Hemingway, il ciclismo, l'Italia

  • Di:
      >>  
     

    Ha avuto il trauma infantile della Grenoble-les Deux Alpes

Prima parte: C'era quella strada

 

All'improvviso tutto era diventato nero. Il cielo, il bosco, la strada ghiaiosa. Un secondo dopo, grandine e fango; il rumore dei chicchi di ghiaccio e il cigolio dei freni delle biciclette. Poi, con la stessa velocità con cui era scomparso, a Predazzo – rifornimento – ricompare il sole. Gino Bartali ne approfitta per addentare una banana. Si occupa del frutto per i secondi che bastano a Fausto Coppi per allungare. Gli ha suggerito Cavanna di fare così, perché Bartali, sanguigno e orgoglioso com'è, ti marca a uomo e, se ti rimane a ruota, non lo stacchi neanche se ne hai più di lui. Ma se gli dai qualche metro, puoi mandarlo in crisi. 

Bartali scaraventa la banana per terra e parte all'inseguimento, ma è inutile. Attaccato, colto di sorpresa in pianura, Coppi lo aveva fregato - come si dice - con la stessa facilità con cui si ruba una caramella ad un bambino. È il Giro che verrà ricordato per la sconfitta del vecchio Bartali e la consacrazione del giovane Coppi, per la Cuneo-Pinerolo, dieci giorni dopo, ultimo atto di quel duello epico, il cui finale è tutto sintetizzato nelle parole di Dino Buzzati: Ettore era stato ucciso da Achille. 

Ma il giorno della banana nessuno pensa alla Cuneo-Pinerolo. Il 2 giugno 1949, l'airone vola su Pordoi e Gardena, prima con Pasotti e Leoni, poi da solo. Fausto scala le Dolomiti alla ricerca, più che della maglia rosa, di un riscatto per un Giro partito male e che aveva pensato di abbandonare. Quell'anno avrebbe vinto non solo il Giro d'Italia, ma pure il Tour de France, tuttavia questa è una storia che, per un po’ di pagine a venire, resterà secondaria.

 



Ernest Hemingway salpò da New York il 23 maggio 1918. Arruolatosi volontario, fu assegnato al quartier generale della Quarta Sezione americana a Schio, un lanificio abbandonato. L'incarico era raccogliere feriti a bordo di una Fiat nelle vicinanze del Monte Pasubio, ma la vita lontana dal fronte, per lui, era troppo comoda.

Decise dunque di spostarsi a Fossalta, piccolo villaggio sulle sponde del Piave. Qui Hemingway sentiva gli spari, il rumore dei cannoni, mangiava con gli ufficiali italiani. Ma non era ancora soddisfatto. Il 2 luglio 1918 decise di andare in trincea. Su una bicicletta rimediata chissà dove, si caricò di cioccolata, sigari, sigarette, marmellata e cartoline, per consegnare il tutto ai soldati in prima linea. Durò sei giorni. 

 



Se l'uomo Ernest Hemingway era nato nella contea di Oak Park, Illinois, il 21 luglio 1899, lo scrittore Ernest Hemingway nacque in Italia, a Fossalta, sulle sponde del fiume Piave, verso la mezzanotte dell'8 luglio 1918, in seguito all'esplosione di una bombarda, più precisamente una minenwerfer grossa quanto una latta di benzina da 5 galloni. Un suono che Hemingway ricorderà, in una lettera alla famiglia, come un colpo di tosse. Userà la stessa metafora per descrivere, in Addio alle armi, l'assalto al ricovero del maggiore, dove Frederic Henry, il suo alter ego, viene ferito.

Hemingway fu dato per spacciato. Venne lasciato in una stalla scoperchiata dove, per la prima volta nella sua vita, pensò di suicidarsi con la pistola di ordinanza. Tuttavia dopo svariate operazioni e mesi di convalescenza, si riprese. 

Fernanda Pivano, scrittrice e traduttrice e poi amica di Ernest Hemingway, giurava che senza quel colpo di mortaio lanciato dalle truppe austo-ungariche e senza quella corsa con un soldato italiano sulle spalle, sotto il fuoco nemico, con 227 schegge di mitraglia conficcate nelle gambe, non ci sarebbero stati i temi cari all'autore: l'uomo in condizioni estreme, la propensione religiosa verso qualcosa di simile al nulla, la sofferenza, la lotta, la festa, la falsità contro la lealtà e il coraggio, l'avventura, la solitudine e la folla, l'orgoglio dello sconfitto, di ognuno di noi.  

Quel preciso istante fu l'origine di tutta la tensione narrativa di Hemingway, del suo stile schietto ed asciutto, dell'intento di creare, attraverso l'individuazione di ciò che per lui era davvero autentico, una rappresentazione viva e più reale di qualsiasi cosa reale ed esistente. L'intento era simile a quello che Goya aveva cercato di riprodurre nei suoi dipinti, un realismo stringato ma intriso di significato, fondato sull'esperienza, su “ciò che aveva visto, sentito, toccato, tastato, odorato, goduto, bevuto, cavalcato, sofferto, vomitato, fottuto, sospettato, osservato, amato, odiato, bramato, temuto, detestato, ammirato, aborrito e distrutto”.

