Tourbillon: La sala delle estati

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

"Tourbillon" è una serie di pensieri sparsi, liberamente ispirati al 106° Tour de France. Di Leonardo Piccione.

 

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Tre nuvoloni in fila, belli grossi, uno annodato all’altro attraverso altre nuvole, più piccole e scure, tonalità bluastre esaltate dal perlaceo circostante dei nembi maggiori. 

Verrebbe da pensare a una nemmeno tanto velata minaccia di maltempo, tuttavia a dar retta al signore qui accanto trattasi soltanto di “nuvole di caldo”. 

Significa - mi sembra di capire - che non c’è da preoccuparsi: l’estate è ancora lunga. Questo qui è soltanto un pomeriggio di fiacca, le nuvole una specie di vaporoso divertissement di un cielo quasi stufo di tutto l’azzurro delle ultime settimane. 

Mi fido del signore qui accanto. Ha molti anni e tutti i tratti caratteristici del vecchio saggio: osserva molto, parla poco, porta i pantaloni talmente alti in vita che, quando siede, le gambe smagrite gli restano scoperte fin quasi al ginocchio, rivelando calzini blu notte che ai miei occhi poco educati in materia paiono di ottima fattura. 

Lui sostiene che non sia ancora arrivato il fatidico momento in cui il “tempo si guasta”, che è quel passaggio dell’estate in cui quasi all’improvviso i temporali aumentano di frequenza, le sere rinfrescano e le giornate si accorciano. 

Da piccolo ho imparato che quando gli anziani cominciano a ripetere eh, ormai il tempo si è guastato, stanno semplicemente usando un modo alternativo per dire che sì, farà ancora caldo, andrete ancora al mare e suderete, ma mettetevi l’animo in pace: l’estate ha il destino segnato.

Da quando seguo il Tour de France, l’arrivo a Parigi al termine delle tre settimane di corsa è per me un po’ come quando il tempo si guasta. 

Alla fine di ogni Tour, dopo che l’ultimo corridore da premiare è salito sul podio e l’ultima foto con l’Arco di Trionfo sullo sfondo è stata scattata, l’estate può dirsi pressoché pronta ad essere incorniciata e appesa. 

Non so voi, ma io credo esista da qualche parte un luogo dove le estati della mia vita vengono esposte sulle pareti man mano che si completano, tutte, una accanto all’altra.

Non c’è mai fila per entrare, fuori da questa “sala delle estati”. Perché non sono vere opere d’arte, le mie estati: sono disegnetti piuttosto simili tra loro i cui contorni per giunta tendono a sbiadirsi col tempo, lasciando distinguibili soltanto alcuni particolari, determinate sfumature di colore che spesso finiscono col diventare esse stesse l’estate - o un’idea più o meno vaga di estate.

In questa esposizione, ogni Tour de France rappresenta le puntine piantate negli angoli del disegno della rispettiva estate, i ganci che fissano il quadro alla parete e lo tengono su.

Servono a fermare le estati, i Tour de France, a dare loro un sostegno e una cornice. Ed è per via di questo indissolubile legame con la bella stagione che essi hanno un’affinità speciale anche con la leggerezza, col gioco e - soprattutto - con l’infanzia.

È significativo notare quanto spesso ai corridori del Tour capiti di avere a che fare col proprio passato, di parlare delle loro estati e dei bambini che erano. 

Alla fine della tappa di Val Thorens, per esempio, Romain Bardet ha ricevuto la visita di suo padre Philippe, il quale ha tirato fuori lo smartphone e gli ha mostrato una fotografia scattata il 13 luglio 1996 al Tour, sulla salita di Super-Besse. 

Nella foto si vedono padre e figlio sul ciglio strada, intenti a incitare gli Luc Leblanc e Richard Virenque. Philippe Bardet ha le mani poggiate sulle esili spalle di Romain, che ha 5 anni e addosso una maglia a pois larghissima - oltre che profetica. 

Ieri sera, 23 anni dopo la fotografia di Super-Besse e al termine di un Tour per lui complicatissimo, Bardet ha re-indossato sugli Champs-Élysées la maglia a pois. Quella vera, quella del Tour de France 2019. 

«È una maglia che mi ha fatto sempre sognare», ha detto. «La considero una specie di segno di speranza.»

Yoann Offredo, penultimo in classifica generale e protagonista nella prima parte della corsa di fughe e di disavventure assortite, ha spiegato a L’Équipe che fondamentalmente lui fa il ciclista per onorare il bambino che era il giorno d’estate in cui, a Courchevel, andò a vedere il Tour con i suoi.

«A un certo punto ci fu un silenzio quasi magico», ha raccontato. «Passò Laurent Jalabert tutto solo, in maglia a pois, e per un secondo mi guardò. Non ho mai dimenticato quello sguardo di Jalabert. Io corro in bicicletta per suscitare quel tipo di stupore nei bambini.»

Quando hanno chiesto al canadese Michael Woods, quasi 33 anni, cosa abbia significato correre il primo Tour de France alla sua età, Woods ha parlato di una gioia “quasi infantile”. 

Ha detto che è consapevole che invecchiando ci si emoziona per sempre meno cose, ma che durante il Tour il suo livello di eccitazione è stato paragonabile a quando, da ragazzino, i suoi genitori gli permisero per la prima volta di andare a dormire a casa di un compagno di classe.

Woods ha concluso il Tour con due costole rotte. «Dopo una caduta, all’undicesima tappa, i medici mi hanno detto che avevo queste due fratture, ma che se avessi voluto avrei potuto continuare. Sarebbe solo stato un po’ più doloroso pedalare e respirare.»

Mi fido di Michael Woods. Quando parla di tenacia, ma in particolare di eccitazione e di gioia infantili, Woods centra il punto. Il Tour de France ha questo potere di parlare ai giocherelloni che siamo stati, e che torniamo ogni volta che lo vediamo passare a bordo strada, o su un divano. 

Così, alla fine, anche il soggetto della mia estate 2019, di questo quadretto incompleto che sarà fissato a una parete della sala con la freschezza di Bernal e l'irriducibilità di Alaphilippe, col pianto di Pinot e la grandine dell’Iseran, conterrà al suo interno elementi marcatamente giovanili. 

Questa dopotutto è l’estate in cui ho ricevuto una specie di lettera d’amore da una sconosciuta. Non mi succedeva dai tempi della scuola media, credo.

A proposito: ieri al bar ho rivisto la ragazza in maglia gialla. Aveva tra le mani una cedrata e sul tavolino la Gazzetta dello Sport, aperta alle pagine del ciclismo. “L’era di Bernal”, il titolone. “Dopo 110 anni c’è un re bambino”. 

Leggeva con attenzione. Era abbronzata e più giovane di me, ma non di molto, forse aveva l’età di mio fratello. Mi piacerebbe poter dire con certezza che era lei la misteriosa F. e che come me si è divertita molto durante questo Tour, e che ha fiducia nel futuro e in Egan Bernal, ma la verità è che non lo so. Non gliel’ho chiesto. 

Quando sono uscito, però, ci siamo guardati un attimo e ci siamo sorrisi. Non il sorriso un po’ vuoto e imbarazzato che si scambia con gli sconosciuti con cui incrociamo lo sguardo più per caso che per scelta: era più simile al cenno di intesa che sigilla la chiacchierata col vicino di treno al termine di un viaggio, quando non puoi certo affermare di conoscerla, quella persona, ma allo stesso tempo non ti è più del tutto estranea. 

Va bene così. Forse ci rivedremo al bar nei prossimi giorni, o forse ci riscriveremo la prossima estate: tra qualche giorno io ripartirò.

Sono stato qui talmente a lungo, stavolta, che la gelataia della piazzetta non mi chiede nemmeno più cosa desideri, quando mi vede. Conosce a memoria le tre condizioni della felicità: un cono croccante, una pallina di pistacchio, no panna. In ventuno giorni di Tour de France, avrò mangiato diciassette gelati come questo, forse diciotto. 

È una tecnica che utilizzo quando temo il distacco da qualcosa che mi piace e a cui so di dover rinunciare per un po’: finché posso ne faccio un uso smodato, fin quasi a non poterne più. In questo modo so che dopo, almeno per qualche tempo, non ne sentirò la mancanza. 

Col gelato al pistacchio - così come col Tour de France - non sono ancora giunto a tale livello di saturazione, dunque un po' mi mancherà.

Intanto mi godo questo, seduto sulla mia comoda panchina con lo schienale curvo. L'uomo saggio aveva ragione: i nuvoloni di mezz’ora fa si sono dileguati. L’estate ha chiaramente voglia di dire ancora qualcosa, e i bambini della piazza hanno chiaramente voglia di emettere ancora schiamazzi di indicibile intensità.

Strepitano, calciano, si rincorrono. Sfiorandomi, mettono ripetutamente a repentaglio l'integrità del mio cono.

Sono, come sempre, insopportabili. 
Ma mi mancheranno anche loro.

Forse.

 

 

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PUNTATE PRECEDENTI

28 luglio: Dicesi nibaliano
27 luglio: Umano, troppo umano
26 luglio: Il linguaggio di Quintana
25 luglio: Attendere le Alpi
24 luglio: Le forme dell'acqua
22 luglio: Ritrovare Amador
21 luglio: Allez Romain
20 luglio: Assenza di gravità
19 luglio: Stallo (alla messicana)
18 luglio: Amica prudenza
16 luglio: Chi sei?
15 luglio: L'anno del salmone
14 luglio: Altri tempi
13 luglio: La legge di Martin
12 luglio: Capire di ciclismo
11 luglio:​ Riposare gli occhi
10 luglio: La ruota di Richeze
9 luglio: Rossetto rosso
8 luglio: Giocare il jolly
7 luglio: Un giorno perfetto

 

 

 

 

 

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