L’autunno comincia con la cascata di foglie che investe i corridori mentre arrancano sul Muro di Sormano. È un sipario dal quale appaiono per primi Ciccone e Majka, traini di un gruppo che intanto perde un pezzo dopo l’altro.

Il Giro di Lombardia è un setaccio, separa gli esausti-che-non-ne-hanno-proprio-più dagli esausti-pure-loro-ma-con-ancora-un-briciolo-di-energia; chi non ha null'altro da chiedere alla sua annata da chi qualche altra domanda gliela farebbe comunque, a questo 2019, per curiosità o per ingordigia.

Quello di ieri è stato un mondiale di gambe.

Gambe grosse, tornite, tirate. Gambe che spingono e s’impastano, che rilanciano e s’incatramano.

Ad Harrogate Matteo Trentin non ha sbagliato nulla, eppure ha perso. Mads Pedersen è stato più forte: e il nuovo campione del mondo, e Trentin è pietrificato.

Dopo tante vittorie importanti sfumate all'ultimo, in Yorkshire Annemiek van Vleuten è andata a prendersi la maglia dei suoi sogni partendo da sola a 105 chilometri dall'arrivo. E il risultato ha un sapore dolcissimo.

A 77 chilometri dal traguardo della corsa in linea juniores Germán Darío Gómez Becerra ha forato e non ha trovato nessuno a cambiargli la ruota. Al che si è seduto ed è scoppiato a piangere, ma poi è ripartito ed è arrivato in fondo.

Alla crono iridata Christopher Sysmonds è arrivato con 28 minuti e 15 secondi di ritardo da Rohan Dennis. Ma dietro al suo ultimo posto ci sono almeno quattro primati.

Mentre si dipinge un grugno sul volto di Evenepoel, l'uomo che esulta è lo stesso di un anno fa, lo stesso dei misteri di settanta giorni fa. Rohan Dennis non se ne è mai andato, è ancora qui.

In 14 mesi Geoffrey Bouchard è passato da un titolo nazionale dilettanti vinto a 26 anni alla maglia di miglior scalatore della Vuelta, al termine di una corsa a tappe in cui voleva solo arrivare in fondo... da spettatore.

La stagione di Robert Gesink e quella di Primož Roglič sono molto differenti nei risultati, eppure sono la conclusione di un lungo processo che li ha visti coinvolti entrambi verso lo stesso obiettivo.

Fino ai dieci anni Willie Smit non si è mai lavato i denti, e la terza elementare se la ricorda a malapena.

Pensa che il suo cervello abbia rimosso buona parte dei suoi ricordi d’infanzia in una forma di autodifesa da un passato orribile: quelli erano gli anni in cui sua madre, dopo un divorzio e un lavoro perso, era entrata in un vortice di alcol e uomini violenti. Suo padre – addetto alla rimozione di ordigni in zone di guerra – era sempre via, così a Willie toccò badare a se stesso, per quel che poteva.

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