Per Ernest Hemingway la vita era una premessa necessaria per scrivere, e per maturare questa convinzione fu fondamentale quel colpo di tosse in trincea sul fronte italiano. 

 



In quei sei giorni in bicicletta raccolse tutto il materiale necessario per scrivere, dieci anni dopo, Addio alle armi. Altre biciclette furono fondamentali per la stesura di quel romanzo, iniziata in una stanza del Vélodrome d’Hiver a Parigi agli inizi del marzo del 1928.

Lì, in quella conchiglia di mattoni e listelli di legno, nelle stanze adibite per i giornalisti, tra il fumo di sigarette e l'odore di cognac rovesciato sui tavoli, Hemingway rielaborò appunti e ricordi, lavorò alle bozze del romanzo e scrisse gran parte delle 47 versioni del finale, “la parte sommersa”, da cui avrebbe ricavato l'unico e commovente finale possibile. Dopotutto al Velodrome d’Hiver vendevano anche “del buono champagne a prezzi economici”.

*

Durante l'ottobre del 1948, Ernest Hemingway torna in Italia. Se si esclude un breve viaggio in macchina con Guy Hickock nel 1927, mancava dalla penisola dal 1923. La sua fama di scrittore è all'apice.

Il fascismo è finito e con esso le ostilità nei confronti di Hemingway, che poco più che adolescente aveva dileggiato Mussolini sulle pagine del Toronto Daily Star. Nel 1943, inoltre, durante l'occupazione di Torino, Fernanda Pivano era stata arrestata dalle SS nel corso di una retata alla casa editrice Einaudi, dopo il ritrovamento del contratto di traduzione di Addio alle armi. La ricostruzione della disfatta di Caporetto (ispirata alla ritirata greca nella guerra greco-turca del 1922)  non era affatto piaciuta al nazionalismo mussoliniano. 

Arrivato in traghetto a Genova, sulla sua Buick blu e con di fianco la quarta moglie Mary, Hemingway giunge all'Hotel Concordia, Cortina d'Ampezzo, chiuso ai comuni mortali in quel periodo, aperto solo per lui. La mattina si alza presto, va sulla terrazza dell'albergo, poco caffelatte e moltissimo burro fresco sul pane appena sfornato. La sera una lunga sosta al bar dell'Albergo Posta, seduto al banco o nell'angolo vicino alla porta. Ogni tanto va a mangiare il baccalà alla veneta alla “casa di Tiziano”, una piccola locanda in fondo alla valle. Torna anche sul luogo del colpo di mortaio, dove scava una piccola fossa e seppellisce mille lire, restituendo così la sua pensione di guerra. 

Si reca anche a Venezia, città di cui si innamora perdutamente. Federico Kechler, nobile veneziano, figlio di una contessa che Hemingway aveva intervistato all'inizio della sua carriera, un giorno lo invita a pesca di trote.  È il 2 giugno del 1949. I due, a bordo di una Lancia blu, si dirigono verso Canazei con canne da pesca e, come d'abitudine, tante bottiglie di vino nel bagagliaio. 

A un certo punto un poliziotto li ferma: non si può passare, c'è il Giro d'Italia. I due accostano e si mettono a bordo strada, esattamente come i due pastori dietro al tornante più in basso. Passa Fausto Coppi. L'incontro è fugace, il tempo di due pedalate rotonde. È il giorno della grandine e della banana di Bartali. Hemingway avrebbe parlato di quella visione parecchie volte negli anni a venire. "Questo è lo sport puro e vero. Fanno una fatica terribile per ore e ore, quasi non riesco a crederci che vadano su da soli per quelle salite"

Rimasto affascinato dall'esperienza, volle sapere tutto delle storie e delle imprese dei corridori.  "Era affascinato dallo sport e dallo sforzo di ogni uomo che si misurava con i propri limiti", disse Carla Kechler, una delle figlie di Federico, alla Gazzetta dello Sport.

La sorella Roberta aggiunse: "con mio padre facevano lunghe gite, attraverso la pianura, fino al Tagliamento. Erano in sella a due biciclette Maino con il cambio, lo ricordo bene. Se le portavano dietro anche quando si trasferivano per le vacanze a Cortina, e lassù scalavano montagne pure loro. Pedalavano forte e tornavano a casa distrutti la sera".

 

Chissà se “quella strada” porta a Canazei. Forse un giorno meglio si spiegherà.

 

Seconda parte: Il cranio di Garay
Terza parte: Bartolomeo Aymo

 

 

 

 

 

Categoria: