In un video dello scorso 2 settembre, il giorno dopo la sua prima vittoria di tappa, a Tadej Pogačar viene chiesto di descrivere che tipo di corridore sia.

Al Tour of Britain Matteo Trentin ha provato a resistere a Mathieu van der Poel fino a 150 metri dal traguardo. Poi si è arreso e ha allargato le braccia: più di così proprio non si può fare. 

La diciassettesima tappa della Vuelta è un inseguimento nel vento in grado di far saltare tutti i programmi, ma non le speranze di Primož Roglič. Un pomeriggio a 50 all'ora che premia un vecchio marinaio, capace di navigare burrasche e follie.

Il motto della città di Durango, duemila metri di altitudine al confine tra Colorado e Nuovo Messico, è “Open spaces and familiar faces”.

Poche facce in effetti sono più familiari di quella da studente di Sepp Kuss, scalatore di 25 anni che a Durango ci è nato e ci torna ogni volta che può. Kuss torna a Durango per il ritmo lento, per gli spazi aperti e le montagne – soprattutto le montagne: gli piacciono così tanto che è convinto che non esista al mondo sensazione più bella che danzare sui pedali in salita.

Uncino, addolcitore, tettuccio, cappello, gancetto.

Esistono molti modi diversi di identificare l’haček, vale a dire la piccola “v” che troneggia su alcune lettere degli alfabeti slavi (come nella č di haček, appunto), e che è uno dei più lampanti tratti in comune tra i due dominatori della tredicesima tappa della Vuelta 2019. 

Quando il segnale tv è stato ripristinato, Miguel Ángel López non era più da solo all’inseguimento degli ultimi fuggitivi di giornata: Valverde e Quintana l’avevano raggiunto.

Era caduto lungo i quattro chilometri di sterrato che precedevano l’ultima salita, López, ma questo si sarebbe scoperto soltanto dopo, interpretando il fango e le ferite e prendendo per buoni i racconti che cominciavano ad emergere frammentari dai tweet e dai comunicati stampa. «López e Roglič caduti nel tratto in sterrato». 

Ángel Madrazo non ha una faccia da ciclista.

Con le guance tondeggianti e gli occhiali incollati sul naso parrebbe più che altro uno studente di ingegneria in Erasmus.

Due anni fa Marcel Kittel era il più forte velocista al mondo. Qualche giorno fa ha annunciato il ritiro. Anche nel ciclismo, la corrispondenza tra atleta e uomo rimane una questione tutt’altro che risolta.

Angela Gimondi, la mamma di Felice, lavorava al cotonificio di Zogno quando s’innamorò perdutamente: «Un fattorino aveva una bici... quanto mi piaceva! La bici, non il fattorino.

Quando su tredici corridori all’attacco quattro sono della stessa squadra, suona alquanto improprio parlare di fuga.

Quattro su tredici corrisponde quasi a uno su tre: più del trenta per cento dei partecipanti al tentativo ha la stessa maglia, sicché piuttosto che domandarsi ‘Chi c’è?’, com’è consuetudine quando qualcuno si avvantaggia, in un caso di questo tipo il quesito evolve in un più specifico ‘Chi altro c’è?”, come se quegli altri, quelli con le insegne diverse, non fossero che ospiti inattesi, imbucati per caso a una festa non loro. 

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