Una follia

Il rettilineo di Calle Toledo, a Guadalajara, ieri era più piatto. Nella notte qualcuno dev’essere riuscito a scombinare l'orografia, a piegare i margini dell'altopiano più di quanto non sia riuscito a fare il Río Henares nel corso di millenni, perché quello che fino a poche ore fa era un rettilineo leggermente inclinato oggi è diventato un'ascesa infernale, segnata da turbini di polvere e bandiere che sembravano volersi riarrotolare pur di sottrarsi alle folate di una brezza insistente. Più che vento, turbolenza; un fronte d'aria agitato da un meccanismo implacabile. 

Wilfried Peeters, che di questo meccanismo (e della Deceunick) è direttore e stregone, ha detto che "tappe come queste... ci piacciono". E quando ai belgi una corsa piace, per gli altri in genere sono problemi. Quando alla Deceunick una tappa piace, può accadere che 220 chilometri vengano coperti tutti a più di 50 all'ora - in certi tratti persino a 70 - e che tutte le tabelle orarie saltino, costringendo televisioni, spettatori ed avversari ad aggiornare i propri programmi. 

Giorni come questo confondono parecchio le idee: non si capisce se sia il vento a spezzare il gruppo ed esaltare i predatori, o se siano questi ultimi a sollevare la bufera con le loro intenzioni di guerra. Sono giorni in cui tutto sta nell'aguzzare l'udito, nel cogliere tra i refoli l’urlo di un compagno, la sirena dell’istinto, la chiamata del destino. Tre cose che da tempo insegue Nairo Quintana con tutto se stesso, con il desiderio di reinventarsi tipico di chi sente che le proprie gambe forse non sono più commisurate alle attese, ma che non tutto è perduto; che – parole di Nairo - “nel ciclismo c’è sempre un domani e non sappiamo come sarà”. Alla Vuelta gli era riuscita una cosa del genere tre anni fa, quando insieme a Contador aveva ribaltato Froome in una tappa senza pericoli. Ma l’azzardo di oggi, l’idea che avesse senso provare a riaprire la Vuelta inseguendo la Deceuninck all’attacco in una tappa senza nemmeno un gran premio della montagna, era una chiamata più stridente, più rischiosa, tanto che agli ululati hanno risposto in quaranta ma non Valverde, non Pogačar, non López, soprattutto non Primož Roglič, rimasto tutto il giorno a contare i suoi compagni di squadra, scoprendo che il loro numero si faceva sempre più ridotto, le loro maglie gialle spazzate una dopo l’altra come foglie autunnali. 

Il vento di Guadalajara scuote. Non sradica, però: gli alberi di Calle Toledo si agitano ma mantengono le radici ben salde, ancorati al suolo come Roglič alla maglia rossa. Le speranze che volano via sono solo quelle di Sam Bennett, convinto di dominare un'altra volata e invece ritrovatosi, su quel rettilineo più faticoso del previsto, ad assistere di spalle all'esultanza di Philippe Gilbert: braccia tornite e capelli scarmigliati, Gilbert pareva un marinaio rientrato in porto dopo la burrasca. Invece era solo una corsa in bicicletta, anche se lui l'ha definita diversamente: “una follia”.  (FC - LP)

 

 

 

 

 

 

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