Rusty il selvaggio

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    Fondatore di Inkorsivo.com, scrittore, discesista mancato

“Il tempo è una cosa buffa. È un oggetto molto strano. Quando sei giovane hai tempo. Non hai nient'altro che il tempo. Butta pure via due anni e non importa. Poi cresci e inizi a chiederti: 'Cristo, quanto tempo mi resta? Mi mancano ancora 35 estati. Pensaci un po'. 35 estati”. Così Tom Waits in bianco e nero parlava del tempo interpretando il barista Benny in Rusty il selvaggio di Francis Ford Coppola, mentre la musica asimmetrica di Stuart Copeland ne contrappuntava il monologo. Tom Waits, essendo musicista, sa bene cosa è il tempo, sa quanto sia inevitabile e che prima o poi tocca farci per forza i conti.

Ma non solo la musica è tempo. La corsa, che sia a piedi, in bici o su una macchina, è essa stessa tempo poiché è velocità, è spazio in movimento, tempo per l'appunto. Quando si corre il tempo si materializza sfocato nei contorni liquefatti in cui il paesaggio si deforma a causa della velocità. E quindi è perfettamente comprensibile perché anche Michael Woods, come Tom Waits, sappia benissimo cosa sia il tempo. Woods, infatti, nella sua vita non ha fatto altro che correre, possibilmente più veloce di chi gli sta intorno.

Da bambino, quando hanno iniziato a chiamarlo Rusty per quei capelli rugginosi, correva sul ghiaccio con le lamine ai piedi e una mazza tra le mani sperando di giocare un giorno come ala sinistra nei Toronto Maple Leafs. Del resto quando ogni tuo inverno è contraddistinto da almeno venti centimetri di neve e -12° di temperatura media, l'ambizione di correre sul ghiaccio pare più che legittima.

Quando gli inverni passavano, però, Woods si ritrovava a correre, ancora più veloce, sui terreni disgelati, senza mazza e solo con delle scarpette ai piedi. A 19 anni era la migliore promessa del mezzofondo canadese, con una medaglia d'oro nei 1500 ai giochi panamericani in tasca, l'ingresso tra i primi 50 atleti del mondo e una borsa di studio per la prestigiosa University of Michigan. All'epoca, 'quanto tempo resta? Woods se lo chiedeva spesso, ma come fanno i giovani, con curiosità, ambizione, senza ansia né rimpianti. Il tempo che mancava erano infatti gli anni, i giorni di allenamento e le gare che lo separavano dal suo esordio olimpico.

Woods ancora non sapeva che il suo esordio olimpico non sarebbe avvenuto su una pista di atletica, ma in sella a una bici lungo le strade di Rio. Però, come dice Tom Waits, il tempo è una cosa buffa, e dopo una frattura cronicizzata da stress al piede sinistro, Woods a poco più di vent'anni si è ritrovato con la sua laurea triennale in inglese a dirigere il reparto scarpe sportive di un grande magazzino di Ottawa, le stesse scarpe che qualche mese prima lo dovevano portare alle Olimpiadi e che ora invece non gli appartenevano più, al massimo poteva venderle: “Ero riuscito a rovinare la mia carriera sportiva. La classica storia del giovane quarterback triste che si infortuna gravemente pochi giorni prima della chiamata dei club professionistici. Ero un personaggio triste”.

 

'Quanto tempo resta?' Woods comunque non aveva smesso di chiederselo, tuttavia, superati i venticinque anni, la domanda sottintendeva che la clessidra si fosse ormai rovesciata, il tempo sembrava scorrere sempre più veloce e quello per correre non aveva poi troppi granelli da spendere. A Woods correre però continuava a piacere, e durante la riabilitazione per la frattura si era accorto che anche farlo su una bicicletta non era poi così male, solo che in Canada, nonostante Ryder Hesjedal, lo sanno ancora in pochi.

