Anche quella volta era sabato, anche quella volta era la penultima tappa di un grande giro, anche quella volta era Roglič il leader della classifica generale.

È vero: un mese e mezzo fa l’autunno doveva ancora cominciare mentre oggi è a metà dell’opera, tuttavia la nebbia addensatasi nella vallata che portava all’imbocco della salita verso La Covatilla più che per marcare la differenza di stagione sembrava scesa apposta a far rispuntare da un tornante i fantasmi del Tour de France, per riconsegnare Roglič allo psicodramma di una giornata folle di un anno folle.

«Per rispetto di tutti coloro che mi hanno supportato negli anni, avrei voluto scrivere un post di qualche riga per dire che mi ritiro. Ma non ne sono stato capace. Ho sentito spesso parlare di “piccola morte” quando un corridore si ritira, e per me era una cosa astratta. Quando corriamo abbiamo la testa sul manubrio, i paraocchi. Mi piacerebbe parlarne con qualcuno, ma non ho molte persone a cui rivolgermi, non ho molti amici ciclisti. La parola depressione è ancora tabù in gruppo. […]

William Barta, detto Will, ha ventiquattro anni e viene da Boise, la capitale di uno stato americano famoso per le patate, per le Montagne Rocciose, per Aaron Paul e per l’origine del proprio nome (che pare derivi da una specie di burla), certo non per la sua tradizione ciclistica: l’Idaho. Barta (nessuna parentela con l'omonimo Jan, il passista ceco ex-Bora) ha cominciato a pedalare all’età di undici anni; in camera aveva un poster di Andy Schleck.

Hugh Carthy va in bici perché in tutto il resto - parole sue - fa schifo.

Già da ragazzino adorava pedalare più di ogni cosa, soprattutto in salita. Giacché nei dintorni di Preston, Lancashire, ci sono belle colline ma mica tante montagne, a un certo punto chiese a suo padre, a sua volta appassionato pedalatore, di andare a passare ogni anno le vacanze estive in Francia, in modo che lui potesse cimentarsi sulle salite storiche del Tour.

Gli ultimi trentacinque chilometri del silenzioso Fiandre del 2020 partono da lontano: parlano della storia di Van der Poel e Van Aert, gli unici in grado di rispondere, in tempi diversi, allo spunto del campione del mondo.

Si sa, gli anziani sono abitudinari. Per una ragazzina di centoventidue anni e centosei edizioni come la Liegi-Bastogne-Liegi non dev’essere stato facile trovarsi catapultata dalla primavera a questo stranissimo inizio autunno, così si è aggrappata a due elementi imprescindibili: il tempo atmosferico e un parterre de roi di corridori.

Svelato nel giorno in cui Alaphilippe ha perso la maglia gialla, il percorso di Imola si è presentato da subito ai suoi occhi come un grande foglio da riempire. E mentre qualche funzionario in Romagna faceva i calcoli sulla quantità di bitume necessaria per riasfaltare le strade di Gallisterna, Alaphilippe ha cominciato a immaginare il proprio contributo da immortalarvi.

Nello slang statunitense esiste un termine che indica la capacità di compiere diverse attività senza perdere energie e concentrazione, come farebbe un animale concentrato sulla preda: beastmode. Come vincere un Giro e due titoli mondiali nella stessa settimana, come Anna van der Breggen nel 2020.

Il destino in genere segue percorsi strani, eppure a volte si incammina su strade ben segnate, quasi abituali. Oggi Davide Cassani ha conquistato il suo primo mondiale da commissario tecnico nello stesso posto in cui decise di diventare un corridore, più di 50 anni dopo.

L'affollamento del calendario di questa strana stagione ci vede già alle prese con i mondiali di Imola , ma lasciateci tornare ancora una volta a quello che è successo fino a domenica scorsa. Per ringraziarvi.

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