Rieccoci. È di nuovo quel periodo dell’anno, stavolta arrivato un po' prima del solito. Fa caldo, è consigliabile bere molto, in tivù c’è il Tour de France... e qualcuno la notte legge i pezzi di Bidon. 

Sostenitori delle buone abitudini, anche quest’anno racconteremo la Grande Boucle per mezzo degli ormai tradizionali resoconti curati da Leonardo Piccione.

Nel momento in cui, sulle pendenze più arcigne della Côte de la Redoute, Tadej Pogačar esce dalla fiammeggiante scia di Domen Novak e si alza sui pedali per la durata necessaria - meno di dieci secondi - a ridurre in frantumi la Liegi-Bastogne-Liegi 2024, alle sue spalle l’inquadratura include soltanto altre tre sagome pedalanti, infinitamente più scomposte della sua, tre sagome che arrancano mentre quella di Pogačar levita, tre sagome destinate a ridursi nel volgere di pochi metri a una sola, poi a nessuna.

Forse è per via della sovrapposizione di date. Oppure per il portato religioso che il ciclismo conserva, soprattutto in chi ha ricevuto un'educazione cattolica.

La consueta sequenza di polvere, sobbalzi, disordine, lerciume.

Poi cadute (Rex, Merlier, Viviani e Milan tra i primi estromessi dalla contesa), forature (Pedersen, Degenkolb, Politt e Segaert, tutti costretti a forsennati inseguimenti), battibecchi con la giuria (Tarling, espulso per bidon collé), vento in faccia (soprattutto quella di Mathias Vacek, 22 anni da compiere e ore trascorse a tirare per i compagni in testa a questo o quel gruppetto), generalizzata fatica.

La Roubaix più veloce della storia dopo la Sanremo e il Fiandre più veloci della storia.

Alla lettera, Koppenberg significa “Monte delle teste”, dove le teste, nello specifico teste di bambini, sono i ciottoli incastonati nella strada che vi s’inerpica. Il soprannome invece è “de bult van Melden”, la gobba di Melden, dal nome della piccola frazione di Oudenaarde che sorge ai suoi piedi.

Il ciclismo è uno sport spietato, lo sappiamo. La regola su cui si fonda, il principio che precede qualsivoglia disquisizione tecnico-tattica è quello fisico dell’equilibrio, l’equilibrio arioso, liberante, poetico eppure drammaticamente precario sempre sottinteso all’andare in bicicletta.

È inevitabile che i ciclisti scivolino, ruzzolino, sbandino, rovinino, capita loro spesso e senza distinzione censuaria: cadono gregari e fuoriclasse, velocisti e scalatori, giovani e veterani, un perpetuo democratico caotico capitombolare che presto o tardi riguarda tutti. 

Poco dopo aver tagliato la fasciona bianca-nera-bianca del traguardo di via Roma, Jasper Philipsen viene raggiunto da Michael Matthews e Tadej Pogačar, che per questione di centimetri più che di centesimi di secondo sono i primi battuti della Milano-Sanremo 2024.

Aveva detto di sentirsi «pronto», alla partenza.

A cinque mesi dall’ultima gara disputata (il Giro di Lombardia 2023, vinto), Tadej Pogačar rispondeva ai cronisti con l’aria dello studente universitario riemerso con sollievo dalla clausura che precede la sessione invernale, consapevole che a quel punto il più è fatto e l’esito dell’esame incipiente in gran parte già deciso, predeterminato dalla dedizione con sui ci si è applicati nelle settimane precedenti il test.

Torna il classico appuntamento di fine dicembre con il riepilogo degli articoli di Bidon più apprezzati nel corso dell'anno. Si tratta di articoli legati a esiti di gare: abbiamo escluso da questa graduatoria i contributi legati alla morte di Gino Mäder, l'evento che emotivamente ha segnato di più gli ultimi dodici mesi di ciclismo professionistico. Un nostro piccolo ricordo di Gino potete recuperarlo qui

Sepp Kuss, ventinovenne statunitense della Jumbo-Visma, è il vincitore della Vuelta a España 2023. L’ha vinta, forma attiva del verbo: non gliel’hanno «fatta vincere». Nessuno ha trainato Kuss su e giù per le montagne di Spagna (e Francia); alcun machiavellico piano tattico è stato ordito per favorirlo; i suoi avversari non si sono autoeliminati come i pattinatori che contendevano l’oro olimpico 2002 al leggendario Steven Bradbury.

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