A Woods bastano qualche vittoria in corse locali e la convocazione nella nazionale per il Tour de Beauce del 2012 per convincerlo a lasciare il reparto scarpe e provare a ricominciare a correre sul serio. A dir la verità servono anche le pressioni che il suo coach Paulo Saldanha continua a fargli nei due anni successivi, ma fatto sta che Woods torna a correre. In pochi mesi deve imparare a guidare la bici in gruppo, a gestire la fatica e a cadere, e cadere ancora, a vincere no, a quello c'era abituato.

All'inizio del 2015 Woods ha 29 anni e corre per il team Continental Optum: “Ero sopra il limite di età imposto dall'UCI ai team Continental, sapevo di avere poco tempo, dovevo fare risultato”. Quinto alla tappa più dura della Volta ao Algarve dietro Porte, Kwiaktowski, Izagire e Thomas; secondo al Tour of Utah. Tanto basta per diventare nel 2016 un nuovo corridore della Cannondale ed essere annunciato da Jonathan Vaughters in versione Oracolo di Delfi:

[Che cosa è ossidato, si trova negli alberi, corre come una gazzella e vestirà di verde nel 2016?]

Mancava pure poco tempo, ma si sa che tutto sta nell'usarlo bene, e forse il bello di essere giovani è anche proprio possedere la facoltà di poterlo buttare via. Il primo anno da professionista di Woods più che un film di Coppola è un incrocio tra Tarantino e Fast&Furious, come direbbe Rusty. Ci sono soldi, adrenalina e velocità. Inizia con un Tour Down Under finito al quinto posto in generale e due terzi posti parziali: “Alla salita di Corkscrew mi sono ritrovato sulle ruote di Porte con le gambe fresche e una botta di adrenalina simile a quella che riporta in vita Uma Thurman in Pulp Fiction”.

Prosegue sulle côtes della Freccia Vallone e col podio alla Milano-Torino. Ma l'importante è quello che c'è nel mezzo. Una corsa strana, lungo l'oceano, nella foresta pluviale, con caldo afoso e strade polverose, una corsa che Woods pensava di correre a piedi qualche anno prima e che invece si ritrova a correre su una bici: le Olimpiadi, Rio 2016. Il podio non arriva, non è neanche vicino, ma per chi non aveva tempo basta e avanza.

 

“Il concetto stesso di destino è una cazzata”. E come dare torto a Rusty Woods? Magari lo stile, avendo una laurea in inglese, è rivedibile, ma in quanto a sintesi e lucidità non fa una piega. Il destino è una cazzata, la dedizione forse no anche se magari va orientata nella direzione più giusta. “La corsa è uno sport meraviglioso, l'ho amato e lo amo ancora; solo non mi capacito come posso aver fatto a tormentarmi per così tanto tempo per avere poi delle soddisfazioni così piccole”.

E dire che le soddisfazioni nel ciclismo non sono poi più dolci: “Il 90% del ciclismo è farsi il culo solo per essere battuti ed essere lasciati disorientati, in imbarazzo. Ma il bello è che poi non vedi l'ora di risalire in bici e affrontare nuove cadute, chilometri piovosi in solitaria e merda di questo tipo”. Come detto Oxford non sarà vicino a Ottawa, ma la dedizione proprio non manca a Rusty Woods.

Una dedizione che nel 2017 si è trasformata in oltre 60 giorni su strada, due quinti posti parziali al Giro, il nono alla Liegi e l'undicesimo alla Freccia Vallone. Il nome di Woods comincia a essere annoverato tra i possibili favoriti in ogni corsa che tende a salire. Alla Vuelta, Van Garderen lo indica come il suo favorito per una delle tappe più dure, l'ottava, quella con l'arrivo a Xorret de Catì poi vinta da Alaphilippe; il giorno seguente la Cannondale tira convinta che Woods possa battere i migliori sul muro della Cumbre del Sol: Rusty arriverà terzo.

Vincere alla fine conta fino a un certo punto, l'importante è correre e, quindi, conoscere il tempo che resta. Woods prima l'ha gettato via come fanno i giovani e poi ha rischiato di perderlo per sempre come succede ai vecchi, ma è riuscito a conservarlo senza però risparmiarlo convinto che “rimane ancora un po' di succo da spremere da questo limone arrugginito”.

 

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