Uno zaino di cento chili

 

Tre anni fa sono diventato per tutti "Tom Dumoulin, il grande ciclista olandese". Da allora le aspettative intorno a me sono diventate sempre più grandi. Volevo che tutti fossero felici. La squadra, gli sponsor, i miei compagni, mia moglie, la mia famiglia. Ma io ero abituato ad avere a che fare solo con le mie, di aspettative, che essendo un atleta di alto livello erano già di per se difficili da gestire.

Così invece tutto si è rivelato più difficile di quanto pensassi, e per questo ho perso un po’ di vista me stesso. Troppo a lungo ho dato peso a quello che pensano gli altri: ma io cosa voglio? Cosa desidera l’uomo Tom Dumoulin in questo momento della sua vita? È una domanda che mi facevo da mesi, senza mai avere il tempo di rispondere, perché la vita da ciclista professionista va avanti coi suoi ritmi. Ma quella domanda rimane.

Cosa voglio? Voglio ancora essere un ciclista? E se sì, in che modo? In questo momento sento di non saper più bene cosa fare. Per questo motivo ho deciso di fermarmi per un po’. Cosa succederà adesso ancora non lo so. Di sicuro parlerò molto, chiamerò amici. Penserò, uscirò col cane, cercherò di capire cosa voglio adesso come essere umano. È come se mi fossi tolto dalle spalle uno zaino di cento chili.

Forse il ciclismo mi piace ancora. Forse tornerò tra due mesi, con più coraggio e più energia di prima, o forse salirò su un treno completamente diverso. Non lo so ancora, mi occorre del tempo per pensarci su.

 

Le stagioni del ciclismo sono talmente dense, lunghe ed estenuanti, che si finisce a guardare uomini e donne correre in bicicletta, faticare in corsa e in allenamento, per dodici mesi all'anno. Li si osserva sorridere e piangere, esultare e disperarsi, in base a ciò che raggiungono al di qua o al di là di una sottile linea bianca tracciata per terra.

In uno sport che per natura non conosce frontiere, c'è una linea che divide in due il loro mondo. Da entrambi i lati di quella linea ci sono le vite di quegli uomini e quelle donne che, tra le altre cose, pedalano. Quella linea può provocare emozioni che restano dentro a lungo o per pochi istanti, ma che in nessun caso riescono a risolvere la complessità di ciascuna esistenza. 

Con un video pubblicato sul sito della Jumbo-Visma, di cui abbiamo riportato un lungo estratto testuale in apertura, Tom Dumoulin ha annunciato poche ore fa la sua decisione di prendersi una pausa dal ciclismo.

Una decisione improvvisa ma non del tutto inattesa, visto che da diverso tempo Tom esternava in modo più o meno esplicito dubbi sul suo futuro da corridore. Durante l’ultimo Tour de France, tanto per cominciare, aveva fatto discutere la sua scelta di mettersi a completo servizio di Primoz Roglič, co-capitano della Jumbo, già in occasione dell’ottava tappa – la prima pirenaica – quando ancora avrebbe potuto coltivare ambizioni personali di classifica generale.

Era sembrato allora che la scelta di Tom, ufficialmente non condivisa con la squadra, discendesse da una crescente insicurezza nei propri mezzi, cioè che Dumoulin, temendo di deludere se stesso e i suoi compagni, avesse preferito optare per il meno stressante ruolo del vice. Una decisione tutto sommato comprensibile (tenendo anche conto del fatto che Tom era al rientro da oltre un anno di inattività, conseguenza della caduta di Frascati al Giro 2019), e che nulla toglieva alle ottime sensazioni suscitate dal suo ritorno ad alto livello.

Sembrava insomma che fosse questione di tempo prima che Dumoulin tornasse a vincere, o a lottare per farlo. Invece quella decisione era sintomo di un malessere più profondo, che Tom fa risalire alla vittoria del Giro d’Italia 2017, “colpevole” di averlo esposto a pressioni e aspettative (le due parole-chiave del suo messaggio di oggi) diventate progressivamente insostenibili.

È verosimile, tuttavia, che il punto di rottura odierno discenda non da un evento specifico (quel Giro, quell’anno, quella caduta) ma dall’inevitabile resa dei conti che attende al varco gli esseri umani, spesso disorientati dal complesso incastro della vita e del destino.

Chiunque abbia ascoltato o letto Dumoulin in una delle mai banali interviste che ha rilasciato negli anni, ha avuto l’impressione che esistesse una corrispondenza biunivoca tra l’eleganza del suo stile in bicicletta e l’estrema delicatezza della sua persona. Come se la prima discendesse dalla seconda, e viceversa.

Una volta Dumoulin ha detto di non riuscire a capire tutti i tifosi che gli chiedevano autografi e selfie, un’altra che lui non sarebbe mai andato in piazza a festeggiare la vittoria del suo campione preferito. Dumoulin non ha mai nascosto che il suo rapporto con lo sport che amava nascondesse un lato conflittuale, un misto di insoddisfazione, ansia e paura che non si capisce perché nel mondo del ciclismo dovrebbe avere un’incidenza inferiore che nella vita normale.

Le peculiarità del ciclismo (la solidità mentale che richiede, le sofferenze fisiche che impone, la solitudine che comporta) potrebbero al contrario essere un catalizzatore di umane fragilità troppo a lungo considerate come una specie di tabù in questo sport “da supereroi”.

Nel novero dei recenti casi di fragilità sportivo-psicologiche associabili a quello di Dumoulin (il più eclatante quello di Marcel Kittel), viene quasi naturale includere la parabola di Fabio Aru, che nelle scorse settimane ha fatto parlare di sé con la sua scelta di provare a ritrovarsi tornando a correre nel ciclocross, là dove è originato il suo amore per la bicicletta. Per ora ha ritrovato il sorriso, ed è già qualcosa.

Coetaneo di Aru (e di Pinot, e di Sagan), segnato come loro da ascese e cadute, esponente come loro di una “generazione di mezzo” travolta dall’esplosione dei nuovi fenomeni del ciclismo, nell’elenco di opzioni - tutte legittime - disponibili per volersi un po’ più bene, Dumoulin ha selezionato lo stop a tempo indeterminato.

Lo ha raccontato davanti a una telecamera, poco prima di lasciare l'albergo in cui è in ritiro la sua squadra, sorridendo. Ha confessato di essersi svegliato felice stamattina, perché per una volta non aveva un programma scritto da rispettare ma tempo da dedicare alla serenità cui sente di aver diritto.

Spera di tornare a guardare al futuro senza timore.

In nome dell’amore per il magnifico ciclista che è stato, e della stima per l’uomo coraggioso che è, gli auguriamo di riuscirci presto. (Filippo Cauz - Leonardo Piccione)

 

 

 

 

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