ultimi della fine, si sono sentiti molto meglio – e sono risaliti – o molto peggio – e si sono ritirati. Craddock invece si è sentito sempre uguale, male tutti i giorni: ma è arrivato, e per questo in tanti lo abbracciano.

I corridori del Tour vedono Place de la Concorde all'orizzonte e comprendono che è terminato il loro viaggio. Tre settimane col naso parallelo al suolo, infine un pomeriggio con lo sguardo in su e le narici protese a indovinare gli aromi della città, di questa domenica in cui Parigi è patatine e sudore, bibite e plastica, mani che si passano gadget e caramelle, che si scuotono e si mischiano, che applaudono lo sprint di Kristoff e il discorso di Thomas. È l'odore del Tour, di altre tre settimane strappate alle morse della realtà. Aggiornate il conto.
(FC-LP)

 

 

 

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