Fino ai dieci anni Willie Smit non si è mai lavato i denti, e la terza elementare se la ricorda a malapena.

Pensa che il suo cervello abbia rimosso buona parte dei suoi ricordi d’infanzia in una forma di autodifesa da un passato orribile: quelli erano gli anni in cui sua madre, dopo un divorzio e un lavoro perso, era entrata in un vortice di alcol e uomini violenti. Suo padre – addetto alla rimozione di ordigni in zone di guerra – era sempre via, così a Willie toccò badare a se stesso, per quel che poteva.

Oggi Fausto Coppi compirebbe cento anni e un giorno. Il nostro ricordo è un estratto dal nuovo libro di Marco Pastonesi, "Coppi ultimo".

Vuelta, ventesima tappa, metà gara o poco più. La tv spagnola inquadra la coda del gruppo: ha smesso di piovere, e il 9° in classifica generale appare in grande difficoltà.

Non sta faticando a tenere le ruote degli avversari – quello era successo poco prima, in salita, e sarebbe successo di nuovo di lì a poco. James Knox, costellato di bende, non riesce a sfilarsi la mantellina. Sulla destra dello schermo appare allora una mano che gliela tende, facilitando l’operazione.

In un video dello scorso 2 settembre, il giorno dopo la sua prima vittoria di tappa, a Tadej Pogačar viene chiesto di descrivere che tipo di corridore sia.

Al Tour of Britain Matteo Trentin ha provato a resistere a Mathieu van der Poel fino a 150 metri dal traguardo. Poi si è arreso e ha allargato le braccia: più di così proprio non si può fare. 

La diciassettesima tappa della Vuelta è un inseguimento nel vento in grado di far saltare tutti i programmi, ma non le speranze di Primož Roglič. Un pomeriggio a 50 all'ora che premia un vecchio marinaio, capace di navigare burrasche e follie.

Il motto della città di Durango, duemila metri di altitudine al confine tra Colorado e Nuovo Messico, è “Open spaces and familiar faces”.

Poche facce in effetti sono più familiari di quella da studente di Sepp Kuss, scalatore di 25 anni che a Durango ci è nato e ci torna ogni volta che può. Kuss torna a Durango per il ritmo lento, per gli spazi aperti e le montagne – soprattutto le montagne: gli piacciono così tanto che è convinto che non esista al mondo sensazione più bella che danzare sui pedali in salita.

Uncino, addolcitore, tettuccio, cappello, gancetto.

Esistono molti modi diversi di identificare l’haček, vale a dire la piccola “v” che troneggia su alcune lettere degli alfabeti slavi (come nella č di haček, appunto), e che è uno dei più lampanti tratti in comune tra i due dominatori della tredicesima tappa della Vuelta 2019. 

Quando il segnale tv è stato ripristinato, Miguel Ángel López non era più da solo all’inseguimento degli ultimi fuggitivi di giornata: Valverde e Quintana l’avevano raggiunto.

Era caduto lungo i quattro chilometri di sterrato che precedevano l’ultima salita, López, ma questo si sarebbe scoperto soltanto dopo, interpretando il fango e le ferite e prendendo per buoni i racconti che cominciavano ad emergere frammentari dai tweet e dai comunicati stampa. «López e Roglič caduti nel tratto in sterrato». 

Ángel Madrazo non ha una faccia da ciclista.

Con le guance tondeggianti e gli occhiali incollati sul naso parrebbe più che altro uno studente di ingegneria in Erasmus.

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