Tourbillon: Umano, troppo umano

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

"Tourbillon" è una serie di pensieri sparsi, liberamente ispirati al 106° Tour de France. Di Leonardo Piccione.

 

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Chissà se i gerani, dal balcone, avrebbero trovato un modo per avvertirmi del pericolo, se i più i alti dei loro steli avrebbero cominciato ad agitarsi in modo anomalo nel disperato tentativo di attirare la mia attenzione. 

Se l’asteroide 2019 OK si fosse diretto verso la Terra (a quanto pare non ci è andato troppo lontano) e avesse per qualche motivo preso la via del nord-barese, soltanto loro avrebbero potuto darmene notizia, invitandomi a prendere le precauzioni del caso. 

Chessò: Cerca riparo sotto un tavolo! Evita le scale! Metti al sicuro la scorta di aranciata amara! 

Questo perché i miei sono andati a stare qualche giorno in campagna, e i soli esseri viventi rimasti a casa siamo io - sul divano - e i gerani - in balcone. Tuttavia, benché nutra enorme stima nei loro confronti, dubito che le nostre graziose pianticelle sarebbero riuscite nell’impresa di distogliermi dal Tour de France. 

La notizia di quest’asteroide scoperto solo all’ultimo momento mi ha ricordato che vivo - come anche voi che state leggendo, suppongo - dentro una specie di gigantesco flipper in cui gli scontri tra le palline in gioco non sono solamente probabili: sono certi. 

Al momento siamo in grado di identificare una proporzione incoraggiante dell’arsenale di gigantesche mine che vagano in quest’angolo di sistema solare, ma non tutte. Non si può escludere - dicono gli scienziati - che un oggetto simile a 2019 OK un giorno sfugga a tutti i telescopi del mondo e finisca su una città. Magari sulla mia città. 

In quel caso boom, fine, stop. Senza preavviso. 

Un po’ mi dispiacerebbe, sono sincero.

Mi dispiacerebbe per le cose che rimarrebbero in sospeso, per le storie di cui non conoscerei il finale. Per tutto ciò di cui, per dirla con Thibaut Pinot, “non saprei mai”.

«Sentivo di potercela fare», ha detto Pinot dopo essersi ritirato, a due giorni dalla fine, dal Tour che sognava di vincere. «Invece non lo saprò mai».

Se Pinot fosse un pianeta, sarebbe punteggiato di crateri: virus, crisi improvvise, ventagli, guai muscolari: tutte le tipologie di corpi celesti in grado di compromettere un risultato importante in un grande giro sembrano destinati prima o dopo a cedere all’attrazione gravitazionale di Pinot e ad abbattersi violentemente su di lui.

Pinot, da parte sua, incassa tutto. Non si scansa, non si nasconde, non tiene nulla per sé.

Ieri pomeriggio, a dire il vero, quando aveva compreso di faticare ad andare ad avanti, per un po’ sembrava avesse scelto di isolarsi e, in una specie di prova di alto stoicismo, di affrontare le ultime pedalate del suo Tour senza compagni di squadra intorno.

Tuttavia non appena William Bonnet, il più esperto dei suoi gregari, gli si è avvicinato per dirgli che andava bene così, che non c’era bisogno che prolungasse oltre quell’inutile supplizio, Pinot gli ha gettato un braccio intorno al collo e l’ha stretto a sé, come se non aspettasse altro che un conforto e una spalla su cui piangere.

Quando Pinot esulta, esplode di gioia. Quando piange, singhiozza. È lontano anni luce dal prototipo del campione algido, distaccato, superiore a tutto. Non ha nulla di divino, o di semidivino. La sola categoria cui appartiene è l’umanità. 

Umano, troppo umano, Pinot ha bisogno di continue rassicurazioni, come ha raccontato Marc Madiot, suo direttore sportivo e mentore. «Gli servono protezione e tranquillità, e pochi altri ingredienti: sole, acqua, aria pulita. Un po’ come una pianta.» 

L’affetto che spontaneamente si prova nei confronti del delicato essere che è Pinot fa pensare alla ragione ultima che ci lega a uno sport come il ciclismo, al dubbio se ci appassioni di più quando i suoi protagonisti riescono a oltrepassare con successo i propri limiti o quando invece si fermano qualche metro al di qua, e poi ci riprovano, e arrivano di nuovo a un passo, e ci provano ancora. 

Assistere - come verosimilmente sarà oggi - alla consacrazione di un talento luccicante come quello di Egan Bernal è suggestivo. In un certo senso è un privilegio. 

Tuttavia è vero anche che la predestinazione contiene in sé un inevitabile elemento di alterità, di più o meno percepibile distanza. 
La fallibilità no, quella avvicina e basta. 

Perché facciamo fatica a immaginare cosa significhi essere i più forti di tutti, cosa si provi a vincere il Tour de France (io non credo lo vincerò mai, non so voi), ma non abbiamo nessuna difficoltà a immaginare come si sia sentito ieri Pinot, quando in una tranquilla vallata alpina gli è crollato un’altra volta il mondo addosso.

Le disfatte ci parlano più di quanto non facciano i trionfi, e allo stesso tempo accrescono in noi il desiderio di sapere quel che cominciamo a temere di non poter sapere mai. «Tornerà più forte di prima», ha detto Madiot. «Tra un anno saremo di nuovo qui e faremo arrivare Thibaut sul podio», ha assicurato Bonnet.

Tutti si augurano che Pinot ce la faccia. Non necessariamente che vinca (non è vero, come recita il suo motto, che "solo la vittoria è bella"), ma che almeno riesca, per una volta, a sapere. A identificare per tempo il prossimo asteroide che avrà voglia di schiantarsi su di lui, e a deviarlo.

 

 

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PUNTATE PRECEDENTI

26 luglio: Il linguaggio di Quintana
25 luglio: Attendere le Alpi
24 luglio: Le forme dell'acqua
22 luglio: Ritrovare Amador
21 luglio: Allez Romain
20 luglio: Assenza di gravità
19 luglio: Stallo (alla messicana)
18 luglio: Amica prudenza
16 luglio: Chi sei?
15 luglio: L'anno del salmone
14 luglio: Altri tempi
13 luglio: La legge di Martin
12 luglio: Capire di ciclismo
11 luglio:​ Riposare gli occhi
10 luglio: La ruota di Richeze
9 luglio: Rossetto rosso
8 luglio: Giocare il jolly
7 luglio: Un giorno perfetto

 

 

 

 

 

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