[Vuelta17] Una richiesta di tutela

Stefan Denifl ha una barba appena accennata, come un filo, come una riga di cemento che sale su una montagna. Così sono anche i pochi tornanti di Los Machucos, al cui interno le pendenze toccano il 25%, al punto che non si può asfaltarli, tocca coprirli di cemento e tagliare i lastroni con piccole scanalature diagonali che sfoghino verso valle acqua e gravità. Non sono fatti per correre in bicicletta, quei tornanti, e nemmeno per arrancare, sudare e maledire l'attrazione che il centro della terra esercita su ogni corpo. Non sono fatti per soffrire, per quanto i corridori soffrano ad avanzare, rabberciandosi la pelle nello sforzo, con nuove rughe che si affacciano ad ogni metro sulle fronti come sul cemento.

I tornanti di Los Machucos non sono umani: sono bovini. Il cemento copre una terra scolpita di buchi a forma di zoccoli, perché sono le vacche a portare la vita sin quassù. Le chiamano pasiegas, una razza unica, tant’è che in cima a Los Machucos hanno eretto persino un monumento alla vaca pasiega, al suo carattere docile ma sospettoso, alle sue zampe potenti che le hanno permesso di rifugiarsi sugli altipiani dove gli uomini non si spingono, figuriamoci i ciclisti. Fino al 2004 la vaca pasiega si riteneva estinta, finché qualche curioso ricercatore non ha cominciato a esplorare l’alto Río Pas e ne ha scovato un'ultima manciata. Meno di 30 vacche, immediatamente protette e tutelate.

Anche Stefan Denifl e Alberto Contador, mentre lottavano tra rughe e gravità, avrebbero potuto reclamare a buon diritto una richiesta di tutela, lanciare una petizione contro l'estinzione dei fuggitivi più agguerriti e degli scalatori più generosi. Avrebbero dovuto fare squadra, e invece salendo verso questa specie di monumento alla resistenza della natura i due si sono ritrovati rivali: cacciatore e preda, in un balletto scandito dalla nebbia e dal cronometro, da distacchi che si accorciavano e allungavano come i muscoli all'estremo dello sforzo. La cima di Los Machuchos non ha voluto perturbare l'anomalia rara della preda che sfugge al cacciatore, così al secondo ha lasciato solo una smorfia, un misto di delusione – per il tempo che stringe, le occasioni che sfuggono – e insieme di orgoglio – per le carte giocate, tutte, ancora una volta. Ma il viso più deforme l'ha esibito Chris Froome: in territorio bovino, la sua maglia rossa si è trasformata in drappo di sfida; Nibali l’ha colta, la Vuelta si è riaperta.

Dopo il traguardo, Stefan Denifl distendeva le sue rughe mentre raccontava quanto dura fosse stata la tappa, quanto triste il risveglio di Almería, con il bus della squadra incendiato, e quanto difficile l’attesa: 17 giorni per la fuga buona, 7 anni per la prima volta con le braccia al cielo. Alla fine gli hanno chiesto come abbia fatto a resistere fino in fondo. "Devi sempre credere di poter vincere", ha risposto Denifl, trovandosi infine perfettamente d'accordo con Contador.  [FC-LP]

Categoria: