Tappa 21: Sul podio

Oggi si è arrivati a Parigi.

Come di consueto l’ultima tappa si conclude sugli Champs-Élysées. Come di consueto l’ultimo giorno è all’insegna dei saluti, dei brindisi e delle foto. Come di consueto io guardo la tappa con un solo forte pensiero:

Quanto vorrei salire anch’io sul podio degli Champs-Élysées.

Lo desidero profondamente. Ogni anno guardo l’ultima tappa sperando di poter essere io a essere premiato sul podio. Mi vedo alzare le braccia, con alle spalle il maestoso arco di trionfo. Ringrazio tutti e saluto felice, alzando il mio sguardo sulla folla festante di francesi e persone di ogni parte del mondo. Le bandiere sventolano e tutti siamo contenti di essere arrivati alla fine, tanto agognata, di quest’impresa.

Ovviamente mi rendo conto di avere poche possibilità che questo accada. Ho 35 anni e non posseggo neanche la bicicletta. Credo di avere pochi margini per riuscire a diventare un ciclista, farmi ingaggiare da una squadra World Tour, farmi convocare per il Tour, correrlo e concluderlo vincendo una classifica.

Per questo non ho esigenze eccessive. Non è necessario che mi diano la maglia gialla, mi basta che mi diano un premio sugli Champs-Élysées. Mi accontento di un premio morale, di qualcosa di simbolico. Ma devono darmi i fiori e almeno un piccolo trofeo. I fiori ho intenzione di lanciarli sul mio pubblico e il premio lo alzerei in senso di vittoria. Il resto lo farebbe la grandezza della cornice e la forza degli echi leggendari di un traguardo così prestigioso.

Ovviamente mi rendo conto che è un po’ complesso trovare il modo di passare da guardare il Tour seduto sul divano a essere premiati sul podio. Anche io ho difficoltà a capire come questa cosa potrebbe avvenire. Avrebbe di certo dello straordinario.

Per questo io sarei molto generoso sul podio. Sorrisi, lacrime e qualche sentita parola al microfono. Un breve discorso nel quale menzionerei la pace, la felicità e l’amore. Molto toccante. Sento già un nodo in gola. Saluterei tutti e passata l’emozione mi produrrei in qualche posa sopra le righe per il pubblico e per i fotografi. Non bisogna prendersi troppo sul serio, anche se si è premiati sugli Champs-Élysées.

Più mi addentro nella fantasia e più desidero che si realizzi.

Penso di essere una persona assennata ma nonostante il buonsenso o le mille critiche all’organizzazione o alla gare, la grandezza del Tour, arrivati a Parigi, mi conquista e mi trascina in un sogno adolescenziale. Salire sui gradini e sorridere a tutti con addosso la gioia e la consapevolezza di essere riusciti a superarsi.

So che non succederà mai.

Quest’esperienza è destinata a chi ha realmente corso il Tour, pagando con fatica e sudore quella gioia. Non sarò mai premiato sugli Champs-Élysées. Non mi daranno mai un premio né tanto meno una maglia. E credo neanche i fiori. Ma in questa piccola illusione si nasconde ciò che mi spinge per tre settimane a stare per ore sul divano ad osservare dei ragazzi che pedalano.

Quei chilometri li ho percorsi anche io. Ho avuto eccitazione per le discese, ansia per le salite e gioia per gli arrivi. Nell’osservare loro ho avuto l’illusione di vedere me, di riconoscermi in un atteggiamento o in un gesto. Senza fatica, certo, ma con presenza e trasporto. Sono stato Froome che corre, Aru che crolla, Mollema che attacca, Yates che resiste, Pantano che sorride, Kittel che s’arrabbia, Sagan che impenna, Poels che tira, Contador che si ritira, Nibali che cade, Cavendish che vince...

Dunque sono contento di essere arrivato a Parigi... Chiudo gli occhi e salgo sul palco.

 

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