Il Lombardia è una serpentina senza respiro che attraversa una pluralità di paesaggi. Le sue strade lasciano nelle ruote il senso di una terra stratificata, di un paesaggio discreto ed eterogeneo. Alta e bassa pianura, una curva e una valle, un’altra curva, una salita, il ramo del Lago di Como, una discesa, il ramo del lago di Lecco (che è lo stesso lago ma invece no), case rinascimentali e insegne arrugginite da bar sport di paese. Ad ogni curva una rivoluzione. Per vincere il Lombardia bisogna interiorizzare la mutevolezza, assimilarla, brindare ad ogni attacco e buttare giù.

Il 12 ottobre 1985 in piazza Damiano Chiesa si contano 13 corridori lanciati a testa bassa verso l'ingresso del Vigorelli, all'angolo tra via Arona e via Giovanni da Procida. Il portone d'acciaio è completamente aperto, per primo ci si infila Marc Madiot. Resta un giro di pista, 397,27 metri lo separano dalla vittoria del Giro di Lombardia. Troppi. Alle sue spalle schizzano proiettili di ogni colore: il primo è Charly Mottet, che prende la testa lungo la parabolica Sud e lancia la volata dal rettilineo opposto; alla sua ruota, Sean Kelly. Come dire: spacciato.

C’è un bivio in località San Gottardo, all’inizio del centro abitato. Dritti si prosegue fino al Lago di Garlate e ai monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo. Svoltando a destra, si salutano le valli manzoniane in favore di quelle bergamasche. In mezzo, il valico di Valcava. È una salita di quasi 12 km, 8% di pendenza media, un tratto finale durissimo. Il Giro di Lombardia l’affrontò per la prima volta nel 1986, lei non esitò a rivelarsi: Laurent Fignon andò in crisi nera e si ritirò.

"Il desiderio di rinascita diventerà sempre più impellente, un vero tormento. Questo desiderio ti torturerà, lo avvertirai come una sete che ti brucerà la gola come se stessi vagando, tormentato, in un deserto di sabbia bollente." (Libro tibetano dei morti).

"Que no quiero verla!" gridava Garcia Lorca nel suo 'pianto' per la morte di Sánchez Mejías. Il sangue del torero impastato con la sabbia, l'essenza stessa del dolore, della passione che fa sanguinare. Ma il sangue dei ciclisti sull'asfalto non si impasta.

I mini-racconti dedicati alle prove di ciclismo dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro.

Una serie di riflessioni sul Tour de France, fatte a mente un po' più fredda, molto personali, pensate rigorosamente di notte.

Lucien Blyau è morto nel bel mezzo delle Olimpiadi, quando tutti gli occhi del ciclismo erano concentrati su un velodromo dall'altra parte del mondo.

Saving, saving, saving, continua a ripetere Mathew Hayman all’intervistatore della tv francese. Vuole far credere a qualche centinaio di milioni di spettatori in gran parte ignari, fino a un paio d’ore prima, della sua stessa esistenza, che il segreto della sua vittoria sia stato un banalissimo risparmio di energie, un volgare nascondersi, un freddo calcolare. Se non fosse per un pesante fondotinta color ocra, non parrebbe nemmeno aver corso per quasi sette ore in bicicletta. Potrebbe benissimo aver arato un campo di pommes-de-terre, o ramazzato un’aia polverosa.

Lo abbiamo accudito, scaldato e curato durante tutto l'inverno, ora "il Centogiro" ha aperto le ali ed è pronto a volare in giro per il Giro e in giro per tutta l'Italia. Dal 4 maggio lo troverete in libreria e lungo le strade della Corsa Rosa.

Dove si trova

Pagine