[TdF 2020] La polvere del mondo

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

C’è stato un momento, verso la metà della sua scalata alla Planche des Belles Filles, in cui Primoz Roglič ha allargato un altro po’ i gomiti: perse definitivamente le fattezze del ciclista, era adesso un vogatore. Ondeggiante e scomposto, persino il caschetto a dondolargli sul capo, remava controcorrente su una strada in piena, un fiume debordante di pubblico e fantasmi: stava perdendo il Tour de France. 

Pensate di andare a fare un viaggio, scrisse Nicolas Bouvier ne "La polvere del mondo", ma subito è il viaggio che via fa, o vi disfa. Roglič era completamente sfatto.

La sua riserva di energie era virata sul rosso, così come il riquadro del suo vantaggio sul teleschermo. Il più cinquantasette di inizio tappa era diventato più quarantaquattro al primo intermedio, più ventuno al secondo. Adesso è meno venticinque. Roglič il riquadro rosso non lo vede, ma sa benissimo che sta perdendo tutto, glielo dicono gli auricolari e soprattutto le gambe, via via più incatramate, per mezzo delle quali si apre una scia sghemba tra i rari tornanti della Planche, in mezzo ai tifosi venuti per Pinot, a quelli venuti per Alaphilippe.

In mezzo a quelli venuti per lui, arrivati in massa dalla Slovenia due giorni fa. Non si aspettavano di vederlo regredito a una versione precedente di sé, al Rogla in scarpe da ginnastica che sbuffa affaticato in una delle sue prime foto da ciclista.

Non se l’aspettava nessuno, quello che è successo oggi al Tour de France. Non i tifosi di Roglič, non i commentatori, tantomeno Van Aert e Dumoulin, mentre - increduli - osservano su uno schermo la debacle del loro capitano nell’unico giorno di questo Tour in cui non gli sono potuti essere accanto.

Forse sospettava qualcosa Tony Martin, che dopo aver completato la sua prova aveva deciso di tornare a Lure, sede di partenza, per fissare lui stesso il dorsale di gara sulla maglia gialla del compagno, ricordargli per l’ultima volta quante insidie si nascondano dentro una cronometro. Forse Roglič aveva confidato a Martin i suoi dubbi, il timore che la stanchezza del viaggio lo stesse infine disfacendo. O forse non li aveva confidati a nessuno: schivo e silenzioso, Roglič tende a parlare poco e controvoglia, le sue reticenze la ragione principale di un profilo pubblico talmente inaccessibile da risultare scostante, se non antipatico. 

Ma chi lo conosce garantisce che il vero Primoz è un altro. I suoi amici sostengono sia addirittura pazzo, «in senso positivo: qualche volta fa delle cose pazze.» L’ex gregario della Jumbo Bram Tankink ha spiegato alcuni giorni fa che è difficile pensare a un a compagno di squadra migliore di Roglič. Ha raccontato Tankink che al Giro di Romandia 2018 lui e Primoz erano compagni di stanza: aspettandosi da un momento all’altro una telefonata della moglie, prossima a partorire, Tankink temeva che l’emergenza avrebbe infastidito Roglič, concentrato sulla vittoria della corsa. «Se tua moglie telefona verrò con te», aveva replicato invece Primoz. «Anzi, guiderò io.»

A Roglič servono spazio e tempo. Parecchio tempo, o comunque più del minuto scarso che aveva messo insieme nei primi diciotto giorni di Tour, in quasi tre settimane non di dominio - è vero - ma di confortevole controllo. «Non sento alcuna pressione», aveva detto soltanto ieri, in una di quelle dichiarazioni che i narratori del ciclismo del futuro andranno a rispolverare quando vorranno rievocare il memorabile finale del Tour de France 2020.

Riprenderanno i tweet e le interviste di Pogačar: «Dimenticherò in fretta questa giornata» aveva detto il ragazzino terribile dopo aver perso un minuto e venti nel vento della settima tappa. «Vincere il Tour è complicato ma fattibile», aveva ribadito dopo essere stato staccato dal rivale sul Col de la Loze. 

 

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